giovedì 1 settembre 2011

Stralcio da "Agemina"

Orso portò un affondo con la spada e Gelina provò a difendersi, senza riuscirci. Sotto i suoi assalti scivolò e rovinò a terra, in un fragore sordo di ferraglia e maledisse l'armatura. -Non è ad essa che devi rivolgere i tuoi epiteti, bensì a te stessa.- la rimproverò Orso, offrendole la mano per aiutarla mentre sorrideva divertito. Gelina la prese e si rimise in piedi, chiedendo: -Perché a me?- -Perché,- rispose picchiandole l'indice sulla fronte, -questa testolina si trova in chissà quale altro posto.- Lei si irrigidì e afferrò nuovamente lo spadone a due mani, mettendosi in guardia. -Non so di cosa parli.- affermò con sicurezza. -Ma davvero?- la schernì guardandola in tralice. -Non perderti in futili chiacchiere da comare e combatti.- lo esortò menando la spada. Orso parò il colpo senza fatica e rise della sua goffaggine, agguantandole un polso e facendole cadere l'arma. Per un lungo attimo rimasero a guardarsi negli occhi e la ragazza notò all'improvviso quanto fossero belli quelli del suo amico, circondati da lunghe e folte ciglia bionde. Strano che non se ne fosse mai accorta prima. E quelle efelidi sul naso dritto… -Ascolta, Gelina.- iniziò lui con tono serio. -Questa è solo una perdita di tempo: tu qui, ora, non stai imparando niente.- -Non è vero.- ribatté cocciuta, facendo il broncio come una bambina. Orso sbuffò e scosse la testa prima di continuare: -Sei la signora e i tuoi vassalli ti adorano e ti prendono ad esempio. Dovresti controllarti davanti a loro. Si sono accorti del tuo cambiamento dall'arrivo del Colonna e questo non è regolare. Hai indetto un torneo solo per compiacerlo e questo non è regolare. Ti mostri troppo interessata e questo non è regolare.- -Ma io non...- -E non provare a negare con me. Ti conosco troppo bene, ormai.- Si fronteggiarono a lungo, come spesso era capitato in quegli anni, lei con espressione incerta, lui conciliante; infine Gelina abbassò lo sguardo sulla mano che le tratteneva il polso e Orso la lasciò andare, come se si fosse improvvisamente scottato. Per un lungo istante rimase perplesso e attonito, non comprendendo quello che gli stava accadendo, mentre prendeva coscienza che il suo cuore aveva iniziato una folle corsa che gli tagliava in due il respiro. Esitò dinanzi al suo volto assorto e dovette deglutire prima di dire: -Riesci a capire cosa cerco di dirti?- Lei annuì pensierosa e si allontanò di qualche passo, trascinandosi addosso la pesante armatura. Orso continuò a studiarla anche quando gli diede le spalle e per la prima volta, in tutti i suoi diciotto anni di vita, si fermò a esaminare il corpo di una donna. Aveva avuto molte avventure con contadine, serve e dame che erano state ben liete di ruzzolarsi con lui in un fienile o in mezzo ai campi, ma non si era mai soffermato a guardare realmente la persona che aveva davanti. Si era sempre limitato a prendere quello che loro gli offrivano, senza curarsi di chiedere il nome o di ricordarsi di loro la mattina dopo. E ora, senza rendersene conto, studiava le forme esili di Gelina strette dentro l'usbergo. Era fine, delicata, minuta come si conveniva a una gran dama di nobile famiglia. Oltre al ricamo, le sue mani non avevano mai toccato altro ed erano candide e senza calli. Tuttavia Gelina era diversa dalle altre dame: aveva capito che in quel mondo prettamente maschile era utile per una donna sapersi difendere con le proprie mani ed era per questo che lo aveva supplicato di insegnarle a usare la spada. Non lo avrebbe chiesto a nessun altro, perché ogni buon cavaliere sarebbe inorridito dinanzi a una simile richiesta. E lui aveva accettato di buon grado, anche perché, vivendo a stretto contatto con lei, aveva capito da tempo che il suo era un carattere coriaceo e che era meglio assecondarla nei suoi capricci per evitare litigate e scenate puerili. Eppure ad osservarla ora, così assorta in un'espressione schiettamente femminile, mentre camminava goffa dentro l'armatura esclusivamente maschile, gli fece un effetto sconvolgente. Non era la prima volta che la vedeva vestita così, come un uomo, anche perché era stato lui stesso a insistere ché indossasse la cotta in maglia per evitare che potesse farsi male; eppure ora… Ora le sue budella si rivoltarono, il cuore gli salì in gola e dagli inguini partì un calore che lo eccitò terribilmente. Per la miseria! pensò imbarazzato. Che diavolo mi sta succedendo? Lei scelse quel momento per girarsi a guardarlo, bellissima con i raggi del sole che le risplendevano addosso indorandola e per la prima volta in vita sua Orso abbassò lo sguardo. -È vero. Il Colonna è affascinante e tutte le mie dame tubano come colombe. A me ha fatto uno strano effetto: mi sento diversa, piacevolmente diversa e tuttavia non saprei spiegarti perché. È un peccato? Dimmelo, Orso, perché io non lo so.- Lui deglutì e si costrinse a guardarla: fu un errore, perché il suo cuore partì al galoppo e si sentì male. Gelina aveva un'espressione angelica e timorosa insieme, gli occhi sgranati nel terrore di aver infranto una delle leggi divine, il volto accaldato dalla lotta, le trecce che le danzavano intorno alla vita fino a lambire le natiche e le gambe e Orso dovette far violenza a se stesso per trattenersi dal stringerla tra le braccia e… Ma che diavolo mi sta succedendo? si ripeté preoccupato. Sono anni che vivo al suo fianco, crescendo con lei, volendole bene come un fratello e ora… Ora che mi prende? pensò sgomento. -Io… Io non credo che tu abbia peccato. Non... non lo credo proprio.- balbettò incerto. -Però padre Alfio dice che un uomo e una donna…- -I preti dicono tante stupidaggini.- tagliò corto con gesto deciso della mano. Gelina lo studiò a lungo, avvertendo che qualcosa non andava e gli chiese: -Stai bene?- -Sì. Devo solo aver mangiato qualcosa che mi ha fatto male.- borbottò per convincere più se stesso che lei. Gelina si avvicinò preoccupata e gli toccò la fronte, per accertarsi che non avesse la febbre, ma a quel tocco lui sussultò e si allontanò con uno scatto. -Mio Dio, Orso, che ti succede?- esclamò agitata. -Niente. Non ho niente. Voglio solo essere lasciato in pace.- Impugnò la spada e se ne andò, ancora confuso e smarrito, chiedendosi se veramente non stesse male. Lungo i corridoi captò commenti pungenti sul bel cavaliere e vide l'espressione estasiata di una ancella al solo sentire il nome di Braccio Colonna e, come arrivò nella sua piccola stanza, capì come se avesse ricevuto una staffilata che la sua malattia aveva un nome: gelosia.

domenica 21 agosto 2011

Su di me

E dire che pensavo di essere una tra pochi matti, invece ho scoperto che la mia passione è un “male” comune a molti italiani: scrivere. Sì, scrivere. Sembra facile, eppur non lo è. Soprattutto se viviamo in Italia, dove la metà della popolazione imbratta carta come me e almeno l’altra metà dovrebbe (e il condizionale è d’obbligo) leggere. Invece siamo il paese dove si scrive tanto e si legge pochissimo e questa, per un aspirante scrittore, risulta essere una mazzata tra capo e collo. Almeno per la sottoscritta è stato così.
Scrivo (imbratto carta come sopra) da quando facevo le elementari e crescendo mi sono accorta che se non hai un cognome con una storia alle spalle (può andare come eufemismo?) sei considerato dagli editori alla stregua della mosca che ti ronza intorno e crea solo fastidio. No, peggio: della zanzara che ti punge e che devi assolutamente schiacciare contro il muro per liberartene. Salvo che non si tratti di editori a pagamento, i quali ti stendono un tappeto rosso sotto gli occhi e tu neppure ti accorgi che anche per loro sei una zanzara e che il rosso del tappeto è quello del tuo sangue che loro succhiano come vampiri.
Tornando alla sottoscritta, dicevo che amo scrivere, leggere e disegnare (non a caso le copertine dei miei libri le ho fatte io) e in genere prediligo i romanzi storici. Perché? Perché sono convinta che la Storia non si impari a scuola, nel modo obbrobrioso in cui te la insegnano i professori, (per lo meno la maggior parte di essi) e capisco bene le smorfie di coloro che non vogliono neppur sentir parlare di questa materia. Eppure vi assicuro che è bellissima se spiegata nel modo giusto. Con questo non voglio assolutamente innalzarmi a maestrina, non sia mai, ma, nel mio piccolo, cercare di narrare a minuscoli passi le cause che portarono a determinati eventi, oppure scrivere la vita di alcuni personaggi storici che nell’immaginario collettivo sono totalmente distorti. Non vi è mai capitato di passare dinanzi a un palazzo signorile, a una roccaforte, a un mausoleo, a una strada antica e chiedervi: chi ci avrà vissuto? Quali vicende si nascondono dietro questi mattoni? Ecco: per me è così che succede, vado oltre la semplice visuale che mi propone l’occhio e immagino le persone che ci hanno vissuto, amato, odiato, ordito... E subito penso a come rendere meno intricate le vicende svolte in quel luogo, inventando personaggi che, inevitabilmente, intrecciano le loro vite con persone realmente vissute e con esse vivono gli eventi storici. Facile, no? Sì, sembra, eppure non è così.
Ma non scrivo solo romanzi storici. Però il filo conduttore per ognuno di essi è sempre il solito: ogni qualvolta riprendo in mano un mio scritto, lo distruggerei e lo rifarei daccapo! Non so se vi è mai capitato: io mi accorgo sempre degli errori/orrori solo a distanza di tempo, quando la mente si è svuotata di quel racconto e non lo so più a memoria! Perché a forza di correggere, correggere, correggere... le parole non le leggo più, è tutto impresso nella mente e non vedo più neppure il refuso. Allora mi vedo costretta a smettere, dimenticare il libro per una mesata buona e poi, con infinita pazienza, riprenderlo in mano e... inorridire tutte le volte! Inutile domandarsi come ho fatto a non accorgermi degli errori: si ripete sempre lo stesso schema, per questo alla fine ho preso un bel respiro e ho dato da leggere i miei libri a estranei. E devo dire che quattro occhi vedono meglio di due.
Per anni la mia passione è stata votata solo ed esclusivamente alla sottoscritta e alla ristretta cerchia di amici che mi spronavano a mandarli a un editore, fin quando ho avuto riprova che gli americani sono un gran popolo sotto tanti punti di vista e quello dell’editoria è uno dei tanti. Quando ancora in Italia non si conosceva la pubblicazione on-demand, sono stata folgorata dal fare la conoscenza del sito Lulu.com, americano per l’appunto, un sito che consente a chiunque abbia una vena artistica di realizzare i propri sogni... senza spendere un centesimo! In seguito anche da noi sono sorti siti sulla falsa riga di quello statunitense, eppure nessuno eguaglia la grandezza di Lulu.com, che offre più di tutto quello che ti offrono gli altri, senza per forza di cose dover acquistare copie ad ogni revisione che fai del tuo romanzo, oppure acquistare un minimo di copie, o rimanere vincolato al sito dove decidi di pubblicare e via dicendo.
Così, senza porre altro tempo in mezzo, mi sono decisa e, riesumati i romanzi gettati nel cassetto, li ho corretti (per l’ennesima volta!), impaginati a dovere, ho disegnato la copertina e... et voila! Il libro è pubblicato per chiunque abbia voglia di leggerlo. Negli anni ne ho pubblicati dieci, di cui due sono solo brevi racconti e uno la raccolta di interviste che erano apparse su un web magazine. Il bello di Lulu.com, è che ti dà la possibilità di concedere il download gratuito, oltre un ISBN gratuito e la certezza assoluta che tu sei e rimarrai il solo detentore dei tuoi diritti d’autore. Le mie piccole soddisfazioni me le sono tolte e ora ho anche un gruppetto di fans che attende sempre l’ultimo libro per poterlo leggere.
Il mio consiglio spassionato per gli aspiranti scrittori, è di non fidarsi assolutamente di chi ti chiede soldi per un lavoro che tu hai fatto (dovrebbero pagarti loro!) ma di provare a cambiare la propria visuale sul modo di pubblicare un libro. Prima di buttarvi in pasto ai pescecani, fatevi un giro su Lulu.com, c’è anche la parte in italiano che spiega come fare e vi assicuro che è facile. Chissà, forse impareremmo anche a leggere di più.

giovedì 9 giugno 2011

Stralcio da "L'ombra della ginestra" - battaglia di Poitiers

L’aurora del 19 settembre vide l’esercito francese disporsi secondo gli ormai superati canoni della battaglia medievale, presi la sera prima di comune accordo tra il re e i suoi capitani. Le forze di attacco si stavano dividendo in quattro parti: in prima linea trecento cavalieri, scelti tra i migliori, agli ordini di John Clermont e Arnold d’Audrehem, uniti a mercenari tedeschi, muniti di picche, i quali avevano il preciso ordine di caricare i temutissimi, e a ragione, arcieri inglesi.
Dietro il primo gruppo si schierarono gli altri tre, formati da cavalieri scesi da cavallo, comandati, rispettivamente, dal Delfino, dal duca d’Orleans e infine, l’ultimo, dallo stesso Giovanni II.
Da parte sua, Edoardo si era assicurato il lato sinistro da un crepaccio naturale e le spalle da un bosco, mentre il lato destro era stato occupato dai pesanti carriaggi pieni di bottino. Tutti i cavalieri erano scesi da cavallo ed erano stati divisi in tre gruppi, mentre gli arcieri si erano posizionati a forma di V, in modo da contenere tutti i cavalieri, così come era avvenuto trionfalmente a Crécy. Nei boschi, Edoardo lasciò un’unità di cavalleria, comandata da Captal, nascosta agli occhi avversari.
Instancabilmente, in ambedue gli schieramenti, i preti passavano a benedire e a fare le veci del viatico, ricordando a ogni uomo di compiere il proprio dovere davanti agli occhi del Signore e che il regno dei Cieli li avrebbe attesi con canti e squilli di trombe e che, sicuramente, il Signore si sarebbe ricordato di loro nel giorno del giudizio.
Tutto era pronto per la battaglia e il cielo settembrino lasciava supporre che sarebbe stata una bella giornata di sole, adatta a un combattimento.
-A guardare da qui,- mormorò John preoccupato, agitandosi sul suo cavallo ricoperto di cotta in maglia, -i francesi sembrano terribilmente tanti.-
-No, non sembrano.- lo corresse Edoardo, lo sguardo cupo. -Lo sono. Forse, tutto sommato, ci conviene ritirarci.-
Il capitano si voltò a guardarlo con occhi sgranati e intravide il volto teso del suo signore, che fissava ansioso il terreno di battaglia nella vallata che si stendeva sotto di loro. Il silenzio quasi irreale durò fino alle otto, quando, dopo aver visto un falso cedimento sul fianco destro inglese, la cavalleria francese ruppe gli indugi.
Il rumore degli zoccoli che si abbattevano sul terreno, pareva un boato sinistro che si avvicinava sempre più e le urla degli uomini erano agghiaccianti. Tutti gli uccelli che avevano trovato rifugio nei boschi intorno, volarono via, dispiegando le ali con una frenesia tale che Edoardo, John e Robert alzarono lo sguardo per vederli fuggire via.
Gli inglesi schierati sul campo rimasero immobili, niente affatto intimoriti dalle urla, mentre gli arcieri si preparavano a scoccare i loro micidiali dardi.
Lothar e Ludovico si scambiarono un’occhiata, le armi già in pugno, privi dei loro scudieri che avevano lasciato a protezione di Kamilla, consapevoli che quel giorno poteva essere l’ultimo della loro esistenza terrena ed erano pronti a viverlo al meglio, consegnando alla storia il loro onore intatto. Fissarono i cavalieri francesi avanzare, in testa i loro comandanti con pennacchi sugli elmi dai colori sgargianti, e un attimo dopo li videro finire a terra, falciati dalle frecce inglesi.
Fu il segnale.
Come un sol uomo, l’esercito anglo-guascone si gettò nella mischia, rovesciandosi come una furia selvaggia sui cavalieri disarcionati, impossibilitati a rialzarsi a causa della pesante armatura. Fu una strage.
A quel punto, orripilato dallo scempio che si svolgeva sotto i loro occhi, il secondo battaglione, comandato dall’inesperto Delfino, corse generosamente in aiuto del primo e ingaggiò una feroce lotta contro il nemico.
Lothar e Ludovico combattevano fianco a fianco, protetti dal contingente tedesco, ignari di tutto quello che li circondava, tranne dell’uomo che si trovavano di fronte di volta in volta in una sorta di duello infinito. Le spade, le mazze ferrate, le alabarde, le picche, i mazzafrusto: ogni arma era buona pur di abbatterla sul nemico e vederlo cadere esangue, in uno scempio di carne e arti staccati di netto.
Come per magia, quello che restava della cavalleria franca e lo stesso Delfino, iniziarono a indietreggiare, incalzati dai fanti nemici, che combattevano come leoni.
-Mio signore, sembra… sembra che la battaglia ci stia rovinando addosso.- notò con tono apprensivo uno dei luogotenenti del duca d’Orleans.
Questi, rigido sul suo destriero, gli occhi sgranati per l’orrore e il terrore, d’un tratto si vide venire incontro l’intera battaglia come un’onda gigantesca in rotta libera e il panico lo aggredì. Non fece neppure in tempo a dare il segnale di ritirata ai propri uomini, perché anche questi, vista la situazione, si sbandarono ignominiosamente e corsero a rifugiarsi a Poitiers.
Edoardo, al riparo nel bosco con la cavalleria, piegò le labbra in un sorriso e si girò verso Robert e John, annuendo soddisfatto.
Dal canto suo, Giovanni II rimase atterrito nel vedere il proprio esercito allo sbando e maledisse il duca d’Orleans che lasciava suo figlio e gli altri nobili a difendere da soli l’onore della Francia.
-Sire…- mormorò un alfiere al suo fianco, stralunato e attonito.
Il regale cavaliere restrinse gli occhi e serrò le redini, quindi si volse verso l’alfiere che portava il suo gonfalone, l’Orifiamma, e disse:
-Date ordine di avanzare. Oggi, qui a Poitiers, o si vince o si muore.-
Dalla sua posizione, Edoardo vide muovere il quarto e ultimo battaglione, capitanato dal re in persona e i suoi occhi brillarono di eccitazione quando si posarono sull’Orifiamma. Fece un cenno a Captal, in attesa con i suoi uomini sull’altro lato della collinetta e questi diede il via: la cavalleria sarebbe uscita dal bosco per accerchiare i combattenti e terminare così la battaglia.
Senza fretta, Edoardo indossò la barbuta, ornata da uno zuccotto rosso circondato di pelliccia d’ermellino, sormontato da un leone e, levata la spada, si gettò con il suo contingente nella mischia, diretto verso il faro che lo attirava come una falena: l’Orifiamma.
Lothar e Ludovico si accorsero dell’arrivo della loro cavalleria, accompagnato da un urlo selvaggio e incitarono gli uomini a battersi con maggior vigore, indicando il vessillo reale come punto di arrivo. Così, in quell’ora tragica, i cavalieri francesi si batterono come leoni per salvare il proprio re e il proprio onore, ma i fanti inglesi parevano un muro compatto e insormontabile, contro il quale continuavano a scornarsi senza riuscire a sfondarlo.
-I cavalli!- urlò Lothar a Günter, indicando i destrieri che avevano disarcionato il proprio cavaliere francese e che vagavano come impazziti.
In un batter d’occhio, il contingente tedesco si impadronì delle bestie e formò una cavalleria alla buona, andando alla carica verso il centro della battaglia.
Al calar del sole, il campo era ormai cosparso di cadaveri e feriti e il sangue pareva essere ovunque, mentre le urla e gli echi della battaglia scemavano inevitabilmente, simile a un sudario che si posava sull’intera vallata. Pochi soldati si battevano ancora per l’onore di un re e di un paese che non avrebbe trovato pace facilmente.
Edoardo, con l’armatura ricoperta di sangue non suo, avanzò sul proprio destriero verso il cerchio formato dai suoi uomini e si fermò vicino a Lothar. Si guardarono, per accertarsi di non essere feriti, contenti di ritrovarsi ancora vivi, quindi lo sguardo si posò sull’Orifiamma caduto a terra. Lì, circondato da pochi fedeli, tenuto in scacco dal contingente sassone, Giovanni II respirava affannosamente per lo sforzo sostenuto e fissava dal basso verso l’alto il vincitore. Suo figlio Carlo, il Delfino, era con lui.
Tutto intorno era solo morte e distruzione, lamenti dei feriti e preghiere dei preti che arrancavano in mezzo alle migliaia di cadaveri sparsi per terra.
Edoardo scese da cavallo e si avvicinò al re francese, dicendo:
-Maestà, siete mio prigioniero. L’Inghilterra ha vinto.-
-Sì, avete vinto una battaglia leale.-
-Permettete che vi scorti fino a una cavalcatura.-
In silenzio, tristemente, ciò che restava dell’esercito francese, il più vasto del XIV secolo, venne fatto prigioniero e seguì gli inglesi fino al loro rientro a Bordeaux. La temuta battaglia si era conclusa, alla stessa maniera di Crécy, con una schiacciante vittoria inglese, dove il Principe Nero, contravvenendo a ogni canone di strategia e tattica, aveva ancora una volta sottolineato che la cavalleria aveva ormai fatto il suo tempo.