Il pomeriggio di quel 26 agosto vide il campo ancora bagnato dalla pioggia del giorno prima, simile ad un pantano di erba e fango, ma i due eserciti si schierarono ugualmente, a dispetto di tutte le regole di guerra, ed attendevano solo un cenno per scagliarsi uno contro l’altro. Solo i cani ed i preti si aggiravano in mezzo a loro, indifferenti all’imminente scontro, gli uni uggiolando, gli altri benedicendo con una insopportabile litania che pareva già un lamento funebre, mentre tutto intorno il frinire delle cicale riempiva l’aria torrida.
Lothar se ne stava sulla sua cavalcatura, protetto dall’usbergo, con la barbuta sotto il braccio e la testa coperta dal camaglio, gli occhi luminosi rivolti verso il nemico e verso il proprio destino, pronto alla battaglia ed insofferente all’attesa. Dietro di lui i suoi uomini, un pugno di disciplinati e feroci soldati tedeschi che si sarebbero sacrificati, se necessario, per il loro comandante. Al suo fianco c’era il Principe Nero, come lui pieno di vita, di sogni di gloria e scalpitante come il suo destriero. Il loro contingente, per precauzione e dietro ordine del re, si trovava tra le divisioni del conte di Warwick, del conte di Oxford, di sir Raynold Cobhan, del conte di Northampton e del conte di Arundel.
Quella mattina erano stati tutti a messa, stretti intorno ad Edoardo III ed al suo giovane figlio; avevano pregato Dio di donar loro la vittoria per il bene e la grandezza dell’Inghilterra ed ognuno aveva fatto la comunione e ricevuto l’estrema unzione. C’era la certezza assoluta che Dio fosse dalla loro parte, perché sapevano di essere nel giusto e perché l’arcivescovo di York l’aveva ribadito più volte durante l’omelia. E se Dio era con loro, chi poteva vincerli?
Lothar si girò a sbirciare il suo giovane amico, rivestito con l’armatura nera che l’avrebbe reso famoso in tutto il mondo presente e futuro, la cotta d’arme con i colori rosso e blu del principe di Galles e scambiò con lui un tenue sorriso che racchiudeva l’inesperienza, l’esaltazione e la paura.
Vicino a loro, i contingenti di Captal de Buch, di John Despenser e Robert Willanghby, pronti ad immolarsi per l’erede al trono.
In quel momento si udirono le fanfare: il re, montato il suo destriero, con un’asta bianca in mano e con due ufficiali, tra i quali il suo ciambellano, si apprestava a passare in rassegna le truppe. L’intero esercito si irrigidì e gonfiò il petto davanti al proprio re, rimanendo muto e serrando le armi. Il suono della sua voce, che incitava all’onore di ognuno di loro, risuonò calda e dolce, e penetrò nell’animo di ogni singolo soldato, tanto che il morale degli uomini si rinsaldò più di quanto già non fosse e Lothar si sentì pervadere da un’ondata di eccitazione e di calore.
Quando Edoardo III passò davanti alla divisione del figlio, si arrestò un attimo, consapevole che quella poteva essere l’ultima volta che lo vedeva vivo. Entrambi si fissarono, entrambi fieri ed alteri nella propria rilucente armatura, entrambi consapevoli di ricoprire un ruolo dominante, entrambi certi di stare per scrivere una pagina di storia e con un semplice gesto della mano, il re cedette il comando delle operazioni al figlio neofita. Quindi, il cipiglio di Edoardo III si posò a lungo su Lothar, come a volergli intimare di vegliare su di lui, per poi passare oltre ed il sassone si girò a guardare il Principe Nero. Questi sorrise appena ma non proferì parola, limitandosi a tener calmo il proprio destriero.
Terminata la rassegna, al loro fianco si portarono le divisioni del conte di Northampton e del conte di Arundel, pronti a difendere fino alla morte l’erede al trono. A quel punto, il Principe Nero alzò un braccio ed i micidiali e famosi arcieri britannici, che facevano uso del potente e letale arco gallese, si schierarono davanti a loro a formare la punta di una freccia, così da racchiudere all’interno la cavalleria e, dietro di questa, i soldati.
Di fronte a loro, l’esercito francese, benché di molto superiore, non era affatto schierato e non riusciva a darsi una disciplina, tanto che la loro goffaggine provocò gli scherni da parte dei nobili inglesi. Lothar si guardò intorno, fiero dei soldati tedeschi schierati rigidamente, le facce apparentemente calme, ma in realtà tese nell’ansia dell’imminente scontro e si sentì quasi un dio sceso in terra, pronto a dare o togliere la vita. Era partito da Klagenfurt per riportare a casa un bel gruzzolo e poter in tal modo impalmare la dolce Gertrude, ma ora, in attesa del suo battesimo del fuoco, seppe con certezza che era lì in cerca di gloria e di un posto nella storia e poco gli importava se tornava a casa oppure no. L’adrenalina gli scorreva nelle vene come un fiume in piena e le narici dilatate tradivano l’ansia dello scontro, nel quale pregustava il momento in cui avrebbe ucciso.
Poi, di colpo, senza alcun preavviso, si udì un urlo spaventoso, che squarciò la relativa calma di Crécy ed i balestrieri genovesi si gettarono in avanti, sperando di spaventare il nemico e di disperderlo. Le fila inglesi si irrigidirono, ma il Principe Nero, fiero del suo primo comando e consapevole che il regale padre si era ritirato su un altopiano per osservare lo svolgersi della battaglia e del suo operato, non si mosse ed altrettanto fecero i suoi uomini. E non si mossero al secondo urlo, mentre Lothar sentiva il suo cuore partire al galoppo, senza capire se fosse paura od eccitazione incosciente.
Infine, i balestrieri genovesi scoccarono le loro frecce che si abbatterono sul nemico. Gli arcieri inglesi, a quel punto, ricevettero l’ordine di contrattaccare ed un nugolo di dardi si levò in cielo, ricoprendolo come una grossa nube minacciosa che si abbatté simile ad un uragano sull’esercito francese. Lothar rimase affascinato dalla momentanea eclissi di sole e seguì la traiettoria con impazienza, per poi urlare tutta la tensione trattenuta quando vide il nemico decimato. Un grido di liberazione si levò in campo inglese, quasi una ripetizione a quello di Lothar ed i soldati capirono che l’attesa angosciante era finita.
-Ci siamo. I genovesi si ritirano.- notò il Principe Nero tutto soddisfatto, indossando la barbuta, pronto alla battaglia. -Stammi vicino, Lothar.-
L’interpellato annuì ed indossò anche lui la barbuta, pronto allo scontro.
In quell’istante si udì, dalle fila inglesi, un roboante ed infernale boato che fece rizzare i peli a tutti i soldati, simile ad un’eco diabolica che mai orecchio umano aveva ancora udito. E quel boato si ripeté, terribile e spaventoso, come ad annunciare il giorno del giudizio. Erano i primi colpi sparati con il cannone, una nuova arma che aveva lo scopo principale di intimorire gli avversari con il forte rumore che faceva e che Edoardo III si era portato dietro in gran segreto. Ed il fronte francese vacillò, non sapendo bene contro chi stesse combattendo.
A quel punto, vista la situazione, Filippo VI ordinò alla cavalleria di ignorare i boati e di travolgere i terribili arcieri nemici. Come un tuono rombante, quasi in risposta ai cannoni britannici, i cavalieri francesi presero la rincorsa e si andarono a scontrare contro i fanti inglesi, molti dei quali vennero falciati; ma i restanti si ricompattarono dopo il primo attimo di smarrimento e lanciarono le frecce con tale velocità e rapidità che il fior fiore della cavalleria francese cadde sotto il tiro di quei meravigliosi arcieri. Non uno se ne salvò e quel giorno la Francia non solo perse la battaglia, ma tutti i suoi migliori cavalieri, mettendo la parola fine al periodo di gloria dei cavalieri a cavallo.
Fu il segnale: con un urlo, le divisioni inglesi si gettarono nella mischia, seguendo il Principe Nero che, da quel 26 agosto, rivelò le sue doti di stratega che lo avrebbero reso vittorioso in altre battaglie, tanto da farlo divenire uno dei migliori capitani del XIV secolo. Al suo fianco, Lothar lo seguì generosamente alla testa dei suoi soldati, indifferente alla propria incolumità, la spada in una mano e la lancia nell’altra, menando fendenti e colpi precisi e potenti. In più di un’occasione uccise per salvare la vita di Edoardo, esponendosi al pericolo di stare al fianco dell’erede ed una di quelle occasioni gli portò via la barbuta, lasciandolo con la testa protetta solo dal camaglio ed una ferita che gli apriva la fronte in orizzontale. Edoardo se ne accorse e gli rimase vicino per proteggerlo a sua volta, saldando il debito in più circostanze e piantando solide radici in quella giovane amicizia.
La battaglia proseguì sanguinosa per il resto del giorno e quando gli inglesi temettero di non farcela contro l’esubero dei francesi, Edoardo mandò un corriere da suo padre per chiedergli rinforzi.
-Nostro figlio è morto?-
-No, sire.- rispose il corriere, un araldo mingherlino, trafelato e sporco di sangue, gli occhi inconsciamente sgranati per l’orrore visto sul campo.
-E’ ferito? E’ caduto da cavallo?- s’informò con una calma glaciale.
-No, sire.-
Edoardo III, algido e sprezzante, il volto bello e sereno, volse lo sguardo alla battaglia, dove la mischia era più fitta e dove sapeva trovarsi il suo erede e rispose:
-Allora non c’è motivo per cui dobbiamo scendere sul campo. Finché ci sarà nostro figlio, a lui solo spetteranno la gloria e gli onori per i posteri. A lui ed a coloro che gli sono vicini.-
La battaglia proseguì ancor più cruenta, entrambi gli eserciti che non volevano cedere, mentre da ambo le parti uomini e bestie crollavano a terra con una sequenza impressionante.
Ludovico, che combatteva come un indemoniato al fianco del conte di Vaudémont, all’improvviso lo vide barcollare sul suo destriero ed un attimo dopo si rese conto che era stato colpito a morte da una lancia che gli trafiggeva il corpo come se fosse stato uno spiedino. Urlò qualcosa verso il suo comandante, provando ad avvicinarglisi, ma la foga della battaglia non glielo permise e dopo poco vide cadere il conte d’Aumàle ed il conte di Roucy, seguiti dal conte d’Alençon, dal conte di Blois e da tanti altri nobili. All’improvviso, con orrore, prese coscienza che l’esercito francese stava perdendo tutti i suoi comandanti e d’istinto si voltò verso l’Orifiamma, per assicurarsi che almeno il sovrano fosse ancora vivo. Quindi, con rinnovato ardore, riprese ad uccidere più inglesi possibile, maledicendo le guerre e tutti i potentati che agivano solo per puro egoismo.
Lothar, nel frattempo, continuava a destreggiarsi sul suo cavallo, menando fendenti con precisione e spietatezza, il fiato corto, il corpo madido di sudore e vedeva, di tanto in tanto, l’erede al trono che si batteva con ferocia, instancabile, regale sulla sua cavalcatura. Il coraggio e l’indomita passione del giovane principe riuscivano ad infondere maggior vigore ai combattenti che, benché stremati, accaldati e nauseati, si rianimavano e riprendevano il combattimento con ardore alla vista del loro comandante che non si risparmiava. Questo contribuì a spezzare la vita del re Giovanni di Boemia, che cadde eroicamente insieme al conte di Fiandra ed al duca di Lorena, lasciando i francesi senza capi.
Lothar ed i suoi uomini fecero del loro meglio per proteggere il principe, rimanendogli costantemente al fianco, ed in mezzo alla mischia Lothar si prese una freccia destinata all’erede, scoccata da un balestriere che aveva puntato Edoardo e che gli trapassò il braccio sinistro, finendo la sua corsa altrove. Il suo gemito richiamò l’attenzione di uno dei suoi uomini, che gli si avvicinò per constatare le sue condizioni e quel gesto fece voltare Edoardo, che sgranò gli occhi alla vista dell’amico che si tratteneva l’arto dolorante e sanguinante, comprendendo, dalla sua posizione, che si era frapposto tra sé e la freccia. Con un fendente preciso uccise un avversario, quindi si avvicinò all’amico e s’informò:
-Stai bene?-
Lothar lo sbirciò dal basso verso l’alto, visto che era appiedato, e provò a guardarlo attraverso la feritoia della barbuta sormontata da un leone.
-Sì, sto bene.-
A quella risposta, Edoardo esitò, notando il sangue colare lungo il braccio del sassone, e riprese a combattere solo quando Lothar gli fece cenno che tutto andava bene.
Quando, infine, la battaglia stava per volgere al termine, consacrando la vittoria inglese, Lothar incontrò Ludovico.
Entrambi appiedati, con le armi in pugno, si affrontarono per un ultimo combattimento. Si fissarono a lungo attraverso le tenebre che incombevano, ansanti e stremati, l’italiano che aveva ancora l’elmo in testa ma che mostrava una ferita sulla coscia, mentre il sassone grondava sangue dalla fronte e dal braccio e con un ultimo sforzo le loro spade si incrociarono. Si batterono a lungo, rendendosi conto di avere davanti un avversario temibile, che non si sarebbe risparmiato nonostante la sfinitezza. Lothar parava affondi e ne infliggeva, ansimando e bestemmiando per il sangue che gli colava dalla fronte sugli occhi, cercando di asciugarlo con la mano libera per avere una visuale maggiore, ma pareva che il fiotto non volesse smettere di uscire. Poi, all’improvviso, Ludovico, con un gesto preciso e svelto, degno di un cavaliere, tolse la propria barbuta per essere alla pari con l’avversario ed i loro occhi si incontrarono per la prima volta, mentre gli echi della battaglia svanivano per lasciare posto ai lamenti dei moribondi ed alle grida di giubilo dei vincitori. Per un attimo Ludovico, con la visuale libera dalla barbuta, esitò dinanzi a quello sguardo diabolico che pareva trafiggerlo, e transitò come un lampo nella sua mente l’impressione di battersi contro un essere inumano. Ma fu solo una frazione di secondo: il sangue vermiglio che inondava il volto ed il braccio del suo avversario lo rendeva fin troppo umano ed indubbiamente temibile.
Ansanti, grondanti sangue proprio ed altrui, con i corpi dei cadaveri e dei feriti che intralciavano i movimenti, continuarono a battersi come leoni, come se dall’esito del loro scontro fosse dipeso l’esito dell’intera battaglia, fin quando udirono una voce imperiosa ordinar loro di fermarsi. Entrambi si voltarono verso il Principe Nero, ancora sulla sua cavalcatura, l’elmo sotto il braccio, come se la battaglia lo avesse solo sfiorato, il chiarore della luna e delle stelle che riluceva sul camaglio e lo rendeva simile ad un dio e Ludovico, riconoscendolo, si gettò in ginocchio per rendergli omaggio.
-La battaglia è finita, cavalieri. Come potete vedere, lo stesso Filippo è rimasto ferito e si è salvato solo grazie al conte di Hainaut che lo ha portato via: l’Inghilterra ha trionfato.- annunciò loro. -Deponete le armi: è inutile spargere altro sangue, ne è stato versato fin troppo.- concluse guardandosi attorno.
Sfinito, con il fiato corto, Lothar infilzò la spada nel terreno, si pulì per l’ennesima volta il volto insanguinato e ringraziò Dio di essere ancora vivo; quindi posò una mano sul ragazzo genuflesso, mormorando in francese in modo da farsi capire:
-Siete mio prigioniero, cavaliere. Ma, poiché ho avuto modo di conoscere la vostra valenza, il vostro coraggio ed il vostro onore, vi lascio la libertà senza che paghiate il riscatto.-
Ludovico, che era rimasto immobile, consapevole di aver perso e che, come minimo, l’attendeva un lungo periodo di reclusione prima di tornare ad essere un uomo libero, se mai qualcuno avesse avuto voglia di pagare il riscatto, a quelle parole inattese sgranò gli occhi, come se non avesse ben capito; ma il sorriso compiaciuto che vide dipingersi sulle labbra del Principe Nero lo scosse e lentamente si volse verso Lothar. Lo guardò a lungo, mentre la luna risplendeva su quella giornata indimenticabile e sulle donne di Crécy che avanzavano in mezzo all’infinito tappeto di cadaveri e feriti per portare un aiuto a chi ne avesse avuto bisogno, mentre gallesi ed irlandesi infierivano sui cadaveri e sui moribondi, nella generale indifferenza.
Ludovico si rialzò mestamente, pieno di sangue altrui ed anche un po’ del proprio, scansando le mosche che gli ronzavano intorno e fece un inchino ad Edoardo, prima di girarsi a fronteggiare il sassone che lo aveva graziato.
-Vi devo la vita, cavaliere. Ho perso, ma è comunque un onore aver combattuto contro di voi. Io sono Ludovico Zen, veneziano.- rispose in francese.
-Lothar von Klagenfurt, tedesco.- si presentò. -L’onore è mio.-
-Vi ricorderò nelle mie preghiere.-
Lothar rimase in silenzio prima di annuire appena e, dopo aver ripreso la spada conficcata nella terra, si girò e tornò dal suo cavallo, recuperato per tempo dai suoi uomini.
Nessun commento:
Posta un commento