domenica 20 febbraio 2011

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giovedì 17 febbraio 2011

Cara amica

Cara amica,
vorrei poterti chiedere come stai, ma auspico di poterlo fare il più in là possibile, visto che dimori con gli angeli.
Ti scrivo perché volevo raccontarti cosa è accaduto con tuo marito, o meglio, il tuo vedovo. Fermo restando che sai bene quanto io aborrisca la politica, e tu lo sapevi, quanto sto per narrarti ai miei occhi ha dell’incredibile e forse ora capisco perché accennavi a un divorzio.
Ricordi quando, due anni orsono, scopristi, ahimè, di avere un tumore e nel medesimo periodo il tuo contratto di affitto scadeva e c’era una rivisitazione dell’importo da versare e/o in caso contrario lasciare l’appartamento? Capisco che la possibilità di perdere un posto così ameno o di pagare il giusto canone ti avesse sconvolto, considerato che abitavi in un attico di duecento metri quadrati, con un balcone che è pari al mio piccolo appartamento e che pagavi una miseria, nonostante tu e il tuo vedovo guadagnavate fior di soldi svolgendo la vostra professione di medici. Come? Come faccio a saperlo? Non ricordi più che ero io a farti la dichiarazione dei redditi? Lo so, sei sempre stata sbadata, per questo c’ero io a ricordarti le cose. Insomma, mi sarei arrabbiata anche io se, di punto in bianco, la cooperativa proprietaria dell’immobile avesse deciso di applicare il giusto tasso in una zona centrale di Roma, pena lo sfratto. Certo, per due come voi che, solo di imposte, versate tanto quanto guadagnano tre persone normali… Capisco, ti scocciava, non era affatto “di sinistra”. Ma perché è così facile proclamarsi di sinistra quando si hanno tanti soldi? Comunque sia, ti ho aiutato lo stesso a non perdere la tua preziosa casa, perché eravamo amiche e io non ho mai fatto caso a queste cose. Insomma, ti portai a un patronato di destra, dove c’era un mio caro amico che ti avrebbe aiutato. Certo, all’inizio ti è parso un po’ strano, visto che nessuno dei tuoi “amici” di sinistra aveva voluto fare qualcosa per te, ma così va il mondo, che vuoi farci? E ti sei tenuta la casa continuando a pagare una miseria.
E poi…
E poi tu sei volata via, così, pochi mesi fa e, se non fosse stato per tuo zio, non l’avrei neppure saputo, perché il tuo vedovo non si è neppure degnato di farcelo sapere. E pensare che quando telefonavano i miei genitori per sapere come stavi, lui rispondeva sempre in maniera molto scocciata, come se gli dessero fastidio. Ma va bene uguale. Sono riuscita a salutarti per l’ultima volta e solo questo conta.
E poi…
Eh, sì, ora arriva il bello. Il tuo vedovo, che io ho visto solo tre o quattro volte in vita mia, mi telefona perché si ricorda che un mio amico ti aveva fatto un grosso, ma grossissimo favore due anni prima e ora a lui ne serve un altro. Già mi suona strano che sia passato dal rapporto formale al semplice “ciao Nica”, come se fossimo vecchi amici, ma per te ho fatto finta di nulla. Un’amica è pur sempre un’amica. Così prendo appuntamento con il tuo vedovo per accompagnarlo al patronato e nel frattempo chiamo il mio amico per avvisarlo. Piccolo intoppo: il mio amico arriva dopo due ore e mi suggerisce di posticipare. Bene, nessun problema. Provo a contattare il tuo vedovo, ma per quanti sforzi faccia, non ci riesco. Va bene, lo aspetterò all’ora stabilita e gli dirò che l’appuntamento è spostato. Ma quando lui arriva, mi dice che non può posticipare perché, giustamente, deve andare a riprendere vostra figlia a scuola, una scuola tipica di “sinistra”, ossia dalle suore, dove si pagano fior di soldi. Ah, non è una scuola di sinistra? Ma non erano quelli di destra che mandavano i figli alle scuole private, pagando tanti bei soldini? E allora, perdonami, perché non avete optato per la scuola statale come ho fatto io? Ah, forse perché la scuola statale è diventata di destra… Accidenti, non me ne ero accorta, stavolta sono diventata io la sbadata. Ah, non è di destra? Allora non ci capisco più nulla.
Insomma, per fartela breve, ho proposto di accompagnarlo per mostrargli dove fosse il patronato e poi ci avrebbe pensato da solo, visto che ormai ha cinquant’anni e lo reputo… pardon, reputavo una persona matura. E durante il tragitto scopre che il patronato è di destra… Apriti cielo!
Come? Cosa cambia? Non lo so. So solo che ha esitato, iniziando a dire: “Ma io sono esattamente all’opposto! Come faccio a entrare lì? Se mi vedono che figura ci faccio?”
Eh, eh! Pensavo scherzasse, e ce n’era ben donde! Non mi era mai capitato di entrare in un negozio e chiedere al proprietario se fosse di destra o di sinistra prima di decidere se acquistare da lui la roba! O forse adesso si fa così e anche qui non me ne sono mai accorta?
Probabilmente avrei fatto meglio a fermarmi e suggerirgli che, se entrare lì dentro andava contro i suoi alti ideali, io lo capivo benissimo! Sai, certa gente andrebbe presa in giro come merita, ma, sempre per tuo ricordo, l’ho accompagnato fin lì. Davanti alla vetrata si è fermato, dicendo: “Va bene così, ora so dov’è.” E stava per tornare indietro senza neppure entrare, ma un altro mio amico che lavora lì mi ha visto ed io non ci ho pensato due volte a entrare e salutarlo. Il tuo vedovo ha dovuto ingoiare il boccone amaro e seguirmi, anche se penso mi avrebbe volentieri infilzato a coltellate. Per fartela breve, si è fatto dare il numero di telefono, nonostante poteva benissimo lasciare le carte e tornare a riprendere il tutto in seguito. Amica mia, te lo avrei fatto vedere: sembrava sui carboni ardenti, come se quei due minuti trascorsi nel negozio l’avessero contaminato come un appestato. O forse sono rimasta appestata anche io e non me ne sono accorta? Accidenti, ma di quante cose non mi accorgo più ultimamente? Sto invecchiando, a quanto pare! Ma non sarà che io a queste cose non ci ho mai fatto caso perché per me non hanno importanza? Non so che dirti, però ti assicuro che ci sono rimasta malissimo. E ancor più tornando verso casa, quando se ne è uscito fuori accusando ripetutamente un certo dolore al ventre, causato dal fatto di aver somatizzato… Sì, sì, hai capito bene! Sono rimasta trasecolata. Anche tu? Pensavo lo conoscessi, visto che era tuo marito, e pensavo gli avessi riferito, all’epoca, del patronato di destra che vi aveva aiutato…
Sempre perché ti sono amica, ho fatto finta di nulla, anzi, ho sdrammatizzato dicendo: “A una certa età escono fuori tutti i dolori!”
Ecco, volevo farti sapere come si è comportato il tuo vedovo verso una persona che gli aveva fatto un favore immenso, come tu avevi all’epoca riconosciuto, a differenza dei vostri “amici” di sinistra. A quanto pare lui non ha capito e sono certa che non chiamerà per avere il favore ed io reputo più saggio che non lo faccia.
Comunque sia, ci tengo a precisare che per me rimarrai una bellissima persona, a differenza del tuo vedovo, e che noi avevamo capito che sinistra o destra non sono di vitale importanza nella vita quotidiana, ma basta avere il buonsenso e tutto si risolve.
E dimmi: almeno là dove ti trovi ora, esiste il buonsenso? Spero ardentemente di sì!

domenica 6 febbraio 2011

Stralcio da "Il richiamo del silenzio"

Aprì gli occhi lentamente, non riuscendo a capire cosa fosse successo, ma avvertì subito un malessere vago in tutto il corpo. L'orologio al quarzo indicava le undici di mattina, ma non riuscì a fare il calcolo di quante ore fosse rimasto incosciente. Qualcosa lo stava schiacciando, l'avvertiva all'altezza del petto e con un grosso sforzo alzò un braccio per cercare di liberarsi dal peso opprimente. Affondò le dita in una massa voluminosa di capelli ricci e l'adrenalina gli salì alle stelle. A fatica riuscì a sollevarsi sul sedile e abbassò lo sguardo sulla testa di Alice.
-Ehi, dolcezza... Svegliati, non fare stronzate...- sussurrò debolmente.
Ma lei non si muoveva e Tiziano allungò d'istinto una mano verso il cruscotto per prendere una siringa. Al tatto riconobbe quella giusta, afferrò un braccio dell'amica, tastò in cerca di una vena e iniettò il narcan, sperando di essere ancora in tempo. Attese che il farmaco facesse il suo effetto e nel frattempo cercò di recuperare tutte le facoltà, pulendosi alla meglio dalla saliva che aveva perso. Si guardò allo specchietto e per poco non gli prese un colpo: sembrava un morto redivivo e quello spavento l'aiutò a riprendersi un po'. Sollevò Alice dal suo petto e la stese sul sedile, chinandosi su di lei per vedere se fosse viva. Il cuore non si sentiva, le membra erano gelide e rigide e provò a scuoterla. Quando si rese conto che non reagiva e non usciva dal coma, mise in moto e partì dirigendosi al più vicino ospedale, correndo come un pazzo in mezzo al traffico caotico di Roma, la mano premuta sul clacson per far scansare le vetture, in bocca una litania che alternava tutti i santi del calendario ai turpiloqui più scurrili che avrebbero fatto arrossire uno scaricatore di porto.
Il poliziotto all'entrata lo bloccò e lui si sporse dal finestrino, balbettando concitato:
-Emergenza... L'accettazione donn... uomini... È in overdose...-
L’agente studiò prima lui, poi Alice, infine alzò la sbarra e Tiziano schizzò dentro, sfiorando un paio di pedoni che lo maledirono, quindi frenò bruscamente davanti al pronto soccorso. Si precipitò all'interno, guardandosi intorno in mezzo alla bolgia di gente, artigliò poco gentilmente per un braccio la prima infermiera che gli capitò davanti e trascinandola di peso fuori del reparto disse esagitato:
-Una barella... Sta male… La mia amica sta morendo!-
Dopo il primo attimo di spavento, la ragazza si avvicinò al Suzuki e sbirciò all’interno, rendendosi subito conto della gravità della situazione.
In breve tempo giunsero i portantini, depositarono Alice sulla barella e la dirottarono al reparto donne. Tiziano la seguì e prima che l'infermiera gli chiudesse la porta in faccia riuscì a dirle:
-Ehi, Alice è un uomo... È sieropositiva...-
-Un uomo?-
-Sì... Ho provato a farle un'iniezione di narcan, ma non è servito a niente.-
La ragazza, a occhi sgranati per la sorpresa, corse a fermare i portantini e in un attimo Alice fu dirottata all'accettazione uomini, sotto lo sguardo attento di Tiziano. L'infermiera gli ordinò di aspettare fuori e prima di lasciarlo chiese:
-Sicuro di sentirti bene?-
-Io... Sì, sto bene. Tu pensa a salvare Alice.-
-Ti raggiungo tra un po' per compilare la cartella. Aspettami qui.-
Spossato e al limite delle forze, si lasciò cadere su una sedia, ignorando le occhiate di disgusto, paura e disprezzo che gli lanciava la gente in attesa come lui e iniziò a ingoiare una pasticca dietro l'altra di roipnol. Allungò le gambe, appoggiò la testa al muro e incrociò le braccia al petto dopo essersi messo gli occhiali a specchio. Osservò le persone intorno a sé dall'aria distrutta e con gli occhi rossi di pianto e sospirò. C’era chi se la passava peggio di lui.
Quando l'infermiera riapparve facendogli cenno di seguirla, si alzò e si ritrovò in una stanzetta asettica, piena di fascicoli, cartelle, garze, siringhe, tubetti, provini, cotone, forbici e una marea di altre cose. Un portantino stava sistemando alcuni flaconi in una vetrinetta e riconobbe il metadone.
-Accomodati.- invitò la ragazza sedendosi a sua volta alla scrivania e prendendo una cartella bianca. -Mi occorrono le generalità del tuo amico.-
-Del mio amico?- ripeté senza capire, distogliendo l’attenzione dalla vetrina di fronte a sé.
-Di... Alice.-
-Ah!- esclamò lasciandosi cadere sulla sedia. -Si chiama Alice, è nata nel 1969, ha iniziato a fumare nel 1983, a farsi nel 1985, ha contratto l'HIV, è sifilitica, ha continue crisi epatiche...-
-Ehi, calma! Ok? Andiamo per ordine. Voglio sapere il suo vero nome.-
-Alice.-
-Il vero!-
-Alice.-
L'infermiera inspirò profondamente, ammonendosi di non perdere la calma e ripeté picchiando l’indice sulla cartella:
-Io qui devo scrivere il suo vero nome, capisci?-
-Ed io ti ripeto che lei è Alice. Alice e basta.- ribatté Tiziano guardandosi intorno.
-Ok. Alice, allora.- accettò rassegnata.
Il portantino gli lanciò un’occhiata di sbieco ma non disse nulla, mentre un paio di dottori, con fonendoscopio intorno al collo, entrava parlottando di un paziente con poche speranze di sopravvivenza, ignorando volutamente i presenti. Dopo averli squadrati e reputati inoffensivi, Tiziano tornò a concentrarsi sull’infermiera e chiese preoccupato:
-Come sta?-
-Hai detto che è nato nel '69?- domandò la ragazza facendo finta di non averlo udito.
-Come sta?-
-Le domande le faccio io! Ha vent’anni, vero?- sbottò esasperata, pensando che quella mattina ne aveva già viste e sentite troppe per dar retta pure a un tossico.
-Sì.-
-Cosa si inietta oltre all'eroina?-
-Cocaina.-
-Il tutto in quantità?-
-Non meno di due grammi al giorno.- rispose vagamente, fissando la penna che correva veloce sulla cartella prendendo appunti.
-Da quando è in overdose?-
-Da ieri sera.-
-Perché non l'hai portato prima?-
Tiziano abbozzò un sorriso e si sporse sulla scrivania, alitandole in faccia:
-Perché mi sono risvegliato solo un'ora fa dopo l'ultima colossale pera.-
L’infermiera si scansò istintivamente e domandò:
-E gli hai iniettato tu il naloxone?-
-Il narcan, sì.- rispose a detti stretti. -Ma a te che cazzo te ne frega?- ribatté riappoggiandosi allo schienale della sedia.
-Devo sapere tutto di lui. Come ti procuri il naloxone?-
-Senza offesa, ma sono cazzi miei.-
L’infermiera picchiettò la penna sul tavolino e infine chiese:
-Quando ha saputo di essere sieropositivo?-
-Poco tempo fa.-
-Quanto?-
-Due mesi, tre, quattro, un anno, che differenza fa?- sbottò adirato.
-Genitori?- chiese esasperata, insofferente alla ritrosia di Tiziano e alla puzza che emanava.
-No.-
-No, cosa? No, non li ha, oppure no, non li conosco?-
-No e basta.-
-Cosa fa per vivere?-
-Marchette.-
A quella risposta l'infermiera alzò rapidamente gli occhi dalla cartella e lo scrutò a lungo. Tiziano si raddrizzò sotto quell’esame e sogghignando disse:
-Hai capito male, dolcezza: io sono normale in tutti i sensi. Non me la faccio con Alice.-
-Non ti ho chiesto niente. Dove abita?-
-Con me.-
-Dove?-
-Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino.- rispose caustico. -Insomma, mi vuoi dire come cazzo sta? A che ti servono queste stronzate se dovete dimetterla?-
-Stavolta hai capito male tu: il... la tua amica la ricoveriamo perché non esce dal coma. Hai capito?-
Tiziano la fissò trasecolando, sbatté le palpebre come per schiarirsi le idee e ripeté:
-In coma? In coma? Non siete riusciti a svegliarla?-
-No. Quindi rispondi alle mie domande senza fare lo spiritoso. Domicilio?-
-In coma... È ancora in coma... Che significa? Morirà?-
-Non lo sappiamo.-
-Non lo sapete?-
-No. Dove abita?-
-A ’fanculo abita! Mi dici a che cazzo ti serve saperlo se poi lei morirà?- urlò balzando in piedi e battendo i pugni sul tavolo con una violenza dettata dalla paura.
La ragazza sobbalzò per lo spavento e lo guardò dritto in faccia, mentre il portantino si avvicinava alla scrivania con aria cupa, pronto a difendere l’infermiera e i due dottori si giravano allibiti a guardarlo.
-È inutile che ti scaldi.- cercò di placarlo con il tono più professionale che riuscì a trovare. -Di là stanno facendo il possibile per salvarlo, quindi calmati.-
-Voglio vederla.-
-Impossibile.-
-Voglio vederla!-
-Impossibile!-
Tiziano esitò un attimo, lasciò vagare lo sguardo sugli uomini presenti, quindi sorrise e se ne andò come un diavolo. L’infermiera lo rincorse, ma lui salì sul Suzuki e sparì così come era apparso.

sabato 8 gennaio 2011

Festa di compleanno

È sempre un piacere immenso ricevere l’invito alla festa di compleanno di un carissimo amico o di un parente amico (perché non tutti i parenti sono anche amici!) e prepararsi all’evento.
In primis il regalo.
Ti dai da fare ed inizi a far girare i due neuroni che vagano nel cervello in attesa di input e pensi alla persona ed al possibile presente che possa piacerle. Quindi ti dai ulteriormente da fare ed inizi a girovagare per i negozi in cerca di qualcosa che possa illuminare i due neuroni che, sebbene sotto input, non riescono a connettere. Poi, inevitabilmente, opti per un regalo che gradiresti ricevere più che regalare e torni a casa tutto soddisfatto con il bel pacchettino.
Scatta il giorno del compleanno, che, per ironia della sorte, cade il giorno dell’Epifania ed il festeggiato pensa bene di fare festa la sera del 5 per ovviare all’alzataccia del giorno dopo se fosse giorno feriale. E dunque, tutto contento perché puoi dormire la mattina dopo, ti informi sul luogo e sull’orario. E lì ti prende il primo colpo: un localino niente po po di meno che a Via del Tritone, angolo con Piazza Barberini. Per coloro che non hanno sentore del come si vive nella capitale, questi nomi diranno ben poco, ma per chi vive a Roma sa che sono luoghi proibitivi da raggiungere con la macchina. Praticamente dovresti brevettare seduta stante un’autovettura che, una volta giunto a destinazione, possa ripiegarsi e prendere comodamente posto nella tua tasca del giubbotto. Praticamente impossibile, al pari del riuscire a parcheggiare. Be’, però a Piazza Barberini c’è la fermata della metro e l’idea balzata in mente ai due neuroni è di evitare la macchina ed optare per Il Tubo. E lì giunge il secondo colpo: l’unico inconveniente è che l’appuntamento al locale è per le 21,30 e la metro chiude i battenti alle 23! Impossibile pensare all’alternativa all’autovettura. E dunque ti armi di santa pazienza, ti prepari con cura, prendi il pacchetto del regalo e decidi di uscire con un’abbondante mezz’ora di anticipo in modo da poter girare nei dintorni del locale nella speranza mai morta di riuscire a trovare un buco di parcheggio.
I due neuroni hanno avuto una buona sinapsi, ma del parcheggio neppure l’ombra. Chiaramente tutta Roma si è riversata nelle strade la sera del 5 gennaio per festeggiare l’arrivo della Befana ed alle 21,30 non trovi un briciolo di buco neppure in braccio al vigile urbano che ti guarda girare e rigirare sotto il suo naso ed è pronto a tirare fuori libretto e penna per la contravvenzione. L’unica cosa positiva è che in questo modo scovi piccoli vicoli di Roma che, altrimenti, non vedresti mai, per finire ad un incrocio spettacolare: dinanzi un bel divieto di transito, ai lati l’obbligo di svolta a destra o sinistra. I sampietrini, che hanno avuto il loro da fare per rimbambirti più del necessario sballottando la macchina come se fosse un carro della vecchia Roma, ti mostrano due vicoli dove non ci sono vetture e tu, bello speranzoso, imbocchi quello di sinistra, senza accorgerti che coloro che ti seguono optano per quello a destra. Stavolta il posto lo trovi, sei da solo a prendere quella strada e ti pare che… Il vicolo, incredibile a dirsi, si restringe sempre più, fino a giungere ad una impossibile curva dove neppure una biga riuscirebbe a svoltare! Panico! Proseguire è una follia, a meno di decidere di rimanere incastrato e far parte perenne dei palazzi; tornare sui propri passi, anzi, sulle proprie gomme, significa fare retromarcia fino all’incrocio fatidico. Nei dintorni neppure un’anima e con un gemito ti metti di santa pazienza a fare retromarcia, pregando di non sbattere contro il muro dei palazzi che sembrano incombere sul vicolo, mentre qualcuno affacciato alla finestra ti guarda e scuote lentamente la testa. E quando, infine, raggiungi di nuovo l’incrocio maledetto, prendi l’alternativa che, anziché riportarti a Via del Tritone, ti porta a Via del Corso, di fronte a Montecitorio. A quel punto sbirci l’ora: le 21,45. Sono la bellezza di tre quarti d’ora che giri come un’anima in pena e la speranza di trovare parcheggio affievolisce sempre più. Qualcuno suggerisce di andare a parcheggiare a Lungotevere, ma a quel punto tanto valeva lasciare la macchina sotto casa e farsela a piedi!
Ti incaponisci e continui a girare, con la pioggerella tediosa che ti limita la visuale ed i due neuroni che scemano sempre più le funzioni vitali. E quando realizzi che il posto non lo troverai neppure se piangi in cinese, ti accorgi che ormai è quasi arrivata la Befana con tutte le calze piene di schifezze varie.
Però è questo il bello degli amici: se non festeggi al centro di Roma, che festa è? Se scegli di rimanere nei dintorni di casa vuol dire che sei un babbione pantofolaio, mentre loro sono giovani e preferiscono girare tre ore in macchina prima di trovare posto pur di andare in un locale trendy e poter dire: ci sono stato! Che poi in questo locale ci rimani un’ora sola, poco male: hai speso cinquanta euro di benzina a forza di girare con la macchina, hai pagato l’entrata venti euro e neppure riesci a mangiare per il nervoso. Bella soddisfazione!
Ma non era più semplice scegliere un locale sotto casa, dove di parcheggi ne trovi a iosa e dove ti metti seduto per tempo e mangi con gusto?
Sarà che forse sto invecchiando, ma proprio non capisco più questi miei coetanei che vogliono a tutti i costi fare i giovani!