mercoledì 12 ottobre 2011

Lucrezia Borgia - Tratto da "Roma vista da me"

(Subiaco, 18 aprile 1480 - Ferrara, 24 giugno 1519)


Mi aggiro in silenzio nelle stanze dei Musei Vaticani, mirando incantata le opere d'arte in esse contenute, instancabile e insaziabile dinanzi ai dipinti di Raffaello, insignificante sotto la volta della Sistina, stupefatta nel fissare le mummie egizie, fin quando entro nella Torre Borgia, fatta costruire da papa Alessandro VI e mi addentro nelle sale affrescate da Bernardino Betti, il Pinturicchio, soffermandomi sui volti dove il pittore ha ritratto i componenti della famiglia Borgia. I dipinti sono così belli che rapiscono lo sguardo e quasi mi pare impossibile che quelle figure così candidamente ritratte possano essere i crudeli personaggi che la Storia ci ha tramandato. O, almeno, una parte della Storia. Chiudo gli occhi e un attimo dopo vedo la santa Caterina che, quasi per magia, si stacca dall'affresco e rimane sospesa a mezz'aria, fluttuando lieve, simile a un sogno. Ci risiamo, penso sgranando gli occhi e fissando la figura davanti a me che, sorridendo affabile, esordisce:
-Lo vuoi proprio sapere?-
Rimango mio malgrado incantata e mi accorgo che la gente che affolla la sala non si rende conto di noi, non ci guarda neppure, come se fossimo due creature invisibili. Lei, Lucrezia adolescente, presa a modello dal Pinturicchio per interpretare la santa, mi sorride e alza il braccio per mostrarmi i suoi familiari.
-Mio padre, Rodrigo Borgia, eletto papa con il nome di Alessandro VI, era un uomo buono, parco, gaudente, sostenuto dalla ferrea Fede che aveva nel Cristo, a dispetto di tutti coloro che lo hanno soprannominato l'Anticristo.-
-In effetti, si concedeva talmente tanta licenza che quando era ancora un giovane vescovo si è beccato un rimprovero dall'allora papa Pio II Piccolomini.-
Lei annuisce e ribatte candidamente:
-Era moralità del tempo. Non esisteva uomo di Fede che non fornicasse.-
-Alla stregua di tuo fratello?- domando insinuante.
La vedo scurirsi in volto per una frazione di secondo, quindi recuperare la regalità conseguita per ricoprire il ruolo primario di principessa del Vaticano.
-Mio fratello Cesare era un cardinale allegro, modesto, pieno di vita e i contemporanei possono sottoscrivere.-
-Era il fratello maggiore, vero?-
-Maggiore se parli dei figli che mio padre ha avuto da Vannozza Cattanei: ne ha avuti altri in precedenza da altre donne. Ma sì, Cesare era il maggiore, poi venivamo Juan, io e infine Jofre. Quattro, e mio padre ci ha amato tutti, in particolare Juan, destinato alla carriera militare.-
Vedo i suoi occhi brillare mentre parla della sua famiglia e comprendo che il loro sangue valenzano li ha legati indissolubilmente.
-So che ti sei sposata a tredici anni.- rammento, provando a toccare un visitatore per assicurarmi di essere vista, ma costui non mi sente neppure.
-Sì, con Giovanni Sforza, conte di Pesaro e nipote del Moro. Ma era un matrimonio destinato a naufragare per correre dietro ai venti politici.- commenta scuotendo la bellissima testa dai lunghi capelli biondi. -Puoi immaginare cosa significa essere costretta a sciogliere un matrimonio in quell'epoca? Mio padre e mio fratello erano talmente sicuri del fatto loro che non si sono mai curati dell'infamia che mi gettavano addosso.-
-Come un marchio a fuoco.-
-Proprio così. Quando Giovanni non è stato più utile, mio padre e Cesare si sono guardati intorno per cercarmi un altro degno marito che a loro potesse aprire le porte di altre proficue alleanze. A me non era concesso ribellarmi. Come non mi è stato concesso piangere la morte di mio fratello Juan.-
Sento la sua voce incrinarsi al penoso ricordo e posso solo immaginare il dolore da lei provato.
-Se non rammento male,- mormoro facendo un vago gesto con la mano, -fu ritrovato accoltellato nel Tevere, nello stesso periodo in cui eri costretta a divorziare.-
Lei china appena la bionda testa e sospira mestamente.
-Fu un momento terribile per me e per tutto il mondo cristiano. Il fatto poi di non aver mai saputo chi avesse osato uccidere il figlio prediletto del papa, lasciò tutti con l'amaro in bocca.-
-Si sussurrò che fosse stato Jofre, tuo fratello più piccolo, perché Juan era l'amante di sua moglie.-
-Sciocchezze.- taglia corto con decisione, alzando il mento come una regina. -Noi Borgia siamo stati a lungo infamati da parole che hanno scavalcato i secoli, proferite da persone che ci hanno sempre odiato. Era vero che Juan fosse l'amante di sua moglie, ma Jofre non ha mai ucciso nessuno. Si disse pure che fosse stato Cesare, ma neppure lui avrebbe mai alzato la mano su un congiunto.-
-E chi fu a ucciderlo?- domando incuriosita. -La Storia non ha mai svelato l'arcano.-
-Fai la domanda alla persona sbagliata: io ero chiusa in convento in quel periodo, in attesa del divorzio e pronta a impalmare il secondo marito, il duca di Bisceglie.-
-Per certo, qualcuno che conosceva bene le sue abitudini lo ha colpito e poi si è ritirato nel buio.- indago pensierosa.
-Sì, e quello che so per certo è che mio padre incolpò gli Orsini, senza, per altro, averne mai le prove.-
-La scomparsa di tuo fratello fu la causa dello spogliamento di Cesare.-
-Ovvio. La nostra famiglia aveva bisogno di un uomo d'arme più che di un uomo di Chiesa e Cesare scese in campo.-
-Una morte quanto mai provvidenziale per l'ambizione del Valentino.- faccio notare.
Lei mi fissa dall'alto in basso, con il distacco dell'essere superiore e ribatte:
-Cosa ne sai tu? La gente dice che uccise il fratello per diventare condottiero; io sostengo che fu costretto a divenire condottiero perché gli avevano ucciso il fratello.-
Con un cenno della testa le concedo il beneficio del dubbio e insinuo:
-Si dice pure che tu abbia avvelenato i tuoi mariti.-
Si mette a ridere di cuore, portando una mano alla bocca ed io rimango incantata dinanzi alla sua bellezza e ai suoi modi gentili, da sempre decantati dai poeti e dalle persone a lei vicine.
-Io non ho mai avvelenato nessuno. Amavo talmente tanto il mio secondo marito che quando Cesare me lo ha ucciso per potermi rendere vedova e donarmi agli Este, sono quasi impazzita dal dolore.-
-Vuoi dire che, nonostante il matrimonio politico, eri innamorata di Alfonso d'Aragona?-
Lei socchiude i bellissimi occhi a mandorla e sospira.
-Chi non l'avrebbe amato? Era giovane, bello e gentile ed ho pregato per avere una lunga vita insieme a lui. A quanto pare,- aggiunge con tono struggente, -ho pregato la persona sbagliata.-
Vedo una piccola goccia di rugiada bagnare le sue ciglia e commento:
-Allora ricusi l'accusa di avvelenatrice.-
-Così come ricuso tante altre calunnie gettate sul nostro nome.-
-Eppure la gente ci crede.- faccio notare inarcando le sopracciglia.
Lei abbozza un sorriso e volge il chiaro sguardo oltre la finestra, perdendosi in ricordi lontani. Io ne approfitto per provare a toccarla, per vedere se è reale o se è il frutto della mia fantasia e lei mi lascia fare, condiscendente e intimamente divertita. Con timidezza le sfioro la manica a sbuffo e sento sotto i polpastrelli la vellutata morbidezza del broccato e le coste in rilievo ricamate con fili d'oro. L'emozione quasi mi stronca e alzo lo sguardo per guardarla, bellissima e delicata, eterea ed evanescente.
-Mio padre fu troppo buono nel concedere che il popolo, e chi lo sobillava, sparlasse di lui e lo rendesse ridicolo; Cesare, al contrario, puniva persino i pensieri.-
Esito dinanzi alla sua espressione assorta, come rapita da un vago senso di voluttà e solo dopo un po' le rammento:
-Si dice che tuo fratello fosse un mostro.-
Lei mi fissa e d'istinto allunga la mano per scansare una ciocca di capelli che mi era caduta sugli occhi ed io arrossisco come una scolaretta.
-No, non lo era. Era determinato e ispirato da un alto ideale: quello di unire un'Italia lacerata da guerre intestine; e per portare a termine i suoi progetti non si è fermato dinanzi a nulla. Basti dire che mi ha fatto sposare Alfonso d'Este, recalcitrante e inviperito contro la mia persona perché credeva a tutte le malelingue che correvano sulla mia famiglia.-
-Ma poi ha finito con l'amarti.-
China appena la testa e annuisce.
-Sì, si è ricreduto, come tutti, del resto. Ha pianto moltissimo la mia dipartita.-
Colgo quel commento per mormorare insinuante:
-Si dice che alla morte del Valentino, il tuo pianto straziante somigliasse a quello di una donna innamorata.-
Lei si gira a guardarmi, raddrizza le spalle e i suoi occhi grigi brillano come diamanti.
-Cesare era l'uomo più seducente e bello del suo tempo. Nessuno poteva avvicinarlo senza cadere nel magnetismo del suo fascino. Persino i suoi condottieri, quando hanno provato a ribellarsi al suo straripante potere, gli sono caduti tra le mani appena li ha richiamati. Era impossibile resistergli. Tutti, prima o poi, si scornavano contro i suoi modi affabili, il suo timbro di voce dolce e sommesso, la sua forza fisica che amava mettere in mostra; prova a chiedere al suo fido Michelotto: si è lasciato torturare pur di non rivelare i suoi segreti. Cesare era una forza della natura e nessuno poteva o riusciva a resistergli.-
-Eppure ti ha ammazzato il marito.- le ricordo.
Lei esita, si tocca la fronte con la mano e sospira, come riportata indietro di secoli, a un periodo buio della sua vita, il periodo indimenticabile di Roma.
-Per un po' l'ho odiato, è vero.- ammette riluttante. -Ma era impossibile odiare a lungo il Valentino: era il mio fratello preferito.- aggiunge con insinuante dolcezza e con sguardo che non ha bisogno di altre parole.
Questa volta chino io la testa, accettando la sua mezza risposta e m'informo:
-Come ti sei trovata lontana da Roma?-
Sospira malinconica e chiude un attimo i suoi magnifici occhi, quindi risponde:
-Roma… Roma era tutto per me: era il bene ed era il male, era la felicità ed era il dolore, era la gioventù ed era l'irresponsabilità. Io ho amato oltremodo Roma e quando l'ho lasciata, costretta a trasferirmi a Ferrara, ho pianto a lungo. Tu hai mai lasciato l'Urbe?- indaga fissandomi dritto negli occhi.
-Solo il tempo strettamente necessario per andare in vacanza.- ammetto sorridendo.
-Io l'ho lasciata per sempre e quel vuoto non si è mai colmato.-
-Ma a Ferrara,- ribatto, -alla fine ti sei trovata bene; tuo marito, da prima riluttante, alla fine ti ha amato teneramente ed ha pianto la tua morte, così come i ferraresi. Sei rimasta nei loro cuori.-
-Sì, è vero, tuttavia ho dovuto faticare non poco per sopire i malanimi. Ero vista come una strega, come una donna dissoluta e dai facili costumi. Nulla di tutto ciò, anche se a tutt’oggi lo si crede. Pensa un po',- aggiunge con aria birichina, -quando sono morta, di parto, hanno finalmente scoperto che portavo il cilicio. No,- conclude con un sorriso dolce, -non sono mai stata il mostro che mi si dipinge, tanto meno lo è stato Cesare. La nostra unica colpa, semmai, è stata quella di essere una famiglia di umili origini che vanta due papi e che ha travolto nomi altisonanti come gli Orsini, i Colonna, i Savelli, gli Aragona, gli Sforza, i Malatesta, i Baglioni e tanti altri. Di nemici ne abbiamo avuti molti, a partire dal re di Francia ai reali Cattolici di Spagna, ma abbiamo avuto anche tanti ammiratori, quali il Machiavelli, Leonardo da Vinci, il Bramante, il Bembo, il Sangallo, i Medici e, soprattutto, il popolo.-
-Non è poco.-
-No, non è poco.-
Ci guardiamo per un lungo attimo, con la connivenza di due donne che si conoscono da una intera esistenza e la vedo sorridere un attimo prima di sfiorarmi la fronte con un bacio materno. Rimango esterrefatta, rapita dal suo fascino malinconico e un nodo mi chiude la gola quando riprende il suo posto nel dipinto, immobile dinanzi alla figura di suo fratello Cesare.

domenica 25 settembre 2011

Intervista

E' stata una grande emozione rientrare da un viaggio a Valencia e trovare pubblicata l'intervista sul portale Talento nella Storia!
Eccola qui!

mercoledì 7 settembre 2011

Noi italiani

In questi giorni, per caso, ho avuto la riprova, ahimé, di quanto noi italiano siamo indisciplinati, arroganti e ignoranti rispetto al resto del mondo o, almeno, del mondo civilizzato.
Ho accompagnato alcuni amici a visitare la basilica di S. Pietro e, siccome indossavo un vestito scollato, le guardie non mi hanno concesso di entrare perché avrei dovuto coprire le spalle con un foulard o un giacchettino che non avevo. Colpa mia, perché so che non si entra in chiesa come se si stesse andando in spiaggia, ma siccome a Roma segnavano 40°, non ho pensato a questo inconveniente. Pertanto, con pazienza mi sono messa in disparte, permettendo ai miei amici di entrare ed io sono rimasta in attesa accanto a una bellissima ragazza di Salamanca, anche lei sprovvista di foulard.
Durante il lasso di tempo occorso ai miei amici per vedere la basilica, dinanzi alle guardie sono passate centinaia di visitatori provenienti da tutto il mondo e quando qualcuno si sentiva invitato a non entrare se non si fosse coperto, ho assistito a scene a dir poco imbarazzanti.
In linea di massima gli stranieri erano già premuniti, poiché in ogni guida, in ogni libro, in ogni cartellone è indicato che è vietato entrare nelle chiese con shorts e bretelle; tuttavia chi non aveva di che coprirsi ci rimaneva male, un po’ spaesato, eppure si metteva da parte, in attesa che un congiunto andasse ad acquistare un foulard che permettesse alle signore in questione di accedere alla basilica, tutti comunque disciplinati e pazienti. Del resto, dopo aver fatto migliaia di chilometri, cinque minuti di attesa per scoprire le meraviglie di S. Pietro valgono bene un po’ di calura romana.
Poi sono giunti alcuni italiani che, a dispetto dei cartelli informativi che capirebbe anche un bambino, e a grandissimo dispetto di quella fetta di italiani ligi e corretti, hanno iniziato a inveire contro le guardie, pretendendo di entrare adducendo la puerile scusa che venivano da lontano e che, secondo loro, era inammissibile rinunciare a vedere la chiesa per una simile sciocchezza. Purtroppo nessuno ha spiegato a queste persone che non si tratta di sciocchezza, bensì di rispetto. Vorrei tanto vedere le loro facce all’entrata di una sinagoga o di una moschea…
Per non parlare dei furbi, che hanno fatto finta di capire, si sono messi al mio fianco in attesa, per poi approfittare della presunta distrazione delle guardie per avviarsi verso la scalinata e guadagnare la basilica. La scena patetica è stata che le guardie se ne sono accorte, come era ovvio perché non stanno lì con le mani in mano, e li hanno rincorsi, esortandoli ad allontanarsi.
Ebbene, mi sono vergognata di appartenere ad un popolo simile. Sì, vergognata, perché non conosciamo regole, né rispetto, ci facciamo beffe di tutto e di tutti pensando di esserci comportati nel modo giusto fregando il prossimo e ci arrabbiamo e offendiamo se dall’altra parte qualcuno osa mostrarci che abbiamo torto. A discapito, questo, degli italiani che si comportano bene.
Noi, che siamo stati un popolo meraviglioso, che abbiamo conosciuto i fasti del Rinascimento, gli atti di eroismo del Risorgimento, che possediamo un patrimonio che tutto il mondo ci invidia in fatto di natura e Storia, noi siamo diventati un popolo di burattini arroganti e ignoranti e non dobbiamo meravigliarci se il nostro paese va a rotoli. Diceva bene uno statista di cui non faccio il nome: che non era difficile governare l’Italia, bensì gli italiani.

giovedì 1 settembre 2011

Stralcio da "Agemina"

Orso portò un affondo con la spada e Gelina provò a difendersi, senza riuscirci. Sotto i suoi assalti scivolò e rovinò a terra, in un fragore sordo di ferraglia e maledisse l'armatura. -Non è ad essa che devi rivolgere i tuoi epiteti, bensì a te stessa.- la rimproverò Orso, offrendole la mano per aiutarla mentre sorrideva divertito. Gelina la prese e si rimise in piedi, chiedendo: -Perché a me?- -Perché,- rispose picchiandole l'indice sulla fronte, -questa testolina si trova in chissà quale altro posto.- Lei si irrigidì e afferrò nuovamente lo spadone a due mani, mettendosi in guardia. -Non so di cosa parli.- affermò con sicurezza. -Ma davvero?- la schernì guardandola in tralice. -Non perderti in futili chiacchiere da comare e combatti.- lo esortò menando la spada. Orso parò il colpo senza fatica e rise della sua goffaggine, agguantandole un polso e facendole cadere l'arma. Per un lungo attimo rimasero a guardarsi negli occhi e la ragazza notò all'improvviso quanto fossero belli quelli del suo amico, circondati da lunghe e folte ciglia bionde. Strano che non se ne fosse mai accorta prima. E quelle efelidi sul naso dritto… -Ascolta, Gelina.- iniziò lui con tono serio. -Questa è solo una perdita di tempo: tu qui, ora, non stai imparando niente.- -Non è vero.- ribatté cocciuta, facendo il broncio come una bambina. Orso sbuffò e scosse la testa prima di continuare: -Sei la signora e i tuoi vassalli ti adorano e ti prendono ad esempio. Dovresti controllarti davanti a loro. Si sono accorti del tuo cambiamento dall'arrivo del Colonna e questo non è regolare. Hai indetto un torneo solo per compiacerlo e questo non è regolare. Ti mostri troppo interessata e questo non è regolare.- -Ma io non...- -E non provare a negare con me. Ti conosco troppo bene, ormai.- Si fronteggiarono a lungo, come spesso era capitato in quegli anni, lei con espressione incerta, lui conciliante; infine Gelina abbassò lo sguardo sulla mano che le tratteneva il polso e Orso la lasciò andare, come se si fosse improvvisamente scottato. Per un lungo istante rimase perplesso e attonito, non comprendendo quello che gli stava accadendo, mentre prendeva coscienza che il suo cuore aveva iniziato una folle corsa che gli tagliava in due il respiro. Esitò dinanzi al suo volto assorto e dovette deglutire prima di dire: -Riesci a capire cosa cerco di dirti?- Lei annuì pensierosa e si allontanò di qualche passo, trascinandosi addosso la pesante armatura. Orso continuò a studiarla anche quando gli diede le spalle e per la prima volta, in tutti i suoi diciotto anni di vita, si fermò a esaminare il corpo di una donna. Aveva avuto molte avventure con contadine, serve e dame che erano state ben liete di ruzzolarsi con lui in un fienile o in mezzo ai campi, ma non si era mai soffermato a guardare realmente la persona che aveva davanti. Si era sempre limitato a prendere quello che loro gli offrivano, senza curarsi di chiedere il nome o di ricordarsi di loro la mattina dopo. E ora, senza rendersene conto, studiava le forme esili di Gelina strette dentro l'usbergo. Era fine, delicata, minuta come si conveniva a una gran dama di nobile famiglia. Oltre al ricamo, le sue mani non avevano mai toccato altro ed erano candide e senza calli. Tuttavia Gelina era diversa dalle altre dame: aveva capito che in quel mondo prettamente maschile era utile per una donna sapersi difendere con le proprie mani ed era per questo che lo aveva supplicato di insegnarle a usare la spada. Non lo avrebbe chiesto a nessun altro, perché ogni buon cavaliere sarebbe inorridito dinanzi a una simile richiesta. E lui aveva accettato di buon grado, anche perché, vivendo a stretto contatto con lei, aveva capito da tempo che il suo era un carattere coriaceo e che era meglio assecondarla nei suoi capricci per evitare litigate e scenate puerili. Eppure ad osservarla ora, così assorta in un'espressione schiettamente femminile, mentre camminava goffa dentro l'armatura esclusivamente maschile, gli fece un effetto sconvolgente. Non era la prima volta che la vedeva vestita così, come un uomo, anche perché era stato lui stesso a insistere ché indossasse la cotta in maglia per evitare che potesse farsi male; eppure ora… Ora le sue budella si rivoltarono, il cuore gli salì in gola e dagli inguini partì un calore che lo eccitò terribilmente. Per la miseria! pensò imbarazzato. Che diavolo mi sta succedendo? Lei scelse quel momento per girarsi a guardarlo, bellissima con i raggi del sole che le risplendevano addosso indorandola e per la prima volta in vita sua Orso abbassò lo sguardo. -È vero. Il Colonna è affascinante e tutte le mie dame tubano come colombe. A me ha fatto uno strano effetto: mi sento diversa, piacevolmente diversa e tuttavia non saprei spiegarti perché. È un peccato? Dimmelo, Orso, perché io non lo so.- Lui deglutì e si costrinse a guardarla: fu un errore, perché il suo cuore partì al galoppo e si sentì male. Gelina aveva un'espressione angelica e timorosa insieme, gli occhi sgranati nel terrore di aver infranto una delle leggi divine, il volto accaldato dalla lotta, le trecce che le danzavano intorno alla vita fino a lambire le natiche e le gambe e Orso dovette far violenza a se stesso per trattenersi dal stringerla tra le braccia e… Ma che diavolo mi sta succedendo? si ripeté preoccupato. Sono anni che vivo al suo fianco, crescendo con lei, volendole bene come un fratello e ora… Ora che mi prende? pensò sgomento. -Io… Io non credo che tu abbia peccato. Non... non lo credo proprio.- balbettò incerto. -Però padre Alfio dice che un uomo e una donna…- -I preti dicono tante stupidaggini.- tagliò corto con gesto deciso della mano. Gelina lo studiò a lungo, avvertendo che qualcosa non andava e gli chiese: -Stai bene?- -Sì. Devo solo aver mangiato qualcosa che mi ha fatto male.- borbottò per convincere più se stesso che lei. Gelina si avvicinò preoccupata e gli toccò la fronte, per accertarsi che non avesse la febbre, ma a quel tocco lui sussultò e si allontanò con uno scatto. -Mio Dio, Orso, che ti succede?- esclamò agitata. -Niente. Non ho niente. Voglio solo essere lasciato in pace.- Impugnò la spada e se ne andò, ancora confuso e smarrito, chiedendosi se veramente non stesse male. Lungo i corridoi captò commenti pungenti sul bel cavaliere e vide l'espressione estasiata di una ancella al solo sentire il nome di Braccio Colonna e, come arrivò nella sua piccola stanza, capì come se avesse ricevuto una staffilata che la sua malattia aveva un nome: gelosia.

domenica 21 agosto 2011

Su di me

E dire che pensavo di essere una tra pochi matti, invece ho scoperto che la mia passione è un “male” comune a molti italiani: scrivere. Sì, scrivere. Sembra facile, eppur non lo è. Soprattutto se viviamo in Italia, dove la metà della popolazione imbratta carta come me e almeno l’altra metà dovrebbe (e il condizionale è d’obbligo) leggere. Invece siamo il paese dove si scrive tanto e si legge pochissimo e questa, per un aspirante scrittore, risulta essere una mazzata tra capo e collo. Almeno per la sottoscritta è stato così.
Scrivo (imbratto carta come sopra) da quando facevo le elementari e crescendo mi sono accorta che se non hai un cognome con una storia alle spalle (può andare come eufemismo?) sei considerato dagli editori alla stregua della mosca che ti ronza intorno e crea solo fastidio. No, peggio: della zanzara che ti punge e che devi assolutamente schiacciare contro il muro per liberartene. Salvo che non si tratti di editori a pagamento, i quali ti stendono un tappeto rosso sotto gli occhi e tu neppure ti accorgi che anche per loro sei una zanzara e che il rosso del tappeto è quello del tuo sangue che loro succhiano come vampiri.
Tornando alla sottoscritta, dicevo che amo scrivere, leggere e disegnare (non a caso le copertine dei miei libri le ho fatte io) e in genere prediligo i romanzi storici. Perché? Perché sono convinta che la Storia non si impari a scuola, nel modo obbrobrioso in cui te la insegnano i professori, (per lo meno la maggior parte di essi) e capisco bene le smorfie di coloro che non vogliono neppur sentir parlare di questa materia. Eppure vi assicuro che è bellissima se spiegata nel modo giusto. Con questo non voglio assolutamente innalzarmi a maestrina, non sia mai, ma, nel mio piccolo, cercare di narrare a minuscoli passi le cause che portarono a determinati eventi, oppure scrivere la vita di alcuni personaggi storici che nell’immaginario collettivo sono totalmente distorti. Non vi è mai capitato di passare dinanzi a un palazzo signorile, a una roccaforte, a un mausoleo, a una strada antica e chiedervi: chi ci avrà vissuto? Quali vicende si nascondono dietro questi mattoni? Ecco: per me è così che succede, vado oltre la semplice visuale che mi propone l’occhio e immagino le persone che ci hanno vissuto, amato, odiato, ordito... E subito penso a come rendere meno intricate le vicende svolte in quel luogo, inventando personaggi che, inevitabilmente, intrecciano le loro vite con persone realmente vissute e con esse vivono gli eventi storici. Facile, no? Sì, sembra, eppure non è così.
Ma non scrivo solo romanzi storici. Però il filo conduttore per ognuno di essi è sempre il solito: ogni qualvolta riprendo in mano un mio scritto, lo distruggerei e lo rifarei daccapo! Non so se vi è mai capitato: io mi accorgo sempre degli errori/orrori solo a distanza di tempo, quando la mente si è svuotata di quel racconto e non lo so più a memoria! Perché a forza di correggere, correggere, correggere... le parole non le leggo più, è tutto impresso nella mente e non vedo più neppure il refuso. Allora mi vedo costretta a smettere, dimenticare il libro per una mesata buona e poi, con infinita pazienza, riprenderlo in mano e... inorridire tutte le volte! Inutile domandarsi come ho fatto a non accorgermi degli errori: si ripete sempre lo stesso schema, per questo alla fine ho preso un bel respiro e ho dato da leggere i miei libri a estranei. E devo dire che quattro occhi vedono meglio di due.
Per anni la mia passione è stata votata solo ed esclusivamente alla sottoscritta e alla ristretta cerchia di amici che mi spronavano a mandarli a un editore, fin quando ho avuto riprova che gli americani sono un gran popolo sotto tanti punti di vista e quello dell’editoria è uno dei tanti. Quando ancora in Italia non si conosceva la pubblicazione on-demand, sono stata folgorata dal fare la conoscenza del sito Lulu.com, americano per l’appunto, un sito che consente a chiunque abbia una vena artistica di realizzare i propri sogni... senza spendere un centesimo! In seguito anche da noi sono sorti siti sulla falsa riga di quello statunitense, eppure nessuno eguaglia la grandezza di Lulu.com, che offre più di tutto quello che ti offrono gli altri, senza per forza di cose dover acquistare copie ad ogni revisione che fai del tuo romanzo, oppure acquistare un minimo di copie, o rimanere vincolato al sito dove decidi di pubblicare e via dicendo.
Così, senza porre altro tempo in mezzo, mi sono decisa e, riesumati i romanzi gettati nel cassetto, li ho corretti (per l’ennesima volta!), impaginati a dovere, ho disegnato la copertina e... et voila! Il libro è pubblicato per chiunque abbia voglia di leggerlo. Negli anni ne ho pubblicati dieci, di cui due sono solo brevi racconti e uno la raccolta di interviste che erano apparse su un web magazine. Il bello di Lulu.com, è che ti dà la possibilità di concedere il download gratuito, oltre un ISBN gratuito e la certezza assoluta che tu sei e rimarrai il solo detentore dei tuoi diritti d’autore. Le mie piccole soddisfazioni me le sono tolte e ora ho anche un gruppetto di fans che attende sempre l’ultimo libro per poterlo leggere.
Il mio consiglio spassionato per gli aspiranti scrittori, è di non fidarsi assolutamente di chi ti chiede soldi per un lavoro che tu hai fatto (dovrebbero pagarti loro!) ma di provare a cambiare la propria visuale sul modo di pubblicare un libro. Prima di buttarvi in pasto ai pescecani, fatevi un giro su Lulu.com, c’è anche la parte in italiano che spiega come fare e vi assicuro che è facile. Chissà, forse impareremmo anche a leggere di più.