ENRICO TOTI
(Roma, 20 agosto 1882 - Monfalcone, 6 agosto 1916)
Le Alpi, questo maestoso spettacolo della natura, questo baluardo che ci ripara dai freddi venti del nord e che, in teoria, ci avrebbe dovuto salvare dalle invasioni… L'abbagliante candore del Bianco è così forte che sono costretta a socchiudere gli occhi, mentre la gente intorno a me si affretta verso la funivia, imbacuccata nelle tute a vento, simili a variopinti pinguini ed abbasso lo sguardo per sbirciarmi: anch'io sembro un pinguino e la cosa mi fa sorridere divertita.
Un rapace, che non riconosco a causa del riverbero provocato dalla neve, sfreccia nel cielo terso, emettendo un acuto che rimbomba nella vallata e che richiama la mia totale attenzione. E' spettacolare.
Alcuni turisti di lingua tedesca scherzano, con le gote rosse che spiccano sulla pelle candida, i capelli chiari come oro e gli occhi azzurri come il cielo e sto per unirmi a loro, quando qualcuno mi afferra saldamente per un braccio trattenendomi. Inghiottisco l'urlo di spavento che mi è salito in gola e mi giro di scatto, rimanendo a fissarlo con occhi sgranati. Una rapidissima occhiata alla sua sola gamba destra mi fa deglutire e rimango a fissarlo incantata.
-Ora non fanno più paura, vero?- esordisce con forte accento romano.
Ammicca ai ragazzi teutonici ed io scuoto la testa, rendendomi conto che sono emozionatissima. Il mio respiro è corto, il cuore mi galoppa indemoniato dinanzi a questo giovane minuto, dai baffoni spioventi e dal naso pronunciato.
-Enrico Toti…- sussurro, ancora incredula.
Accenna un impercettibile inchino e sbircio la sua famosissima gruccia che lo sorregge.
-Ma tu ti fidi di loro?-
Capisco che si sta riferendo nuovamente ai turisti e con condiscendenza rispondo:
-Sì, mi fido. Non è più come una volta, credimi.-
Esita, poco convinto, e continua:
-Eccellenti soldati. Veri guerrieri. E' stato duro combatterli. Ma, lasciatelo dire da chi li ha visti in opera con i propri occhi, vere macchine belligeranti.-
-Oh, ma loro non sono più…-
-Le hai viste le loro trincee? Le loro, non le nostre o quelle francesi.- ribadisce. -Erano in grado di scavare trincee corredate di tutto, persino di brande comode, in metà del tempo che occorreva a noi od ai nostri alleati. Non ho mai visto trincee simili. Veri e propri baluardi invalicabili.-
Annuisce mentre parla, gli occhi al cielo, persi in un ricordo lontano nel tempo che noi, sebbene vicini all'epoca, non riusciamo a percepire nella sua piena crudezza. Posso solo provare ad immaginare i nuovi italiani, coloro che dal 1870 facevano parte dell'Italia unificata, questi giovani che, di punto in bianco, si sono visti crollare i confini tra una regione e l'altra, i sardi venuti a stretto contatto con i pugliesi, con i toscani, con i veneziani, con i romani e non più pugliesi, romani o sardi, ma italiani con tanto di patria, di inno nazionale, in tutto e per tutto uguali agli inglesi, ai francesi, agli austriaci, ai russi…
-Mio Dio… quale periodo di sublime abnegazione per il raggiungimento di un alto ideale…- sussurro mio malgrado incantata.
-Puoi dirlo forte, ragazza!- esclama con gagliardo orgoglio.
Un secondo dopo lo vedo rabbuiarsi e si china un po' in avanti, per sussurrare:
-E pensare che oggi qualcuno vorrebbe che l'Italia si dividesse nuovamente! Ma ti rendi conto?-
Posso capire benissimo lo sdegno di chi, come lui, ha donato la vita per l'Italia e mi domando cosa ne pensa dell'Italia attuale. Meglio sorvolare.
-Tu sei di Roma, vero?-
-Roma, sì, l'ultima ad essere annessa al regno, grazie ai valorosi bersaglieri.-
Gli brillano gli occhi e ne approfitto per chiedere:
-E' per questo che ti sei arruolato nei bersaglieri, nonostante la menomazione?-
-Certo! Bersaglieri in bicicletta. Be',- ammette con una certa riluttanza, -ho dovuto insistere un po'…-
Sorrido, ripensando alla sua vita, al suo incidente sul lavoro che, nel 1908 come oggi, gli ha portato via la gamba, alla sua ferrea volontà di essere in tutto e per tutto uguale agli altri, la bicicletta che lo ha portato in giro per il mondo, fino allo scoppio della guerra, la Grande Guerra.
-Il mio ardore di patriota non poteva tollerare che Trento e Trieste fossero ancora in mano agli austriaci, per questo ho fatto di tutto per arruolarmi. Ho interceduto presso il duca d'Aosta, pur di partire per il fronte.-
-Ed una volta lì?-
Lo vedo esitare un attimo, si gratta la nuca e sorride, con quel suo sfavillante ottimismo che lo ha sempre contraddistinto.
-Be', il fronte non era certo rose e fiori… Facevo la spola tra i feriti, portando conforto, posta e tutto l'aiuto possibile. Ma ero comunque un infiltrato.- ammette.
-Un infiltrato?- ripeto sconcertata.
-Che vuoi… La mia unica gamba non mi permetteva di venire arruolato; tuttavia io sono partito lo stesso, con una divisa senza mostrine né stellette, ma con tanta voglia di dimostrare il mio orgoglio di essere italiano.-
-Sei stato a lungo a Cervignano, vero?-
-Sì. Mi trovavo bene, anche se a volte incappavo nei soldati che provenivano dal fronte e non comprendevano il mio entusiasmo. Certo,- aggiunge alzando le spalle, -immaginavo gli orrori delle trincee, ma per me partecipare alla guerra significava coronare il sogno dei nostri padri che erano riusciti ad unificare l'Italia, significava legittimare Porta Pia e dimostrare che gli sforzi dei padri non erano stati vani.-
Tutto il suo volto, dagli occhi alla bocca, splende di luce propria mentre parla ed un groppo mi chiude la gola all'improvviso. Quest'uomo era animato da ideali puri, scevri di politica e di retorica, spinto solo dall'entusiasmo e dall'orgoglio di essere italiano e domando:
-Quanto ha contato per te essere romano?-
-Tantissimo. Ero il figlio dell'ultima roccaforte papalina, quella che si ostinava a mantenersi indipendente e che non ci pensava minimamente a riconoscere i Savoia come sovrani legittimi. A Roma si respirava aria strana quando sono nato, appena dodici anni dopo la presa di Porta Pia: da una parte l'atavico attaccamento al papa, dall'altro il nuovo legame al re. Ma noi romani siamo gente strana, ci adattiamo a tutto. Sono fiero ed orgoglioso di essere romano ed è stata questa consapevolezza a spingermi fino alle trincee: dimostrare il valore di un trasteverino.-
-Alla fine sei riuscito a farti arruolare.-
-Sì! Finalmente, nel 1916, mi presero nel Terzo Ciclisti Bersaglieri, la Brigata Pinerolo. Da quel momento in poi potei stare con i miei compagni in trincea e, sebbene non mi fosse stato concesso di partecipare attivamente agli scontri, rimanevo sempre con i miei compagni, e spesso leggevo loro il giornale, le lettere, perché… Be', coloro che studiavano all'epoca erano pochissimi, io sono stato fortunato a fare le elementari e non ero ignorante. Ho persino scritto su un giornale. E loro mi chiedevano di leggergli le lettere, di scriverle ed io facevo quanto possibile per mantenere alto il morale. Spesso mi avventuravo nella terra di nessuno e loro mi rimproveravano, dicendomi che era pericoloso, ma io non temevo la morte.-
-Eri un po' spericolato, ammettilo.- sorrido.
Annuisce ed inspira a fondo l'aria fredda.
Provo ad immaginarlo quando, deciso l'attacco di quel 6 agosto a quota 85, si getta con i suoi compagni contro le trincee nemiche, sorretto dalla gruccia che lo accompagnava sempre, mentre incita i compagni a squarciagola. Provo ad immaginarlo mentre si siede sul muretto della trincea e spara con il fucile a ridosso degli austriaci, animato dall'entusiasmo e sorretto da un ideale più grande di lui, mentre dalla sua bocca escono continuamente esortazioni ai suoi commilitoni.
Come per magia, sento gli spari nemici che lo colpiscono, li sento come se mi rimbombassero nelle orecchie e per un attimo il cuore mi si ferma, come colpito a morte. Sgrano gli occhi e davanti a me non c'è più la neve, non c'è più la funivia, ma solo buche enormi, fili spinati, trincee, feriti, morti ed apro la bocca per urlare, ma il grido mi muore in gola, alla stessa maniera in cui i soldati vengono falciati dalle mitragliatrici. Non so dove questi uomini prendono il coraggio a due mani e si gettano a capofitto verso la morte sicura: io questo coraggio non l'avrò mai.
Poi lo vedo, lui, irritato per essere stato colpito, afferrare la sua gruccia in un ultimo disperato tentativo e scagliarla contro il nemico, in un gesto che più eloquente non potrebbe essere. Lo vedo accasciarsi, sussurrare le sue famose parole: "Tanto nun moro io", baciare il piumetto del suo cappello e restituire la sua dolce anima a Dio.
Mi rendo conto che i miei occhi sono pieni di lacrime e deglutisco più volte per non scoppiare a piangere.
-Aho, ma che ti metti a piangere?- esclama incredulo.
Scuoto la testa ma non riesco ancora a parlare. Mi accorgo che la neve è tornata a dominare con il suo candore, manto purificatore sulle follie umane ed inspiro a fondo.
-La medaglia d'oro te la sei più che meritata.-
-Avrà consolato mia madre e mia sorella. A me è sufficiente sapere e sperare che gli italiani di oggi amino ancora l'Italia come l'abbiamo amata noi.-
-Questo… Questo non lo so.- ammetto e mi vergogno come una ladra.
Lo vedo sorridere dolcemente e sposta la gruccia per posizionarla meglio.
-Io credo… Io sono sicuro che i miei romani, quando passano davanti al mio monumento al Pincio, non possano far altro che condividere i miei stessi ideali. Se così non fosse,- aggiunge mestamente, -allora il sacrificio di tante generazioni è stato vano.-
-Non il tuo.- mi appresto ad affermare. -Noi romani non potremmo mai dimenticare. Mai.-
Mi fissa a lungo, quindi volge lo sguardo ai turisti austriaci, il pensiero perso in un ricordo lontano ed un attimo dopo lo vedo annuire, prima di svanire confondendosi con la neve.
Rimango immobile, infagottata come un pinguino ed istintivamente porto la mano al cuore, mentre nella mente mi torna un ritornello che oggi non dice più nulla, ma che era caro ai nostri soldati: "Il Piave mormorò: non passa lo straniero!".
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lunedì 11 maggio 2009
martedì 14 aprile 2009
Roma vista da me
IL LEGIONARIO
Cammino sotto il sole infuocato del deserto, arranco con la gola riarsa e sento la mente che inizia a vacillare, facile preda dei dardi mortali di Helio. All'orizzonte, bagnato per effetto del riverbero, intravedo una palma ondeggiante, almeno credo sia una palma, e già pregusto la sorsata d'acqua che può salvarmi la vita, quando, in un barlume di lucidità, mi accorgo che la supposta palma si muove, mi si avvicina a passo addirittura sostenuto. Restringo gli occhi e porto la mano a visiera e lentamente l'immagine prende forma, una forma umana più che vegetale. Il sole risplende su un'armatura a placche d'acciaio, su un elmo stondato e su uno scudo con fregi gialli e rossi. Il gonnellino è rosso, le calighe marroni e la cuspide della lancia risplende incutendomi un timore reverenziale.
Mi fermo, priva di forze, il fiato corto ed il mio sguardo si posa sul minaccioso gladio che sporge al fianco dell'uomo e che mi abbaglia all'improvviso.
Con estrema tranquillità, come se il caldo non lo sfiorasse neppure, appena arriva vicinissimo mi assesta una cordiale pacca sulla spalla ed io cado a peso morto sulla sabbia sottile del deserto.
-Ehi!- esclama aiutandomi a tornare in piedi. -Non immaginavo fossi così… gracilina.-
Mi pulisco dalla sabbia, sputo un po' di granelli, sbatto gli occhi e sospiro.
-Ma chi diavolo sei? E come ti viene in mente, poi, di abbattermi così?-
-Aho, e mica è colpa mia se sei fatta di gelatina.- ribatte quasi offeso. -Io volevo solo essere gentile, scambiare un saluto. Non si incontra molta gente nei paraggi. Comunque, io sono Caio, uno dei legionari del grande Giulio Cesare.- si presenta raddrizzando le spalle.
Per una frazione di secondo rimango senza parole, quindi, cercando vanamente di pararmi dal sole accecante, borbotto:
-Ecco. Dovevo immaginarlo. Siete tutti così gentili voi legionari?-
Sorride e si toglie l'elmo, mettendomelo in testa e studiando la mia espressione titubante.
-Questo ti riparerà.- mormora conciliante.
Avverto la pesantezza dell'acciaio sulla testa, ma non riesco a replicare, troppo sfinita e prossima al collasso. E' incredibile, ma quell'elmo offre un'ottima visuale e lascia scoperte le orecchie, nonostante i guanciali che riparano i lati del volto.
-E' per ascoltare bene gli ordini in battaglia.- spiega.
Lo vedo prendere una borraccia che porta in spalla insieme ad altre cose e me la offre per dissetarmi. La prendo con avidità e ne tracanno un lungo sorso, sentendomi subito meglio.
-Mi sembra giusto. Ma quanto pesa quest'armatura?- domando porgendo la borraccia che, nel frattempo, si è miracolosamente riempita di nuovo di acqua.
-Suppongo quindici, venti chili. Ma noi legionari siamo addestrati a marciare con questo peso addosso, pertanto non lo avvertiamo più. Ti basti sapere che, seguendo il nostro generale, abbiamo coperto duecento chilometri in soli tre giorni. A piedi, ovviamente.-
Il suo orgoglio è tangibile e gli occhi gli brillano di fierezza ed io mi sento veramente di gelatina dinanzi a lui.
-Le legioni hanno reso grande Roma.- rammento, sbirciando la scritta "Legio" sullo scudo ed il numero di appartenenza.
Annuisce e porta le mani sui fianchi, inspirando a fondo.
-Agli inizi la legione era composta da 6000 uomini che prestavano servizio solo in caso di guerra. In seguito, con l'espandersi del territorio, ci siamo dati un ordinamento ed il servizio non si prestava più saltuariamente.-
-Questo, però, non è stato sufficiente quando i Celti hanno invaso l'Urbe, nel 390 a.C.-
-E' vero.- ammette riluttante. -In quell'occasione i biondi barbari del nord ci hanno sopraffatto e noi legionari abbiamo dovuto rivedere la nostra tattica. Qualcosa, ovviamente, non andava.-
-Ossia?- domando curiosa.
-Be', innanzi tutto il servizio di leva non poteva essere più a carattere facoltativo, ma doveva divenire obbligatorio per tutti; di conseguenza, una volta arruolati, affrontare un faticosissimo ed estenuante addestramento che durava quattro mesi, dove facevamo marce forzate con tutta l'armatura addosso. Di pari passo l'addestramento con il gladio.- e tira fuori questa spada corta e larga che incute paura.
-Sembra un grosso pugnale.- noto deglutendo.
-E quasi lo era. Venivamo addestrati per colpire di punta, diritto allo stomaco dell'avversario, la parte più molle e priva di protezioni. Sotto il nostro assalto nessuno resisteva.- ammicca arricciando il naso.
-Posso benissimo immaginarlo. Siete diventati l'esercito più temuto dell'antichità, il più efferato, ma anche il più disciplinato.-
-Già.- sogghigna, mostrando una fila di denti bianchi. -L'astinenza forzata prima della battaglia aveva il potere di renderti più crudele contro il nemico. La legione, nel periodo di massimo splendore, era composta da 4800 soldati, suddivisi in 10 coorti di 480 uomini e questi suddivisi in 6 centurie di 80 uomini. I centurioni erano coloro che, alla fine, comandavano, essendo i più vicini ai soldati; un po' come succede alle basi di un esercito moderno. Non andavano mai in pensione e terminavano la loro vita facendo carriera militare. Ho conosciuto centurioni che combattevano pur essendo ottuagenari.-
Trattengo un sorriso divertito, immaginando un attempato vecchietto con i radi capelli bianchi che ancora urla ordini ai suoi uomini. Ma, a parte questo, Caio ha ragione.
-Vedervi schierati doveva apparire terrificante per il nemico.-
Mi si avvicina con aria complice e sussurra:
-Se pensi che ogni legione possedeva anche 300 cavalieri…-
Provo solo ad immaginare un esercito di decine di legioni, schierato dinanzi ad un nemico più caotico e roboante che addestrato e disciplinato e rabbrividisco.
-Le battaglie sostenute dai legionari erano sanguinose.- ricordo.
-Sì, è vero. Ma noi romani, a differenza dei barbari e dei Cartaginesi, potevamo permetterci il lusso di perdere anche 50.000 uomini al giorno, perché il giorno dopo erano comunque rimpiazzati. La legione era sempre pingue.- commenta con un sorriso di superiorità.
Inorridisco al pensiero e riesco a credere, a quel punto, alle parole di Giulio Cesare, quando disse che la guerra contro i Galli era costata due milioni di morti.
-A proposito di Cartagine…- inizio con brutto cipiglio. -L'avete rasa al suolo con una violenza inaudita.-
Sbuffa e sposta il peso da un piede all'alto ed io mi soffermo sulle calighe, inarcando le sopracciglia: come diavolo facevano a combattere con quelle cose addosso? Apparentemente sembrano così delicate…
-Tre sanguinose guerre puniche, durate decenni e costate molte vite… Sì, avevamo timore di Cartagine e non ci abbiamo pensato due volte, quando ne abbiamo avuto l'occasione, a raderla al suolo. Ma noi,- aggiunge scurendosi in volto, -non eravamo spietati solo contro i nostri nemici; anche con noi stessi.-
-Ossia?-
-Mai sentito parlare della decimazione?-
-Be', sì, quando il vincitore decima il nemico…-
-No, no.- mi interrompe con un gesto secco della mano. -La vera decimazione significa prendere un uomo su dieci e passarlo per le armi. I nostri uomini.-
Sgrano gli occhi inorridita e chiedo:
-E perché mai?-
Fa una smorfia e si avvicina per osservarmi bene.
-Sei mai stata sotto le armi?-
-No.-
-Allora è tutto chiaro.- commenta quasi con disgusto.
-Chiaro cosa?- insisto.
Si gratta il mento sbarbato e mi accorgo che, a dispetto delle apparenze, è molto giovane e mi sovviene anche il perché: l'età media, all'epoca, era di venticinque anni. Pertanto, come si entrava nella pubertà, si veniva subito arruolati per un periodo non inferiore agli otto anni.
-Chiunque si dimostrava codardo in battaglia, era causa della decimazione del proprio reparto.-
-Oh, mio Dio!- sussurro inorridita. -Ma non era più logico colpire il pusillanime?-
-Occorre disciplina.- replica perentorio, da buon legionario. -Non mi meraviglia che tu sia stata renitente alla leva.-
-Io non sono stata…-
Scuoto la testa, sorvolando sull'insinuazione e lui continua, come se non fosse stato neppure interrotto:
-Se ero consapevole di poter causare la morte dei miei compagni, preferivo superare la paura e morire in battaglia. Tu sopravvivresti con un fardello simile?-
-Assolutamente. Ora mi spiego perché le legioni romane erano temute in tutto il mondo-
-Già. Il nostro arrivo era sinonimo di morte e distruzione. Io ero e sono tuttora fiero di essere un legionario di Cesare.- dice portando il braccio piegato all'altezza del petto, in modo che il pugno arrivi al cuore.
-Be',- rispondo sorridendo, -in qualche modo, anche noi siamo legionari, legionari di una Roma diversa.-
-Quale Roma?- grugnisce e la sua irruenza quasi mi spaventa. -Di Roma ce n'è una sola.- puntualizza con occhi che scintillano.
-Non esattamente…-
-Sai cosa vuol dire "Legionario"?- incalza, provando ad incutermi soggezione.
-Ammetto di essere molto ignorante.- rispondo con un sorriso accattivante.
-Nel nostro latino, la nostra bellissima lingua, significa "raccogliere in armi". Anche voi vi raccogliete in armi?-
Il mio sorriso si illumina maggiormente, pensando ai colori dello stadio e rispondo:
-Non proprio.-
-E allora, cara mia, di legionari esistiamo solo noi, la vera macchina da guerra di Roma.-
Lo vedo alzare il mento con fierezza e comprendo che non può capire quello che intendo io e lascio cadere il discorso, un attimo prima di sentire un tuono rombare sopra la mia testa. Alzo gli occhi al cielo e vedo un gruppo di nubi nere che arrivano con il loro pesante carico di pioggia e sorrido, rincuorandomi non poco. Quando la pioggia scende, mi accorgo che l'uomo non c'è più, svanito come un miraggio, ma in testa porto ancora il suo brillante elmo d'acciaio ed un sorriso mi piega le labbra.
Cammino sotto il sole infuocato del deserto, arranco con la gola riarsa e sento la mente che inizia a vacillare, facile preda dei dardi mortali di Helio. All'orizzonte, bagnato per effetto del riverbero, intravedo una palma ondeggiante, almeno credo sia una palma, e già pregusto la sorsata d'acqua che può salvarmi la vita, quando, in un barlume di lucidità, mi accorgo che la supposta palma si muove, mi si avvicina a passo addirittura sostenuto. Restringo gli occhi e porto la mano a visiera e lentamente l'immagine prende forma, una forma umana più che vegetale. Il sole risplende su un'armatura a placche d'acciaio, su un elmo stondato e su uno scudo con fregi gialli e rossi. Il gonnellino è rosso, le calighe marroni e la cuspide della lancia risplende incutendomi un timore reverenziale.
Mi fermo, priva di forze, il fiato corto ed il mio sguardo si posa sul minaccioso gladio che sporge al fianco dell'uomo e che mi abbaglia all'improvviso.
Con estrema tranquillità, come se il caldo non lo sfiorasse neppure, appena arriva vicinissimo mi assesta una cordiale pacca sulla spalla ed io cado a peso morto sulla sabbia sottile del deserto.
-Ehi!- esclama aiutandomi a tornare in piedi. -Non immaginavo fossi così… gracilina.-
Mi pulisco dalla sabbia, sputo un po' di granelli, sbatto gli occhi e sospiro.
-Ma chi diavolo sei? E come ti viene in mente, poi, di abbattermi così?-
-Aho, e mica è colpa mia se sei fatta di gelatina.- ribatte quasi offeso. -Io volevo solo essere gentile, scambiare un saluto. Non si incontra molta gente nei paraggi. Comunque, io sono Caio, uno dei legionari del grande Giulio Cesare.- si presenta raddrizzando le spalle.
Per una frazione di secondo rimango senza parole, quindi, cercando vanamente di pararmi dal sole accecante, borbotto:
-Ecco. Dovevo immaginarlo. Siete tutti così gentili voi legionari?-
Sorride e si toglie l'elmo, mettendomelo in testa e studiando la mia espressione titubante.
-Questo ti riparerà.- mormora conciliante.
Avverto la pesantezza dell'acciaio sulla testa, ma non riesco a replicare, troppo sfinita e prossima al collasso. E' incredibile, ma quell'elmo offre un'ottima visuale e lascia scoperte le orecchie, nonostante i guanciali che riparano i lati del volto.
-E' per ascoltare bene gli ordini in battaglia.- spiega.
Lo vedo prendere una borraccia che porta in spalla insieme ad altre cose e me la offre per dissetarmi. La prendo con avidità e ne tracanno un lungo sorso, sentendomi subito meglio.
-Mi sembra giusto. Ma quanto pesa quest'armatura?- domando porgendo la borraccia che, nel frattempo, si è miracolosamente riempita di nuovo di acqua.
-Suppongo quindici, venti chili. Ma noi legionari siamo addestrati a marciare con questo peso addosso, pertanto non lo avvertiamo più. Ti basti sapere che, seguendo il nostro generale, abbiamo coperto duecento chilometri in soli tre giorni. A piedi, ovviamente.-
Il suo orgoglio è tangibile e gli occhi gli brillano di fierezza ed io mi sento veramente di gelatina dinanzi a lui.
-Le legioni hanno reso grande Roma.- rammento, sbirciando la scritta "Legio" sullo scudo ed il numero di appartenenza.
Annuisce e porta le mani sui fianchi, inspirando a fondo.
-Agli inizi la legione era composta da 6000 uomini che prestavano servizio solo in caso di guerra. In seguito, con l'espandersi del territorio, ci siamo dati un ordinamento ed il servizio non si prestava più saltuariamente.-
-Questo, però, non è stato sufficiente quando i Celti hanno invaso l'Urbe, nel 390 a.C.-
-E' vero.- ammette riluttante. -In quell'occasione i biondi barbari del nord ci hanno sopraffatto e noi legionari abbiamo dovuto rivedere la nostra tattica. Qualcosa, ovviamente, non andava.-
-Ossia?- domando curiosa.
-Be', innanzi tutto il servizio di leva non poteva essere più a carattere facoltativo, ma doveva divenire obbligatorio per tutti; di conseguenza, una volta arruolati, affrontare un faticosissimo ed estenuante addestramento che durava quattro mesi, dove facevamo marce forzate con tutta l'armatura addosso. Di pari passo l'addestramento con il gladio.- e tira fuori questa spada corta e larga che incute paura.
-Sembra un grosso pugnale.- noto deglutendo.
-E quasi lo era. Venivamo addestrati per colpire di punta, diritto allo stomaco dell'avversario, la parte più molle e priva di protezioni. Sotto il nostro assalto nessuno resisteva.- ammicca arricciando il naso.
-Posso benissimo immaginarlo. Siete diventati l'esercito più temuto dell'antichità, il più efferato, ma anche il più disciplinato.-
-Già.- sogghigna, mostrando una fila di denti bianchi. -L'astinenza forzata prima della battaglia aveva il potere di renderti più crudele contro il nemico. La legione, nel periodo di massimo splendore, era composta da 4800 soldati, suddivisi in 10 coorti di 480 uomini e questi suddivisi in 6 centurie di 80 uomini. I centurioni erano coloro che, alla fine, comandavano, essendo i più vicini ai soldati; un po' come succede alle basi di un esercito moderno. Non andavano mai in pensione e terminavano la loro vita facendo carriera militare. Ho conosciuto centurioni che combattevano pur essendo ottuagenari.-
Trattengo un sorriso divertito, immaginando un attempato vecchietto con i radi capelli bianchi che ancora urla ordini ai suoi uomini. Ma, a parte questo, Caio ha ragione.
-Vedervi schierati doveva apparire terrificante per il nemico.-
Mi si avvicina con aria complice e sussurra:
-Se pensi che ogni legione possedeva anche 300 cavalieri…-
Provo solo ad immaginare un esercito di decine di legioni, schierato dinanzi ad un nemico più caotico e roboante che addestrato e disciplinato e rabbrividisco.
-Le battaglie sostenute dai legionari erano sanguinose.- ricordo.
-Sì, è vero. Ma noi romani, a differenza dei barbari e dei Cartaginesi, potevamo permetterci il lusso di perdere anche 50.000 uomini al giorno, perché il giorno dopo erano comunque rimpiazzati. La legione era sempre pingue.- commenta con un sorriso di superiorità.
Inorridisco al pensiero e riesco a credere, a quel punto, alle parole di Giulio Cesare, quando disse che la guerra contro i Galli era costata due milioni di morti.
-A proposito di Cartagine…- inizio con brutto cipiglio. -L'avete rasa al suolo con una violenza inaudita.-
Sbuffa e sposta il peso da un piede all'alto ed io mi soffermo sulle calighe, inarcando le sopracciglia: come diavolo facevano a combattere con quelle cose addosso? Apparentemente sembrano così delicate…
-Tre sanguinose guerre puniche, durate decenni e costate molte vite… Sì, avevamo timore di Cartagine e non ci abbiamo pensato due volte, quando ne abbiamo avuto l'occasione, a raderla al suolo. Ma noi,- aggiunge scurendosi in volto, -non eravamo spietati solo contro i nostri nemici; anche con noi stessi.-
-Ossia?-
-Mai sentito parlare della decimazione?-
-Be', sì, quando il vincitore decima il nemico…-
-No, no.- mi interrompe con un gesto secco della mano. -La vera decimazione significa prendere un uomo su dieci e passarlo per le armi. I nostri uomini.-
Sgrano gli occhi inorridita e chiedo:
-E perché mai?-
Fa una smorfia e si avvicina per osservarmi bene.
-Sei mai stata sotto le armi?-
-No.-
-Allora è tutto chiaro.- commenta quasi con disgusto.
-Chiaro cosa?- insisto.
Si gratta il mento sbarbato e mi accorgo che, a dispetto delle apparenze, è molto giovane e mi sovviene anche il perché: l'età media, all'epoca, era di venticinque anni. Pertanto, come si entrava nella pubertà, si veniva subito arruolati per un periodo non inferiore agli otto anni.
-Chiunque si dimostrava codardo in battaglia, era causa della decimazione del proprio reparto.-
-Oh, mio Dio!- sussurro inorridita. -Ma non era più logico colpire il pusillanime?-
-Occorre disciplina.- replica perentorio, da buon legionario. -Non mi meraviglia che tu sia stata renitente alla leva.-
-Io non sono stata…-
Scuoto la testa, sorvolando sull'insinuazione e lui continua, come se non fosse stato neppure interrotto:
-Se ero consapevole di poter causare la morte dei miei compagni, preferivo superare la paura e morire in battaglia. Tu sopravvivresti con un fardello simile?-
-Assolutamente. Ora mi spiego perché le legioni romane erano temute in tutto il mondo-
-Già. Il nostro arrivo era sinonimo di morte e distruzione. Io ero e sono tuttora fiero di essere un legionario di Cesare.- dice portando il braccio piegato all'altezza del petto, in modo che il pugno arrivi al cuore.
-Be',- rispondo sorridendo, -in qualche modo, anche noi siamo legionari, legionari di una Roma diversa.-
-Quale Roma?- grugnisce e la sua irruenza quasi mi spaventa. -Di Roma ce n'è una sola.- puntualizza con occhi che scintillano.
-Non esattamente…-
-Sai cosa vuol dire "Legionario"?- incalza, provando ad incutermi soggezione.
-Ammetto di essere molto ignorante.- rispondo con un sorriso accattivante.
-Nel nostro latino, la nostra bellissima lingua, significa "raccogliere in armi". Anche voi vi raccogliete in armi?-
Il mio sorriso si illumina maggiormente, pensando ai colori dello stadio e rispondo:
-Non proprio.-
-E allora, cara mia, di legionari esistiamo solo noi, la vera macchina da guerra di Roma.-
Lo vedo alzare il mento con fierezza e comprendo che non può capire quello che intendo io e lascio cadere il discorso, un attimo prima di sentire un tuono rombare sopra la mia testa. Alzo gli occhi al cielo e vedo un gruppo di nubi nere che arrivano con il loro pesante carico di pioggia e sorrido, rincuorandomi non poco. Quando la pioggia scende, mi accorgo che l'uomo non c'è più, svanito come un miraggio, ma in testa porto ancora il suo brillante elmo d'acciaio ed un sorriso mi piega le labbra.
venerdì 20 marzo 2009
Roma vista da me
CLAUDIO CESARE NERONE
(Anzio, 15 dicembre 37 - Roma, 6 aprile 68)
E' buio ed io vago per il Colosseo illuminato a giorno dai riflettori, come una qualsiasi turista, immaginando i giochi, le battaglie, le grida, il sangue che i secoli hanno cancellato, lasciando solo il ricordo di un'opera mastodontica e di sicura invidiabile bellezza. I gatti sono ora i padroni indiscussi e nei loro dolci miagolii riecheggiano i ruggiti di leoni, tigri e leopardi che un tempo vi soggiornavano e vi banchettavano.
-Se solo avessi potuto cantare qui…-
A quelle parole improvvise mi fermo e mi giro, fissando quel volto largo, non particolarmente bello, che risplende alla luce dei riflettori. Se ne sta lì, seduto come poteva esserlo un semplice romano dell'epoca e lo sguardo gli brilla di malinconica eccitazione. Esito, nonostante tutto timorosa, ben conoscendo la sua indole crudele e rimango a debita distanza.
-Non è questo il tuo posto, Nerone.- gli faccio notare. -Gli imperatori sedevano laggiù.- ed ammicco verso il palco.
Lui scuote la bionda testa e ribatte, come se neppure avessi parlato:
-Se solo questa meraviglia fosse esistita ai miei tempi, non me ne sarei andato in Grecia per recitare, cantare e partecipare ai ludi equestri.-
E' vero, conosco queste sue passioni e so bene pure che, se solo chicchessia avesse osato vincere una gara canora al suo posto, lo avrebbe fatto uccidere seduta stante. Quando recitava o scendeva in pista come auriga, pretendeva di vincere anche se arrivava ultimo e tutti l'avevano capito a menadito dopo i primi morti.
Mi guardo attorno, per accertarmi che i turisti non lo vedano e faccio cautamente un passo verso di lui. In mano ha la lira e di tanto in tanto pizzica una corda, creando una straziante melodia.
-Il nipote di Caligola.- commento. -L'ultimo della stirpe Giulio-Claudia.-
-L'ultimo folle…- sogghigna ironico.
-Io non ci credo. Non ho mai creduto che tu abbia deliberatamente incendiato Roma nel 64.-
Quella affermazione cattura la sua attenzione e posa i suoi occhi inquietanti su di me, incutendomi un sano terrore.
-Non l'ho fatto, difatti. Quando l'incendio divampò io ero ad Anzio, la città che ha visto i miei natali… ma non per questo me ne sono dispiaciuto.- ammette con aria birichina.
-Ah, no?- ripeto allibita, tenendo a freno l'ira che in un solo secondo mi ha incendiato il cuore.
-No. Desideravo l'Urbe più bella di come era diventata e dopo l'incendio l'ho fatta riedificare in pianta diversa, aggiungendoci la mia bellissima Domus Aurea. Una delizia per gli occhi, non sei d'accordo?-
-Un tocco di megalomania.- sottolineo. -Però, indubbiamente meravigliosa.- concedo.
Mi guarda, studiandomi dalla testa ai piedi e sotto quello sguardo acuto mi innervosisco. Così, per evitarlo, mi siedo su uno scalino accanto a lui, mantenendo una certa distanza di sicurezza. Non so, ma di quest'uomo rubicondo non mi fido abbastanza.
-Tutti, però, hanno sempre pensato che la colpa fosse tua.-
-Se colpa ho avuto, è stata quella di dire pubblicamente che avei voluto radere Roma al suolo per riedificarla. Non si può condannare un uomo solo per quello che proferisce.-
Avrei molto da ribattere su quell'affermazione, ma lascio perdere, ricordando chi ho di fronte e che ruolo ha ricoperto e borbotto:
-Ma tua è stata la colpa di punire i cristiani come rei dell'incendio.-
Alza le spalle con indifferenza e borbotta:
-Non conoscevo questi cristiani; sapevo solo vagamente della loro esistenza e mi è parsa la giusta mossa per far sfogare il rancore del popolo dopo il rogo che ha distrutto le case. Qualcuno doveva pur pagare, no? E chi meglio dei remissivi cristiani poteva essere innalzato a capro espiatorio? A chi vuoi che importava?-
Rimango allibita e senza parole e la mia espressione deve avere un qualcosa di buffo, perché lui si mette a ridere con spregio, lasciandomi chiaramente capire come la pensassero, all'epoca, sulla religione che stava piantando solide radici per divenire mondiale. Scuoto la testa e lo vedo che torna a pizzicare le corde, intonando una canzone in voga ai suoi tempi: tutto sommato, devo riconoscere che non ha una brutta voce.
-Tua madre era Agrippina minore, la sorella di Caligola.- inizio.
Al solo nominare sua madre, si scurisce in volto, smette di cantare e mi fissa con astio, come se avessi appena attentato alla sua vita.
-Già.- biascica ed il suo tono mi sorprende. -E' stata lei a spianarmi la strada per divenire imperatore, affiancandomi Seneca come consigliere.-
-I primi anni sei stato un buon sovrano.- ricordo.
-Sì, ma poi il rifiuto di mia madre a concedermi di divorziare dalla mia prima moglie Ottavia, mi ha irritato a tal punto che l'ho esiliata.-
-L'hai anche fatta uccidere dai tuoi pretoriani.- aggiungo.
Fa' un gesto di insofferenza, come se il ricordo lo infastidisse ancora dopo tanti secoli e spiega:
-Sono salito al potere a diciassette anni e lei ha guidato le mie azioni con l'appoggio di Seneca, fino a farmi soffocare. Era invasiva fino all'inverosimile, tanto da giungere ad offrirsi a me, suo figlio, purché non divorziassi da Ottavia.-
Sgrano gli occhi ed inorridisco al solo pensiero e vedo che anche lui scuote la testa con rassegnazione.
-Non capirò mai,- conclude meditabondo, -perché non volessi che sposassi Poppea.-
-La Poppea che hai ucciso tirandole un calcio in grembo, dove cresceva tuo figlio?-
Chiude gli occhi ed inspira a fondo ed un velo di malinconia lo sfiora, rendendolo quasi umano.
-Ho amato molto Poppea ed ho sofferto enormemente per la sua perdita. In seguito, errando come un pazzo per le vie dell'Urbe invocando il suo nome, mi sono imbattuto in Sporo, un giovane che le somigliava tantissimo. L'ho sposato dopo averlo fatto castrare.-
-L'hai sposato?- ripeto come se non avessi ben capito ed il tono aspro della mia voce sorprende me stessa.
Riapre di scatto gli occhi e mi fissa con evidente astio.
-Sì, l'ho sposato, e allora? E dopo di lui ho sposato Statilia Messalina.-
-"Quella" Messalina?-
-Ma no!- esclama facendo un gesto di stizza con la mano. -Quella era la quarta moglie di Claudio. Noto che hai un po' di confusione in testa.-
-Be', con nomi uguali… Ma tu,- riprendo cambiando discorso, -alla fine hai esiliato pure Seneca, prendendoti Tigellino come amico e consigliere.-
Lo sento grugnire qualcosa e dalla sua lira parte un suono stridulo che mi fa serrare i denti prima che cadano a pezzi.
-Bell'affare feci.- commenta acido. -Mi ha fatto credere di essermi amico e poi mi ha tradito. La prima congiura per uccidermi è costata la vita a Calpurnio Pisone, Lucano, Petronio e lo stesso Seneca. Via,- conclude con tono spicciativo, facendo un gesto eloquente con la mano, -morti tutti per aver osato alzare la mano armata su un dio.-
-Tu?- insinuo mordace.
-Io, sì.- sibila minaccioso, puntandomi addosso due occhi fiammeggianti. -Non digerivo granché l'idea che a qualcuno piacesse vedermi morto. Ero giovane e non gradivo divenire cibo per far banchettare i vermi.-
-Ma li hai rimpinzati a dovere con la carne di tutti coloro che hanno provato a ribellarsi alla tua monarchia assoluta.-
-E dunque?- mi sfida ergendosi fin dove possibile stando seduti. -Non vedo dove sia il problema.-
Rimango sconcertata, apro la bocca per replicare, quindi la richiudo di scatto e dopo un po' ripeto:
-Già. Nessun problema.-
Il mio tono non deve fargli molto piacere, poiché restringe gli occhi perigliosamente, fissandomi a lungo da sotto le ciglia bionde.
-Tu, figliola, non hai buon animo verso di me.- commenta.
Sorrido e mi rialzo, volgendo l'attenzione ai turisti che, ignari, ci passano accanto sfiorandoci senza vederci.
-La tua condotta immorale e violenta non ha mai influito sull'amministrazione pubblica e questo va a tuo vantaggio.-
-A mio vantaggio pure il fatto che il popolo non ha voluto credere alla mia morte e che ha sempre sperato nel mio ritorno.- aggiunge alzando l'indice come un maestro che sta spiegando una lezione.
-Vero.- concedo. -Ma il senato ed i pretoriani ti odiavano e ti hanno isolato, condannandoti a morte.-
Si scurisce in volto, quel volto massiccio e duro e digrigna i denti sibilando furente:
-Quel fedifrago di Tigellino… Mi ha tradito, quel bastardo!- ripete ed io mi accorgo che la cosa gli rode ancora l'anima.
-Non mi risulta sia mai stato uno stinco di santo.- gli faccio notare con condiscendenza. -Avresti potuto essere un po' più oculato nello sceglierti gli amici.-
Sogghigna, lo sguardo perso nel vuoto, in un periodo lontano che io non vivrò mai e mormora:
-Non gli ho dato la soddisfazione di uccidermi: l'ho fatto da solo.-
-Come un vero commediante. Così come hai vissuto.-
-Hai paura della morte?- mi domanda a bruciapelo, scrutandomi fin dentro l'anima.
-Sì.- non esito a rispondere. -Come tutti, del resto.-
-Io non ho avuto timore.- risponde gonfiando il petto.
Inarco le sopracciglia, ricordando che la paura l'aveva trattenuto dal pugnalarsi da solo e che era stato aiutato da un liberto suo amico; ma non ribatto, lascio che si crogioli in un ricordo affievolito dal tempo, un ricordo che gli fa credere di essere stato migliore di quanto in realtà fosse stato.
-Quindi, deduco che tu abbia avuto a cuore Roma.- commento cambiando discorso.
Con un gesto della mano mi mostra il Colosseo ed il suo volto si illumina.
-Tu non l'hai a cuore?- rimanda. -Per Roma ho sopportato che la Storia mi bollasse come piromane, quando in realtà ho portato solo migliorie. Ma, si sa, la Storia la scrivono i vincitori ed io, purtroppo, ne sono uscito vinto.-
Lo studio a lungo, mentre riprende a pizzicare le corde della lira ed intona una canzone dolce, che non comprendo e mi rendo conto che quest'uomo, tutto sommato, è stato sì crudele nella sfera affettiva, ma che nei romani ha lasciato un senso di vuoto e di rimpianto che noi, romani di oggi, stentiamo a comprendere e non è un caso se la sua tomba è rimasta sempre coperta di fiori, a dispetto dei congiurati ed a testimonianza dell'affetto di un intero popolo.
(Anzio, 15 dicembre 37 - Roma, 6 aprile 68)
E' buio ed io vago per il Colosseo illuminato a giorno dai riflettori, come una qualsiasi turista, immaginando i giochi, le battaglie, le grida, il sangue che i secoli hanno cancellato, lasciando solo il ricordo di un'opera mastodontica e di sicura invidiabile bellezza. I gatti sono ora i padroni indiscussi e nei loro dolci miagolii riecheggiano i ruggiti di leoni, tigri e leopardi che un tempo vi soggiornavano e vi banchettavano.
-Se solo avessi potuto cantare qui…-
A quelle parole improvvise mi fermo e mi giro, fissando quel volto largo, non particolarmente bello, che risplende alla luce dei riflettori. Se ne sta lì, seduto come poteva esserlo un semplice romano dell'epoca e lo sguardo gli brilla di malinconica eccitazione. Esito, nonostante tutto timorosa, ben conoscendo la sua indole crudele e rimango a debita distanza.
-Non è questo il tuo posto, Nerone.- gli faccio notare. -Gli imperatori sedevano laggiù.- ed ammicco verso il palco.
Lui scuote la bionda testa e ribatte, come se neppure avessi parlato:
-Se solo questa meraviglia fosse esistita ai miei tempi, non me ne sarei andato in Grecia per recitare, cantare e partecipare ai ludi equestri.-
E' vero, conosco queste sue passioni e so bene pure che, se solo chicchessia avesse osato vincere una gara canora al suo posto, lo avrebbe fatto uccidere seduta stante. Quando recitava o scendeva in pista come auriga, pretendeva di vincere anche se arrivava ultimo e tutti l'avevano capito a menadito dopo i primi morti.
Mi guardo attorno, per accertarmi che i turisti non lo vedano e faccio cautamente un passo verso di lui. In mano ha la lira e di tanto in tanto pizzica una corda, creando una straziante melodia.
-Il nipote di Caligola.- commento. -L'ultimo della stirpe Giulio-Claudia.-
-L'ultimo folle…- sogghigna ironico.
-Io non ci credo. Non ho mai creduto che tu abbia deliberatamente incendiato Roma nel 64.-
Quella affermazione cattura la sua attenzione e posa i suoi occhi inquietanti su di me, incutendomi un sano terrore.
-Non l'ho fatto, difatti. Quando l'incendio divampò io ero ad Anzio, la città che ha visto i miei natali… ma non per questo me ne sono dispiaciuto.- ammette con aria birichina.
-Ah, no?- ripeto allibita, tenendo a freno l'ira che in un solo secondo mi ha incendiato il cuore.
-No. Desideravo l'Urbe più bella di come era diventata e dopo l'incendio l'ho fatta riedificare in pianta diversa, aggiungendoci la mia bellissima Domus Aurea. Una delizia per gli occhi, non sei d'accordo?-
-Un tocco di megalomania.- sottolineo. -Però, indubbiamente meravigliosa.- concedo.
Mi guarda, studiandomi dalla testa ai piedi e sotto quello sguardo acuto mi innervosisco. Così, per evitarlo, mi siedo su uno scalino accanto a lui, mantenendo una certa distanza di sicurezza. Non so, ma di quest'uomo rubicondo non mi fido abbastanza.
-Tutti, però, hanno sempre pensato che la colpa fosse tua.-
-Se colpa ho avuto, è stata quella di dire pubblicamente che avei voluto radere Roma al suolo per riedificarla. Non si può condannare un uomo solo per quello che proferisce.-
Avrei molto da ribattere su quell'affermazione, ma lascio perdere, ricordando chi ho di fronte e che ruolo ha ricoperto e borbotto:
-Ma tua è stata la colpa di punire i cristiani come rei dell'incendio.-
Alza le spalle con indifferenza e borbotta:
-Non conoscevo questi cristiani; sapevo solo vagamente della loro esistenza e mi è parsa la giusta mossa per far sfogare il rancore del popolo dopo il rogo che ha distrutto le case. Qualcuno doveva pur pagare, no? E chi meglio dei remissivi cristiani poteva essere innalzato a capro espiatorio? A chi vuoi che importava?-
Rimango allibita e senza parole e la mia espressione deve avere un qualcosa di buffo, perché lui si mette a ridere con spregio, lasciandomi chiaramente capire come la pensassero, all'epoca, sulla religione che stava piantando solide radici per divenire mondiale. Scuoto la testa e lo vedo che torna a pizzicare le corde, intonando una canzone in voga ai suoi tempi: tutto sommato, devo riconoscere che non ha una brutta voce.
-Tua madre era Agrippina minore, la sorella di Caligola.- inizio.
Al solo nominare sua madre, si scurisce in volto, smette di cantare e mi fissa con astio, come se avessi appena attentato alla sua vita.
-Già.- biascica ed il suo tono mi sorprende. -E' stata lei a spianarmi la strada per divenire imperatore, affiancandomi Seneca come consigliere.-
-I primi anni sei stato un buon sovrano.- ricordo.
-Sì, ma poi il rifiuto di mia madre a concedermi di divorziare dalla mia prima moglie Ottavia, mi ha irritato a tal punto che l'ho esiliata.-
-L'hai anche fatta uccidere dai tuoi pretoriani.- aggiungo.
Fa' un gesto di insofferenza, come se il ricordo lo infastidisse ancora dopo tanti secoli e spiega:
-Sono salito al potere a diciassette anni e lei ha guidato le mie azioni con l'appoggio di Seneca, fino a farmi soffocare. Era invasiva fino all'inverosimile, tanto da giungere ad offrirsi a me, suo figlio, purché non divorziassi da Ottavia.-
Sgrano gli occhi ed inorridisco al solo pensiero e vedo che anche lui scuote la testa con rassegnazione.
-Non capirò mai,- conclude meditabondo, -perché non volessi che sposassi Poppea.-
-La Poppea che hai ucciso tirandole un calcio in grembo, dove cresceva tuo figlio?-
Chiude gli occhi ed inspira a fondo ed un velo di malinconia lo sfiora, rendendolo quasi umano.
-Ho amato molto Poppea ed ho sofferto enormemente per la sua perdita. In seguito, errando come un pazzo per le vie dell'Urbe invocando il suo nome, mi sono imbattuto in Sporo, un giovane che le somigliava tantissimo. L'ho sposato dopo averlo fatto castrare.-
-L'hai sposato?- ripeto come se non avessi ben capito ed il tono aspro della mia voce sorprende me stessa.
Riapre di scatto gli occhi e mi fissa con evidente astio.
-Sì, l'ho sposato, e allora? E dopo di lui ho sposato Statilia Messalina.-
-"Quella" Messalina?-
-Ma no!- esclama facendo un gesto di stizza con la mano. -Quella era la quarta moglie di Claudio. Noto che hai un po' di confusione in testa.-
-Be', con nomi uguali… Ma tu,- riprendo cambiando discorso, -alla fine hai esiliato pure Seneca, prendendoti Tigellino come amico e consigliere.-
Lo sento grugnire qualcosa e dalla sua lira parte un suono stridulo che mi fa serrare i denti prima che cadano a pezzi.
-Bell'affare feci.- commenta acido. -Mi ha fatto credere di essermi amico e poi mi ha tradito. La prima congiura per uccidermi è costata la vita a Calpurnio Pisone, Lucano, Petronio e lo stesso Seneca. Via,- conclude con tono spicciativo, facendo un gesto eloquente con la mano, -morti tutti per aver osato alzare la mano armata su un dio.-
-Tu?- insinuo mordace.
-Io, sì.- sibila minaccioso, puntandomi addosso due occhi fiammeggianti. -Non digerivo granché l'idea che a qualcuno piacesse vedermi morto. Ero giovane e non gradivo divenire cibo per far banchettare i vermi.-
-Ma li hai rimpinzati a dovere con la carne di tutti coloro che hanno provato a ribellarsi alla tua monarchia assoluta.-
-E dunque?- mi sfida ergendosi fin dove possibile stando seduti. -Non vedo dove sia il problema.-
Rimango sconcertata, apro la bocca per replicare, quindi la richiudo di scatto e dopo un po' ripeto:
-Già. Nessun problema.-
Il mio tono non deve fargli molto piacere, poiché restringe gli occhi perigliosamente, fissandomi a lungo da sotto le ciglia bionde.
-Tu, figliola, non hai buon animo verso di me.- commenta.
Sorrido e mi rialzo, volgendo l'attenzione ai turisti che, ignari, ci passano accanto sfiorandoci senza vederci.
-La tua condotta immorale e violenta non ha mai influito sull'amministrazione pubblica e questo va a tuo vantaggio.-
-A mio vantaggio pure il fatto che il popolo non ha voluto credere alla mia morte e che ha sempre sperato nel mio ritorno.- aggiunge alzando l'indice come un maestro che sta spiegando una lezione.
-Vero.- concedo. -Ma il senato ed i pretoriani ti odiavano e ti hanno isolato, condannandoti a morte.-
Si scurisce in volto, quel volto massiccio e duro e digrigna i denti sibilando furente:
-Quel fedifrago di Tigellino… Mi ha tradito, quel bastardo!- ripete ed io mi accorgo che la cosa gli rode ancora l'anima.
-Non mi risulta sia mai stato uno stinco di santo.- gli faccio notare con condiscendenza. -Avresti potuto essere un po' più oculato nello sceglierti gli amici.-
Sogghigna, lo sguardo perso nel vuoto, in un periodo lontano che io non vivrò mai e mormora:
-Non gli ho dato la soddisfazione di uccidermi: l'ho fatto da solo.-
-Come un vero commediante. Così come hai vissuto.-
-Hai paura della morte?- mi domanda a bruciapelo, scrutandomi fin dentro l'anima.
-Sì.- non esito a rispondere. -Come tutti, del resto.-
-Io non ho avuto timore.- risponde gonfiando il petto.
Inarco le sopracciglia, ricordando che la paura l'aveva trattenuto dal pugnalarsi da solo e che era stato aiutato da un liberto suo amico; ma non ribatto, lascio che si crogioli in un ricordo affievolito dal tempo, un ricordo che gli fa credere di essere stato migliore di quanto in realtà fosse stato.
-Quindi, deduco che tu abbia avuto a cuore Roma.- commento cambiando discorso.
Con un gesto della mano mi mostra il Colosseo ed il suo volto si illumina.
-Tu non l'hai a cuore?- rimanda. -Per Roma ho sopportato che la Storia mi bollasse come piromane, quando in realtà ho portato solo migliorie. Ma, si sa, la Storia la scrivono i vincitori ed io, purtroppo, ne sono uscito vinto.-
Lo studio a lungo, mentre riprende a pizzicare le corde della lira ed intona una canzone dolce, che non comprendo e mi rendo conto che quest'uomo, tutto sommato, è stato sì crudele nella sfera affettiva, ma che nei romani ha lasciato un senso di vuoto e di rimpianto che noi, romani di oggi, stentiamo a comprendere e non è un caso se la sua tomba è rimasta sempre coperta di fiori, a dispetto dei congiurati ed a testimonianza dell'affetto di un intero popolo.
venerdì 13 marzo 2009
Roma vista da me
GAIO CESARE GERMANICO (Caligola)
(Anzio, 31 agosto 12 - Roma, gennaio 41)
Mi lascio alle spalle la rocca del Sangallo e mi avvio sul lungomare della mia città natale, la cittadina che, insieme ad Anzio, ha visto sbarcare gli alleati per giungere a liberare Roma in breve tempo: Nettuno. L'odore della salsedine mi avviluppa e ricordo i giorni della mia prima infanzia, quando andavo a giocare nel cimitero americano, oppure quando mi soffermavo a fissare inquieta la salma di S. Maria Goretti. A distanza di anni mi sembra tutto molto più piccolo e rimango a guardare il mare, spingendo lo sguardo all'orizzonte, dove svolazzano i gabbiani. Le loro strida mi riportano alla mente le albe trascorse in braccio a mio padre, quando mi portava a respirare lo iodio perché, dicevano, mi faceva bene ed è in quel momento che vedo il lampo cadere sull'acqua ed in mezzo ai frangiflutti apparire questa figura alta, bella, la testa circondata dalla corona di alloro che nasconde una incipiente calvizie, la toga virile che fascia la sua notevole corporatura.
Mi irrigidisco alquanto, consapevole di trovarmi dinanzi ad uno degli uomini più crudeli della Storia, o almeno così si dice, e provo ad aprire bocca, ma il terrore mi inchioda e riesco solo a deglutire. Lui se ne accorge e piega le sue labbra sottili in un sogghigno divertito.
-Non intendo aggredirti.- inizia ed il tono sottile contrasta con la sua corporatura possente.
-Tu… Tu sei Gaio Cesare Germanico.-
-Precisamente. Ma tutti mi conoscono con il nomignolo affibbiatomi dai legionari di mio padre: Caligola.-
-E… perché?- continuo a balbettare, malgrado tutto ancora timorosa e diffidente.
Alza le spalle con disinteresse e risponde:
-Mia madre mi costringeva ad indossare la divisa dei legionari che ai piedi calzavano le calighe. Da qui il nomignolo. Non mi è mai piaciuto, ma tale sono passato alla Storia.-
-Non ti piaceva?-
-A te piacerebbe essere chiamata scarponcina?- ribatte con tono sferzante.
Sussulto spaventata, ma mi accorgo che è solo indignato e posso ben capirlo.
-Sei dura di comprendonio?- riprende sarcastico. -Ti ho già detto che non ho intenzione di aggredirti. I veri assassini sanguinari sono nati e vissuti nel ventesimo secolo, mandalo bene a mente. Non vanto i venti milioni di morti che ha seminato Stalin e neppure i sei di Hitler.-
-E' che… La Storia ti ha dipinto a fosche tinte.- mi difendo.
Porta le mani sui fianchi, esasperato, quindi esce dai frangiflutti e mi si avvicina. Fa qualche passo sul bagnasciuga e si china per prendere una manciata di sabbia che poi mi mostra.
-Questa rena ti ha visto crescere.- inizia. -Ed ha visto crescere me poco più in là, ad Anzio. Ti sembro così cattivo?-
Lo studio a lungo in quegli occhi grandi ed infossati, in quel volto ovale dai lineamenti gentili e dolci e mi rassereno alquanto, rispondendo:
-No, non mi sembri così cattivo.- ammetto.
Mi sorride ed il suo volto si illumina, rivelandolo per quello che era: un uomo sicuro di sé, gaudente, sagace ed estremamente pungente e sprezzante.
-E' vero, mi hanno dipinto come un folle, uno schizofrenico, un degenerato ed un assassino ed a mia discolpa posso solo dire che Svetonio, Dione e Seneca mi odiavano a sufficienza per lasciare ai posteri i loro scritti contro di me. Ma, se vai a vedere bene, non ho fatto nulla di più e nulla di meno di quello che avevano fatto i miei predecessori ed avrebbero fatto i miei successori. Io ho ereditato un impero all'età di venticinque anni, un impero difficile da governare.-
-Sbaglio, o tu sei stato il primo imperatore che è salito al potere non per adozione ma per sangue patrizio?-
-No, non sbagli. In me si fondevano per la prima volta le due grandi famiglie patrizie romane: Giulia e Claudia. Mia madre Agrippina era la pronipote di Augusto, mentre mio padre Germanico era discendente di Tiberio e Livia.-
-Possiedi anche un altro primato poco invidiabile: quello di aver iniziato le persecuzioni dei cristiani.-
Alza di nuovo le spalle, come se la cosa non lo interessasse minimamente e risponde:
-Il popolo amava i giochi, allora come ora. I romani adoravano vedere gli uomini sbranati dalle belve. Io ho semplicemente ridato i ludi alla città, dopo il governo insipido, piatto e puritano di Tiberio.-
Faccio una smorfia, disgustata, e ribatto:
-Sarà stato anche insipido e puritano, ma di certo lui non giaceva con le sue sorelle.-
-Io ho amato oltremodo Drusilla.- risponde con tono vibrante, -Non ci trovo nulla di male nell'amare la propria sorella.-
-E le mogli dei tuoi amici?-
-Tanto meno.-
-Tu hai amato un po' troppe persone.- insinuo melliflua. -Cosa mi dici dell'attore Mnestre, o di Valerio Catullo, o anche solo di tuo cognato Marco Emilio Lepido?-
-E dunque?- ribatte drizzando le spalle. -Lepido, quel fedifrago, ha persino congiurato contro di me. Me, che ero un dio e che potevo permettermi di esserlo. L'ho fatto giustiziare.-
-Un dio?-
-Certo, mia cara. Ho persino dato ordine di far costruire una mia statua dentro il tempio di Gerusalemme. Ma l'intervento di Agrippa mi ha fatto desistere. Come potevo non dar retta al mio mentore?-
-Mentore?- rimando inarcando le sopracciglia. -Ora si dice così?-
-Sei impertinente e maleducata!- scatta rabbioso, gli occhi imperiosi che mandano scintille. -Se mi fosse ancora concesso, ti farei mozzare la lingua.-
-Così come avresti voluto spellare Apelle?-
A quelle parole si irrigidisce appena, quindi scoppia a ridere di gusto e si trattiene la corona di alloro per non farla cadere.
-Oh, sì, quello! Ancora non hai capito? Era solo un gioco di parole ed io amavo giocare con le parole.-
-E il tuo cavallo, Incitato? Lo hai fatto senatore.-
La sua risata cristallina mi lascia perplessa ed istintivamente lo studio un po' meglio, per vedere se per caso non mi è sfuggito qualcosa.
-Sono stata divertente?- commento acida, incrociando le braccia al petto.
-No, ma hai avuto il potere di farmi ricordare la faccia dei senatori quando ho fatto presente il mio desiderio di nominare loro pari Incitato.-
-Indignati?- suggerisco.
-Ed offesi! Quei tronfi pavoni che sapevano solo blaterare senza mai giungere ad una conclusione! Ho semplicemente voluto dargli una lezione: il mio cavallo sarebbe stato più intelligente di loro e sicuramente meno corrotto.-
-Quindi, era solo uno scherzo?- domando dubbiosa.
-Ovvio! Ogni cosa dicevo veniva sempre travisata, come quando ho appellato Livia "Ulisse in gonnella" e questo non ha fatto altro che alimentare le dicerie sulla mia follia. Ma io ero come mia madre e mia nonna: avevo la lingua tagliente e ne facevo largo uso, non perdendo occasione per fare battute.-
-Peccato che coloro che ti stavano intorno non l'hanno capito.- replico.
-Sì, un vero peccato. Non era colpa mia se ero pungente, sarcastico ed estremamente arrogante.-
-A parte questo, io so che hai comunque amato molto Roma.-
Allarga le braccia e sorride, apparendo bellissimo.
-Chi non l'amerebbe? Durante il mio principato ho fatto in modo da consolidare il potere di Roma più che espanderlo. Ritenevo fosse più prudente poggiare su solide fondamenta.-
-So che hai anche affrontato il problema della manutenzione delle strade.-
-Mi sembrava lapalissiano. Noi romani siamo stati famosi per le nostre strade che si snodavano per l'intero impero ed io non sopportavo che andassero in malora.-
-E' vero che hai ampliato la rete idrica a Roma?-
-Verissimo. Feci costruire due nuovi acquedotti, l'Acqua Claudia e l'Anio Noves, entrambi portati a termine dopo la mia morte.-
-Ti sei preoccupato anche della pulizia dell'Urbe.-
Gonfia il petto e si liscia la tonaca virile.
-Pur di far bella Roma, ho ricoperto di fango un addetto all'edilizia, per fargli capire cosa intendessi per pulizia. E lui lo capì talmente bene che, quando divenne imperatore con il nome di Vespasiano, si è ricordato della lezione ricevuta. Tutto merito mio, non credi?-
Ne convengo ed inizio a credere che davanti a me non ci sia un folle, ma una persona intelligente e sarcastica, che sa cogliere il lato umoristico in ogni occasione.
-So che ti piaceva travestirti.-
-Sì, fin da piccolo. La mia passione, dopo la corsa dei cavalli, era il teatro. Spesso intervenivo nelle rappresentazioni, mascherandomi e recitando insieme agli attori. Il mio migliore travestimento era Alessandro Magno.-
-Ma, oltre alle corse dei cavalli ed al teatro, si dice che amavi i combattimenti nelle arene.-
Arriccia il naso ed annusa l'aria salmastra, chiudendo un attimo gli occhi.
-I ludi circensi erano un vero spettacolo. Hai mai assistito?- indaga.
Rabbrividisco involontariamente e scuoto la testa.
-Male, ragazza, male. Noi romani ne andavamo fieri ed orgogliosi. I gladiatori erano un portento della natura. Un giorno mi capitò di assistere ad un incontro singolare.-
Rimango in silenzio e lo fisso a lungo, mentre il suo sguardo si vela di ricordi e le sue labbra si piegano in un dolce sorriso. Con tono pacato, riprende:
-Mentre un certo schiavo Androclo era al centro dell'arena, il leone che avrebbe dovuto sbranarlo si mise a leccarlo ed a fargli le moine come un grosso gattone. Ho poi saputo che la bestia aveva riconosciuto l'uomo che, tempo prima, gli aveva tolto una grossa spina dalla zampa che gli causava forte dolore. Quale magnifica riconoscenza!-
-Ma… Ma è vera?- balbetto allibita. -Questa storia è vera?-
-L'ho veduta io, con i miei occhi.-
-Deve essere stata una scena entusiasmante.-
-Spettacolare.- ammette. -Ho liberato sia lo schiavo che il leone.-
-Nobile gesto.- commento iniziando a guardarlo sotto una luce diversa.
Lui sorride ed all'improvviso allunga la mano e mi scarmiglia i capelli, facendomi impallidire.
-Un tempo, ti avrei costretto a tagliarli rasati.- ammette.
-Solo perché tu ne eri privo?- ribatto.
-Una idiosincrasia che è costata cara a molti.- ammette. -Ma io ero l'imperatore e come tale mi consideravo un dio.-
-Un dio che però è morto sotto i colpi di pugnale.-
Sospira e scuote la testa bionda. Ancora mi chiedo come facessero gli antichi a considerarlo brutto e privo di attrattiva. Ma il giudizio era stato dato da coloro che lo odiavano e volevano ad ogni costo porlo sotto una luce crudele e sanguinaria. I senatori che lo hanno ucciso, non si erano aspettati che il popolo piangesse la sua dipartita.
-Anche gli dèi tendono a morire.- commenta. -Solo il vostro Dio non muore mai. Pretenzioso, non trovi?-
Non replico, consapevole che mi sta stuzzicando di proposito, provocatorio come sempre, e con un sorriso mi saluta, tornando nei frangiflutti da dove era apparso. Esito un solo istante e lo richiamo:
-Gaio!-
Si ferma e volta appena la testa, sbirciandomi da sopra la spalla.
-Vedi? Tu ed io saremmo andati d'accordo. Se solo anche gli altri mi avessero compreso…-
Gli sorrido senza più timore ed istintivamente mi inchino, riconoscendo la sua natura divina. Lo vedo annuire lentamente e prima di svanire mi lancia la sua corona d'alloro. La raccolgo e la osservo a lungo, prima di portarla sul cuore e sospirare appena.
(Anzio, 31 agosto 12 - Roma, gennaio 41)
Mi lascio alle spalle la rocca del Sangallo e mi avvio sul lungomare della mia città natale, la cittadina che, insieme ad Anzio, ha visto sbarcare gli alleati per giungere a liberare Roma in breve tempo: Nettuno. L'odore della salsedine mi avviluppa e ricordo i giorni della mia prima infanzia, quando andavo a giocare nel cimitero americano, oppure quando mi soffermavo a fissare inquieta la salma di S. Maria Goretti. A distanza di anni mi sembra tutto molto più piccolo e rimango a guardare il mare, spingendo lo sguardo all'orizzonte, dove svolazzano i gabbiani. Le loro strida mi riportano alla mente le albe trascorse in braccio a mio padre, quando mi portava a respirare lo iodio perché, dicevano, mi faceva bene ed è in quel momento che vedo il lampo cadere sull'acqua ed in mezzo ai frangiflutti apparire questa figura alta, bella, la testa circondata dalla corona di alloro che nasconde una incipiente calvizie, la toga virile che fascia la sua notevole corporatura.
Mi irrigidisco alquanto, consapevole di trovarmi dinanzi ad uno degli uomini più crudeli della Storia, o almeno così si dice, e provo ad aprire bocca, ma il terrore mi inchioda e riesco solo a deglutire. Lui se ne accorge e piega le sue labbra sottili in un sogghigno divertito.
-Non intendo aggredirti.- inizia ed il tono sottile contrasta con la sua corporatura possente.
-Tu… Tu sei Gaio Cesare Germanico.-
-Precisamente. Ma tutti mi conoscono con il nomignolo affibbiatomi dai legionari di mio padre: Caligola.-
-E… perché?- continuo a balbettare, malgrado tutto ancora timorosa e diffidente.
Alza le spalle con disinteresse e risponde:
-Mia madre mi costringeva ad indossare la divisa dei legionari che ai piedi calzavano le calighe. Da qui il nomignolo. Non mi è mai piaciuto, ma tale sono passato alla Storia.-
-Non ti piaceva?-
-A te piacerebbe essere chiamata scarponcina?- ribatte con tono sferzante.
Sussulto spaventata, ma mi accorgo che è solo indignato e posso ben capirlo.
-Sei dura di comprendonio?- riprende sarcastico. -Ti ho già detto che non ho intenzione di aggredirti. I veri assassini sanguinari sono nati e vissuti nel ventesimo secolo, mandalo bene a mente. Non vanto i venti milioni di morti che ha seminato Stalin e neppure i sei di Hitler.-
-E' che… La Storia ti ha dipinto a fosche tinte.- mi difendo.
Porta le mani sui fianchi, esasperato, quindi esce dai frangiflutti e mi si avvicina. Fa qualche passo sul bagnasciuga e si china per prendere una manciata di sabbia che poi mi mostra.
-Questa rena ti ha visto crescere.- inizia. -Ed ha visto crescere me poco più in là, ad Anzio. Ti sembro così cattivo?-
Lo studio a lungo in quegli occhi grandi ed infossati, in quel volto ovale dai lineamenti gentili e dolci e mi rassereno alquanto, rispondendo:
-No, non mi sembri così cattivo.- ammetto.
Mi sorride ed il suo volto si illumina, rivelandolo per quello che era: un uomo sicuro di sé, gaudente, sagace ed estremamente pungente e sprezzante.
-E' vero, mi hanno dipinto come un folle, uno schizofrenico, un degenerato ed un assassino ed a mia discolpa posso solo dire che Svetonio, Dione e Seneca mi odiavano a sufficienza per lasciare ai posteri i loro scritti contro di me. Ma, se vai a vedere bene, non ho fatto nulla di più e nulla di meno di quello che avevano fatto i miei predecessori ed avrebbero fatto i miei successori. Io ho ereditato un impero all'età di venticinque anni, un impero difficile da governare.-
-Sbaglio, o tu sei stato il primo imperatore che è salito al potere non per adozione ma per sangue patrizio?-
-No, non sbagli. In me si fondevano per la prima volta le due grandi famiglie patrizie romane: Giulia e Claudia. Mia madre Agrippina era la pronipote di Augusto, mentre mio padre Germanico era discendente di Tiberio e Livia.-
-Possiedi anche un altro primato poco invidiabile: quello di aver iniziato le persecuzioni dei cristiani.-
Alza di nuovo le spalle, come se la cosa non lo interessasse minimamente e risponde:
-Il popolo amava i giochi, allora come ora. I romani adoravano vedere gli uomini sbranati dalle belve. Io ho semplicemente ridato i ludi alla città, dopo il governo insipido, piatto e puritano di Tiberio.-
Faccio una smorfia, disgustata, e ribatto:
-Sarà stato anche insipido e puritano, ma di certo lui non giaceva con le sue sorelle.-
-Io ho amato oltremodo Drusilla.- risponde con tono vibrante, -Non ci trovo nulla di male nell'amare la propria sorella.-
-E le mogli dei tuoi amici?-
-Tanto meno.-
-Tu hai amato un po' troppe persone.- insinuo melliflua. -Cosa mi dici dell'attore Mnestre, o di Valerio Catullo, o anche solo di tuo cognato Marco Emilio Lepido?-
-E dunque?- ribatte drizzando le spalle. -Lepido, quel fedifrago, ha persino congiurato contro di me. Me, che ero un dio e che potevo permettermi di esserlo. L'ho fatto giustiziare.-
-Un dio?-
-Certo, mia cara. Ho persino dato ordine di far costruire una mia statua dentro il tempio di Gerusalemme. Ma l'intervento di Agrippa mi ha fatto desistere. Come potevo non dar retta al mio mentore?-
-Mentore?- rimando inarcando le sopracciglia. -Ora si dice così?-
-Sei impertinente e maleducata!- scatta rabbioso, gli occhi imperiosi che mandano scintille. -Se mi fosse ancora concesso, ti farei mozzare la lingua.-
-Così come avresti voluto spellare Apelle?-
A quelle parole si irrigidisce appena, quindi scoppia a ridere di gusto e si trattiene la corona di alloro per non farla cadere.
-Oh, sì, quello! Ancora non hai capito? Era solo un gioco di parole ed io amavo giocare con le parole.-
-E il tuo cavallo, Incitato? Lo hai fatto senatore.-
La sua risata cristallina mi lascia perplessa ed istintivamente lo studio un po' meglio, per vedere se per caso non mi è sfuggito qualcosa.
-Sono stata divertente?- commento acida, incrociando le braccia al petto.
-No, ma hai avuto il potere di farmi ricordare la faccia dei senatori quando ho fatto presente il mio desiderio di nominare loro pari Incitato.-
-Indignati?- suggerisco.
-Ed offesi! Quei tronfi pavoni che sapevano solo blaterare senza mai giungere ad una conclusione! Ho semplicemente voluto dargli una lezione: il mio cavallo sarebbe stato più intelligente di loro e sicuramente meno corrotto.-
-Quindi, era solo uno scherzo?- domando dubbiosa.
-Ovvio! Ogni cosa dicevo veniva sempre travisata, come quando ho appellato Livia "Ulisse in gonnella" e questo non ha fatto altro che alimentare le dicerie sulla mia follia. Ma io ero come mia madre e mia nonna: avevo la lingua tagliente e ne facevo largo uso, non perdendo occasione per fare battute.-
-Peccato che coloro che ti stavano intorno non l'hanno capito.- replico.
-Sì, un vero peccato. Non era colpa mia se ero pungente, sarcastico ed estremamente arrogante.-
-A parte questo, io so che hai comunque amato molto Roma.-
Allarga le braccia e sorride, apparendo bellissimo.
-Chi non l'amerebbe? Durante il mio principato ho fatto in modo da consolidare il potere di Roma più che espanderlo. Ritenevo fosse più prudente poggiare su solide fondamenta.-
-So che hai anche affrontato il problema della manutenzione delle strade.-
-Mi sembrava lapalissiano. Noi romani siamo stati famosi per le nostre strade che si snodavano per l'intero impero ed io non sopportavo che andassero in malora.-
-E' vero che hai ampliato la rete idrica a Roma?-
-Verissimo. Feci costruire due nuovi acquedotti, l'Acqua Claudia e l'Anio Noves, entrambi portati a termine dopo la mia morte.-
-Ti sei preoccupato anche della pulizia dell'Urbe.-
Gonfia il petto e si liscia la tonaca virile.
-Pur di far bella Roma, ho ricoperto di fango un addetto all'edilizia, per fargli capire cosa intendessi per pulizia. E lui lo capì talmente bene che, quando divenne imperatore con il nome di Vespasiano, si è ricordato della lezione ricevuta. Tutto merito mio, non credi?-
Ne convengo ed inizio a credere che davanti a me non ci sia un folle, ma una persona intelligente e sarcastica, che sa cogliere il lato umoristico in ogni occasione.
-So che ti piaceva travestirti.-
-Sì, fin da piccolo. La mia passione, dopo la corsa dei cavalli, era il teatro. Spesso intervenivo nelle rappresentazioni, mascherandomi e recitando insieme agli attori. Il mio migliore travestimento era Alessandro Magno.-
-Ma, oltre alle corse dei cavalli ed al teatro, si dice che amavi i combattimenti nelle arene.-
Arriccia il naso ed annusa l'aria salmastra, chiudendo un attimo gli occhi.
-I ludi circensi erano un vero spettacolo. Hai mai assistito?- indaga.
Rabbrividisco involontariamente e scuoto la testa.
-Male, ragazza, male. Noi romani ne andavamo fieri ed orgogliosi. I gladiatori erano un portento della natura. Un giorno mi capitò di assistere ad un incontro singolare.-
Rimango in silenzio e lo fisso a lungo, mentre il suo sguardo si vela di ricordi e le sue labbra si piegano in un dolce sorriso. Con tono pacato, riprende:
-Mentre un certo schiavo Androclo era al centro dell'arena, il leone che avrebbe dovuto sbranarlo si mise a leccarlo ed a fargli le moine come un grosso gattone. Ho poi saputo che la bestia aveva riconosciuto l'uomo che, tempo prima, gli aveva tolto una grossa spina dalla zampa che gli causava forte dolore. Quale magnifica riconoscenza!-
-Ma… Ma è vera?- balbetto allibita. -Questa storia è vera?-
-L'ho veduta io, con i miei occhi.-
-Deve essere stata una scena entusiasmante.-
-Spettacolare.- ammette. -Ho liberato sia lo schiavo che il leone.-
-Nobile gesto.- commento iniziando a guardarlo sotto una luce diversa.
Lui sorride ed all'improvviso allunga la mano e mi scarmiglia i capelli, facendomi impallidire.
-Un tempo, ti avrei costretto a tagliarli rasati.- ammette.
-Solo perché tu ne eri privo?- ribatto.
-Una idiosincrasia che è costata cara a molti.- ammette. -Ma io ero l'imperatore e come tale mi consideravo un dio.-
-Un dio che però è morto sotto i colpi di pugnale.-
Sospira e scuote la testa bionda. Ancora mi chiedo come facessero gli antichi a considerarlo brutto e privo di attrattiva. Ma il giudizio era stato dato da coloro che lo odiavano e volevano ad ogni costo porlo sotto una luce crudele e sanguinaria. I senatori che lo hanno ucciso, non si erano aspettati che il popolo piangesse la sua dipartita.
-Anche gli dèi tendono a morire.- commenta. -Solo il vostro Dio non muore mai. Pretenzioso, non trovi?-
Non replico, consapevole che mi sta stuzzicando di proposito, provocatorio come sempre, e con un sorriso mi saluta, tornando nei frangiflutti da dove era apparso. Esito un solo istante e lo richiamo:
-Gaio!-
Si ferma e volta appena la testa, sbirciandomi da sopra la spalla.
-Vedi? Tu ed io saremmo andati d'accordo. Se solo anche gli altri mi avessero compreso…-
Gli sorrido senza più timore ed istintivamente mi inchino, riconoscendo la sua natura divina. Lo vedo annuire lentamente e prima di svanire mi lancia la sua corona d'alloro. La raccolgo e la osservo a lungo, prima di portarla sul cuore e sospirare appena.
martedì 17 febbraio 2009
Roma vista da me
ATTILA
(morto nel 453)
A quanti di voi è mai capitato di risfogliare i vecchi libri di testo dove, da adolescenti, abbiamo studiato per riportare un buon voto o per recuperarne uno brutto? Be', non so voi, ma io, chiusa in una soffitta illuminata fiocamente da una lampadina che ha già fatto il suo tempo, tutta intenta nel risistemare e buttare cose inutili, mi ritrovo tra le mani i miei vecchi libri delle superiori, oserei dire quasi intonsi, visto che non amavo molto studiare. Un sorriso mi spunta sulle labbra e con le dita sfioro il ricordo di remoti giorni di scuola, quando preferivo di gran lunga interagire con le mie amiche anziché con le pagine imbrattate di scritte ed immagini che, all'epoca, poco mi dicevano o quasi.
Ed è mentre sfoglio questo libro impolverato, sottolineato a matita, che lo sguardo mi cade su quel viso appuntito, su quegli occhi sottili, su quei baffi spioventi e sussulto quando lo vedo mutare espressione e fissarmi in cagnesco. Dopo il primo momento di sorpresa, sorrido divertita e lo ammonisco:
-Non mi fai paura, Flagello di Dio.-
Lui incrocia le braccia al petto e grugnisce qualcosa di inintelligibile, prima di inspirare e dire:
-Sì, lo so. Ora non faccio più paura, ma ai miei tempi tutti tremavano al mio passaggio.-
-In effetti, si diceva che dove passava Attila non ricresceva più l'erba.-
-Sacrosanta verità.- commenta inorgoglito.
-Io non ne andrei così fiera.- ribatto.
La sua immagine, tracagnotta, dove affiora la sua efferata spietatezza, sembra voler uscire a tutti i costi dalla prigionia del libro ed io posso solo immaginare il suo scalpitare furioso.
-Da dove vieni?- domando incuriosita.
-Ma da Aetzelburg, ovviamente, la nostra capitale.- risponde sorpreso, come se si aspettasse che lo sapessi.
-Che sarebbe?-
-Uhm… Vicino all'odierna Budapest. Io e mio fratello siamo cresciuti lì, con nostro nonno che era il re, re Rua. Alla sua morte, io e Bleda siamo assurti al trono, insieme. Noi Unni facevamo così.-
-Una diarchia?-
-Sì, certo. Anche se,- borbotta con un pizzico di rabbia, -Bleda amava solo divertirsi con il suo ripugnante nano negro e non voleva interessarsi d'altro. Diceva che lo faceva ridere. Era il suo giocattolo, che un giorno ha avuto l'ardire di ribellarsi e quello stolto di Bleda ha mobilitato l'intero esercito per inseguirlo e riacciuffarlo.-
Provo ad immaginare un popolo alla ricerca spasmodica di un nano ed il solo pensiero mi fa ridere, prima di domandare:
-E' per questo che la guida sei diventato tu?-
-Per forza di cose. Quello stolto di Bleda morì giovane e rimasi solo io. Io ed il mio popolo.-
-Unni facinorosi.- commento.
Lui grugnisce indispettito e ribatte:
-Sì, Mongoli tozzi, dai capelli neri e dagli occhi a mandorla, mescolati a tedeschi alti, biondi e con gli occhi cerulei. Ciò che rimaneva di tutte le tribù barbare da me assoggettate.-
-Una bella accozzaglia.-
-Già, di guerrieri fieri ed indomiti.- aggiunge con orgoglio, battendosi un pugno sul petto.
Con il dito lo sfioro e lui si irrigidisce, infastidito dalla sua posizione che gli impedisce di trattarmi da pari a pari ed io ne sono intimamente lieta. Non è da tutti avere il terribile re Attila nelle proprie mani e la cosa mi diverte alquanto.
-Si dice che la morte di Bleda debba essere imputata a te.-
Ghigna sotto i baffi e con quegli occhietti sottili e temibili mi fissa e mi incute un certo timore.
-Si dice…- ripete mellifluo, lasciando volutamente la frase in sospeso.
-Sei stato tu?- insisto.
-Avrei potuto farlo benissimo. Ma avrei anche potuto non farlo.- aggiunge enigmatico.
Indispettita dalla sua reticenza, cambio argomento e domando:
-E' vero che non ti sei mai lasciato abbindolare dal lusso di cui amavano circondarsi i romani?-
Alza fieramente il mento, negli occhi un barlume di disprezzo e vuota superbia e risponde:
-A che pro? Per rammollirsi e divenire femminucce come lo erano diventati i generali romani?-
-Uno di loro ti ha battuto.- gli rammento con dolcezza.
Lui sogghigna e rimarca con altrettanta falsa dolcezza:
-Ezio era un barbaro, non un romano.-
-Touché.- rispondo alzando le mani.
-E, comunque,- riprende lui con indifferenza, -preferivo la mia bicocca alle case signorili e pieni di agi di quei damerini romani e preferivo mangiare la carne cruda anziché cotta. Hai mai provato ad assaggiare un pezzo di carne frollato tra la tua coscia ed il corpo del cavallo?-
-Mio Dio no!- inorridisco.
Lui arriccia il naso divertito ed alza l'indice a mo' di maestro, spiegando:
-Sono cose che temprano l'animo del guerriero.-
-Ma i tuoi stessi uomini, a contatto con la civiltà romana, hanno preferito di gran lunga adottare i nostri usi anziché…-
-Femminucce!- sentenzia categorico, senza farmi finire di parlare.
Lo fisso in tralice, così fiero e sprezzante, i baffi sottili che scendono ai lati del mento e borbotto:
-Tutto ciò mi sa di tirchieria.-
Impallidisce, colpito nel vivo e ribatte secco:
-Il denaro all'epoca era importante e non amavo sprecarlo.-
-Ok, eri tirchio.- taglio corto.
Lo vedo digrignare i denti, ma non controbatte e ne approfitto per portare il libro più sotto la luce, per vederlo meglio.
-Che c'è?- commenta mordace. -Non hai mai visto un Unno in vita tua?-
-Francamente no. E ne sono anche contenta. Di tutti i barbari, eravate i peggiori.-
Scuote la testa ed allarga le braccia, giustificandosi:
-Eravamo potenti. Per questo motivo Roma ci ha pagato tributi per anni: per tenerci lontani. E fintanto che i soldi giungevano con regolarità, non avevamo motivo di marciare contro la nostra gallina dalle uova d'oro.-
-Ma poi è successo.- rammento.
-Già.- risponde scurendosi in volto. -Alla morte di Galla Placidia e di Teodosio, il tributo che i due nuovi imperatori dovevano continuare a mandare è venuto meno. E da Costantinopoli giunsero ambasciatori a mani vuote. A mani vuote, capisci?- ripete indignato, come se l'affronto gli bruciasse ancora.
-Sì, certo, capisco che l'impero d'oriente aveva alzato la testa con l'avvento del nuovo imperatore.-
-Per gli dèi, è proprio così. E' stato per questo che ho volto i miei occhi a quello d'occidente: era più malleabile. Sai,- aggiunge con aria complice, -Onoria, la figlia di Galla Placidia, aveva avuto la bella idea di mandarmi un anello d'oro come pegno di fidanzamento ed io non mi sono certo fatto pregare.-
-Ma tu avevi già altre mogli!- esclamo allibita.
-E allora? Non era la moglie romana che mi serviva, ma il pretesto per giungere a Roma. Chi avrebbe osato fermare un ardente fidanzato che veniva a prendersi la bella fidanzatina per impalmarla?-
-Perché mai una principessa come Onoria ti si è offerta su un piatto d'argento?- indago.
Lui si accarezza un baffo e chiude un attimo gli occhi, come se con la mente vagasse ad un tempo trascorso che non sarebbe più potuto tornare e suppongo sia nostalgia l'espressione che vedo dipinta sul suo volto duro.
-Onoria era una svampita, completamente diversa da sua madre. Probabilmente pensava di ricreare la bella avventura di sua madre con Ataulfo. Ma Ataulfo e Placidia erano due persone assennate ed innamorate, che speravano di unificare i due regni, completamente l'antitesi di me ed Onoria.-
Rimango un attimo a bocca aperta, quindi scuoto la testa e mormoro:
-E poi vi chiamano barbari…-
Lo vedo sogghignare di nuovo ed annuire lentamente. Quindi mi fa un cenno con la mano ed io mi avvicino per sentire meglio.
-Prova ad immaginare il mio intero popolo, formato da Mongoli, Visigoti, Burgundi, Ostrogoti, Gepidi, Franchi, Turingi, Alani e tanti altri, prepararsi alla guerra. Un intero popolo, stile orda. Immagina le nostre donne guerriere, i nostri bambini, gli anziani, tutti in marcia per raggiungere e conquistare Roma.-
Provo veramente ad immaginare una simile apocalisse ed un brivido mi fa rizzare i peli.
-Ma Ezio ti ha bloccato.-
-Sì, è vero, nei pressi di Mauriac, i cosiddetti Campi Catalaunici.-
-Tu Ezio lo conoscevi.- commento.
-Sicuro. Era stato ostaggio di mio nonno Rua ed abbiamo giocato insieme. Da noi ha imparato tanto. Tanto da limitarsi a sconfiggermi, ma non ad annientarmi. E questo è stato un errore ben calcolato.-
-Ben calcolato?- ripeto attonita.
-Non hai idea, vero? Ma prova ad immaginare il grande generale Ezio che sconfigge definitivamente i barbari: al suo rientro in patria si sarebbe trovato senza lavoro. Io gli servivo. Gli ero indispensabile per mantenere su Roma la spada di Damocle dei barbari da combattere.-
Annuisco e convengo con lui, pensando al medesimo comportamento, anni prima, di Flavio Stilicone contro Alarico. Ezio e Stilicone, i due generali romani che, scontratisi con i barbari, li hanno sconfitti ma non messi in rotta. Il tarlo del dubbio mi si insinua nella mente e fisso il volto di quell'Unno fiero e selvaggio.
-E' per questo che sei sceso fino alle porte di Roma?-
-Errore. Non ci sono mai arrivato a Roma- ricorda con amarezza. -Mi sono fermato a Milano e lì è giunta l'ambasceria dall'Urbe.-
-Già, niente po po di meno che il papa, Leone I Magno.-
Corruga la fronte e commenta:
-Magno? Quell'uomo l'avete appellato Magno?-
-Non avremmo dovuto?-
-E cosa avrebbe fatto per meritarsi simile titolo?-
-Ti ha fermato mostrandoti la croce.-
Scoppia a ridere di gusto ed io rimango perplessa, incredula dinanzi al suo comportamento a dir poco blasfemo.
-E solo per questo l'avete chiamato così?- balbetta continuando a ridere. -Io a Roma non ci sono voluto arrivare, perché si diceva che Alarico, una volta giunto nell'Urbe, sia morto. Non volevo fare la stessa fine. Per questo motivo, quando mi sono visto arrivare il papa, l'ho incontrato sulle sponde del Mincio.-
-Cosa vi siete detti?- domando curiosa.
Lui sorride e scuote la testa.
-Ero già malato, quel male che di lì a poco mi avrebbe condotto alla tomba ed ho capito che il suolo italico era letale per la mia salute. E' stato questo a farmi desistere, non la croce nella quale non ho mai creduto.-
Sgrano gli occhi incredula e mormoro:
-Quindi, tu sostieni che non fu papa Leone a convincerti a non violare Roma, ma solo la tua superstizione.-
-Con l'aggiunta di un lauto tributo che mi sono guardato bene dal rifiutare.-
-Ma allora…-
-E allora se ne raccontavano di frottole.- ribatte scherzoso. -E tutti a crederci.-
-Ma tu… Se non fossi stato malato, a Roma ci saresti venuto?-
-Chiaro. C'ero stato da giovane, come ostaggio e la sua bellezza mi è rimasta nel cuore. Sì, ci sarei tornato molto volentieri.-
-Ti è mancata l'occasione. Meno male.-
Lo vedo annuire e sorridere e mi fa un cenno con la mano, salutando:
-Se sei qui, lo devi solo a me, a nessun altro.-
Percepisco la frecciata indirizzata a papa Leone e provo a ribattere, ma mi rendo conto che l'immagine è tornata ad essere piatta, fredda e rimango, a dispetto di tutto, a bocca aperta, muta testimone di un evento che, probabilmente, ha cambiato il corso della Storia.
(morto nel 453)
A quanti di voi è mai capitato di risfogliare i vecchi libri di testo dove, da adolescenti, abbiamo studiato per riportare un buon voto o per recuperarne uno brutto? Be', non so voi, ma io, chiusa in una soffitta illuminata fiocamente da una lampadina che ha già fatto il suo tempo, tutta intenta nel risistemare e buttare cose inutili, mi ritrovo tra le mani i miei vecchi libri delle superiori, oserei dire quasi intonsi, visto che non amavo molto studiare. Un sorriso mi spunta sulle labbra e con le dita sfioro il ricordo di remoti giorni di scuola, quando preferivo di gran lunga interagire con le mie amiche anziché con le pagine imbrattate di scritte ed immagini che, all'epoca, poco mi dicevano o quasi.
Ed è mentre sfoglio questo libro impolverato, sottolineato a matita, che lo sguardo mi cade su quel viso appuntito, su quegli occhi sottili, su quei baffi spioventi e sussulto quando lo vedo mutare espressione e fissarmi in cagnesco. Dopo il primo momento di sorpresa, sorrido divertita e lo ammonisco:
-Non mi fai paura, Flagello di Dio.-
Lui incrocia le braccia al petto e grugnisce qualcosa di inintelligibile, prima di inspirare e dire:
-Sì, lo so. Ora non faccio più paura, ma ai miei tempi tutti tremavano al mio passaggio.-
-In effetti, si diceva che dove passava Attila non ricresceva più l'erba.-
-Sacrosanta verità.- commenta inorgoglito.
-Io non ne andrei così fiera.- ribatto.
La sua immagine, tracagnotta, dove affiora la sua efferata spietatezza, sembra voler uscire a tutti i costi dalla prigionia del libro ed io posso solo immaginare il suo scalpitare furioso.
-Da dove vieni?- domando incuriosita.
-Ma da Aetzelburg, ovviamente, la nostra capitale.- risponde sorpreso, come se si aspettasse che lo sapessi.
-Che sarebbe?-
-Uhm… Vicino all'odierna Budapest. Io e mio fratello siamo cresciuti lì, con nostro nonno che era il re, re Rua. Alla sua morte, io e Bleda siamo assurti al trono, insieme. Noi Unni facevamo così.-
-Una diarchia?-
-Sì, certo. Anche se,- borbotta con un pizzico di rabbia, -Bleda amava solo divertirsi con il suo ripugnante nano negro e non voleva interessarsi d'altro. Diceva che lo faceva ridere. Era il suo giocattolo, che un giorno ha avuto l'ardire di ribellarsi e quello stolto di Bleda ha mobilitato l'intero esercito per inseguirlo e riacciuffarlo.-
Provo ad immaginare un popolo alla ricerca spasmodica di un nano ed il solo pensiero mi fa ridere, prima di domandare:
-E' per questo che la guida sei diventato tu?-
-Per forza di cose. Quello stolto di Bleda morì giovane e rimasi solo io. Io ed il mio popolo.-
-Unni facinorosi.- commento.
Lui grugnisce indispettito e ribatte:
-Sì, Mongoli tozzi, dai capelli neri e dagli occhi a mandorla, mescolati a tedeschi alti, biondi e con gli occhi cerulei. Ciò che rimaneva di tutte le tribù barbare da me assoggettate.-
-Una bella accozzaglia.-
-Già, di guerrieri fieri ed indomiti.- aggiunge con orgoglio, battendosi un pugno sul petto.
Con il dito lo sfioro e lui si irrigidisce, infastidito dalla sua posizione che gli impedisce di trattarmi da pari a pari ed io ne sono intimamente lieta. Non è da tutti avere il terribile re Attila nelle proprie mani e la cosa mi diverte alquanto.
-Si dice che la morte di Bleda debba essere imputata a te.-
Ghigna sotto i baffi e con quegli occhietti sottili e temibili mi fissa e mi incute un certo timore.
-Si dice…- ripete mellifluo, lasciando volutamente la frase in sospeso.
-Sei stato tu?- insisto.
-Avrei potuto farlo benissimo. Ma avrei anche potuto non farlo.- aggiunge enigmatico.
Indispettita dalla sua reticenza, cambio argomento e domando:
-E' vero che non ti sei mai lasciato abbindolare dal lusso di cui amavano circondarsi i romani?-
Alza fieramente il mento, negli occhi un barlume di disprezzo e vuota superbia e risponde:
-A che pro? Per rammollirsi e divenire femminucce come lo erano diventati i generali romani?-
-Uno di loro ti ha battuto.- gli rammento con dolcezza.
Lui sogghigna e rimarca con altrettanta falsa dolcezza:
-Ezio era un barbaro, non un romano.-
-Touché.- rispondo alzando le mani.
-E, comunque,- riprende lui con indifferenza, -preferivo la mia bicocca alle case signorili e pieni di agi di quei damerini romani e preferivo mangiare la carne cruda anziché cotta. Hai mai provato ad assaggiare un pezzo di carne frollato tra la tua coscia ed il corpo del cavallo?-
-Mio Dio no!- inorridisco.
Lui arriccia il naso divertito ed alza l'indice a mo' di maestro, spiegando:
-Sono cose che temprano l'animo del guerriero.-
-Ma i tuoi stessi uomini, a contatto con la civiltà romana, hanno preferito di gran lunga adottare i nostri usi anziché…-
-Femminucce!- sentenzia categorico, senza farmi finire di parlare.
Lo fisso in tralice, così fiero e sprezzante, i baffi sottili che scendono ai lati del mento e borbotto:
-Tutto ciò mi sa di tirchieria.-
Impallidisce, colpito nel vivo e ribatte secco:
-Il denaro all'epoca era importante e non amavo sprecarlo.-
-Ok, eri tirchio.- taglio corto.
Lo vedo digrignare i denti, ma non controbatte e ne approfitto per portare il libro più sotto la luce, per vederlo meglio.
-Che c'è?- commenta mordace. -Non hai mai visto un Unno in vita tua?-
-Francamente no. E ne sono anche contenta. Di tutti i barbari, eravate i peggiori.-
Scuote la testa ed allarga le braccia, giustificandosi:
-Eravamo potenti. Per questo motivo Roma ci ha pagato tributi per anni: per tenerci lontani. E fintanto che i soldi giungevano con regolarità, non avevamo motivo di marciare contro la nostra gallina dalle uova d'oro.-
-Ma poi è successo.- rammento.
-Già.- risponde scurendosi in volto. -Alla morte di Galla Placidia e di Teodosio, il tributo che i due nuovi imperatori dovevano continuare a mandare è venuto meno. E da Costantinopoli giunsero ambasciatori a mani vuote. A mani vuote, capisci?- ripete indignato, come se l'affronto gli bruciasse ancora.
-Sì, certo, capisco che l'impero d'oriente aveva alzato la testa con l'avvento del nuovo imperatore.-
-Per gli dèi, è proprio così. E' stato per questo che ho volto i miei occhi a quello d'occidente: era più malleabile. Sai,- aggiunge con aria complice, -Onoria, la figlia di Galla Placidia, aveva avuto la bella idea di mandarmi un anello d'oro come pegno di fidanzamento ed io non mi sono certo fatto pregare.-
-Ma tu avevi già altre mogli!- esclamo allibita.
-E allora? Non era la moglie romana che mi serviva, ma il pretesto per giungere a Roma. Chi avrebbe osato fermare un ardente fidanzato che veniva a prendersi la bella fidanzatina per impalmarla?-
-Perché mai una principessa come Onoria ti si è offerta su un piatto d'argento?- indago.
Lui si accarezza un baffo e chiude un attimo gli occhi, come se con la mente vagasse ad un tempo trascorso che non sarebbe più potuto tornare e suppongo sia nostalgia l'espressione che vedo dipinta sul suo volto duro.
-Onoria era una svampita, completamente diversa da sua madre. Probabilmente pensava di ricreare la bella avventura di sua madre con Ataulfo. Ma Ataulfo e Placidia erano due persone assennate ed innamorate, che speravano di unificare i due regni, completamente l'antitesi di me ed Onoria.-
Rimango un attimo a bocca aperta, quindi scuoto la testa e mormoro:
-E poi vi chiamano barbari…-
Lo vedo sogghignare di nuovo ed annuire lentamente. Quindi mi fa un cenno con la mano ed io mi avvicino per sentire meglio.
-Prova ad immaginare il mio intero popolo, formato da Mongoli, Visigoti, Burgundi, Ostrogoti, Gepidi, Franchi, Turingi, Alani e tanti altri, prepararsi alla guerra. Un intero popolo, stile orda. Immagina le nostre donne guerriere, i nostri bambini, gli anziani, tutti in marcia per raggiungere e conquistare Roma.-
Provo veramente ad immaginare una simile apocalisse ed un brivido mi fa rizzare i peli.
-Ma Ezio ti ha bloccato.-
-Sì, è vero, nei pressi di Mauriac, i cosiddetti Campi Catalaunici.-
-Tu Ezio lo conoscevi.- commento.
-Sicuro. Era stato ostaggio di mio nonno Rua ed abbiamo giocato insieme. Da noi ha imparato tanto. Tanto da limitarsi a sconfiggermi, ma non ad annientarmi. E questo è stato un errore ben calcolato.-
-Ben calcolato?- ripeto attonita.
-Non hai idea, vero? Ma prova ad immaginare il grande generale Ezio che sconfigge definitivamente i barbari: al suo rientro in patria si sarebbe trovato senza lavoro. Io gli servivo. Gli ero indispensabile per mantenere su Roma la spada di Damocle dei barbari da combattere.-
Annuisco e convengo con lui, pensando al medesimo comportamento, anni prima, di Flavio Stilicone contro Alarico. Ezio e Stilicone, i due generali romani che, scontratisi con i barbari, li hanno sconfitti ma non messi in rotta. Il tarlo del dubbio mi si insinua nella mente e fisso il volto di quell'Unno fiero e selvaggio.
-E' per questo che sei sceso fino alle porte di Roma?-
-Errore. Non ci sono mai arrivato a Roma- ricorda con amarezza. -Mi sono fermato a Milano e lì è giunta l'ambasceria dall'Urbe.-
-Già, niente po po di meno che il papa, Leone I Magno.-
Corruga la fronte e commenta:
-Magno? Quell'uomo l'avete appellato Magno?-
-Non avremmo dovuto?-
-E cosa avrebbe fatto per meritarsi simile titolo?-
-Ti ha fermato mostrandoti la croce.-
Scoppia a ridere di gusto ed io rimango perplessa, incredula dinanzi al suo comportamento a dir poco blasfemo.
-E solo per questo l'avete chiamato così?- balbetta continuando a ridere. -Io a Roma non ci sono voluto arrivare, perché si diceva che Alarico, una volta giunto nell'Urbe, sia morto. Non volevo fare la stessa fine. Per questo motivo, quando mi sono visto arrivare il papa, l'ho incontrato sulle sponde del Mincio.-
-Cosa vi siete detti?- domando curiosa.
Lui sorride e scuote la testa.
-Ero già malato, quel male che di lì a poco mi avrebbe condotto alla tomba ed ho capito che il suolo italico era letale per la mia salute. E' stato questo a farmi desistere, non la croce nella quale non ho mai creduto.-
Sgrano gli occhi incredula e mormoro:
-Quindi, tu sostieni che non fu papa Leone a convincerti a non violare Roma, ma solo la tua superstizione.-
-Con l'aggiunta di un lauto tributo che mi sono guardato bene dal rifiutare.-
-Ma allora…-
-E allora se ne raccontavano di frottole.- ribatte scherzoso. -E tutti a crederci.-
-Ma tu… Se non fossi stato malato, a Roma ci saresti venuto?-
-Chiaro. C'ero stato da giovane, come ostaggio e la sua bellezza mi è rimasta nel cuore. Sì, ci sarei tornato molto volentieri.-
-Ti è mancata l'occasione. Meno male.-
Lo vedo annuire e sorridere e mi fa un cenno con la mano, salutando:
-Se sei qui, lo devi solo a me, a nessun altro.-
Percepisco la frecciata indirizzata a papa Leone e provo a ribattere, ma mi rendo conto che l'immagine è tornata ad essere piatta, fredda e rimango, a dispetto di tutto, a bocca aperta, muta testimone di un evento che, probabilmente, ha cambiato il corso della Storia.
mercoledì 11 febbraio 2009
Roma vista da me
GALLA PLACIDIA
(Roma, 389/392 - Roma, 27 novembre 450)
Avete mai percorso la via Appia antica, quella che da Roma si snoda verso il sud d'Italia, passando per Napoli e poi oltre, per giungere a Brindisi? Ah, quale sublime spettacolo! Uno dei tanti esempi di come fosse ingegnosa la mente dei nostri avi; il primo esempio di rete stradale mai costruito al mondo. Be' noi romani ce l'abbiamo praticamente sotto casa, bella da mozzare il fiato, unica ed irripetibile, con i suoi lastroni di pietra, con i pini che svettano lungo il ciglio e le opere in pietra innalzate ai bordi e che accompagnano il viandante per dare gioia e sollievo agli occhi abituati al grigio cemento ed al puzzolente smog. E' quanto mai rilassante passeggiare lungo questa via consolare e rigenerarsi all'ombra di costruzioni millenarie, magari evitando di pensare che qui, lungo il ciglio della strada, i romani avevano l'abitudine di crocifiggere i condannati. Ma si sa, ogni civiltà ha i suoi scheletri nell'armadio e, mentre mi inebrio di un tramonto rosso fuoco, uno di questi mi appare all'improvviso, dietro un monumento funerario di mirabile bellezza.
Come mirabile è la sua bellezza. Mi sorride invitante ed io mi avvicino, distraendomi dal tramonto.
-Galla Placidia,- esordisco senza timore, -principessa romana, sorella dell'imperatore Onorio, figlia di Teodosio I e di Galla.-
-Proprio io. Ti meravigli?-
-No, non più.-
Mi fa un cenno ed io lascio la strada per avvicinarmi al monumento funerario con figure in rilievo. Le sfioro con le dita ed avverto come una scossa elettrica, come se quei duemila anni di storia mi fulminassero e per un secondo rivedo la via Appia al suo massimo splendore, quando era percorsa da soldati con le calighe e da aurighi con i loro carri.
-E' meraviglioso.- sussurro estasiata.
-Qui ci sono nata, ma la mia vita l'ho trascorsa a Ravenna, quando la capitale dell'impero non era più l'Urbe. Fu lì che Onorio stabilì la corte dopo il sacco di Roma del 410, quando fui fatta prigioniera da Alarico, re dei Visigoti. Fu un evento drammatico.- ricorda con le lacrime agli occhi.
Il mio primo istinto, alla vista di quelle piccole stille, è quello di abbracciarla e confortarla, ma mi trattengo in tempo, ben ricordando il carattere coriaceo della donna che ho davanti agli occhi. E lei, alzando il mento, inspira con regalità e prosegue:
-La nostra città messa a ferro e fuoco dai barbari venuti dal nord, a dispetto dei nostri buoni propositi. Non so se ricordi, ma il generale Ezio, allora adolescente, fu dato in mano ad Alarico come ostaggio.-
-Sì, ricordo.- rispondo guardando il suo viso bello ed un pensiero fugace mi transita nella mente. -Immagino per quale motivo re Alarico ti abbia fatto prigioniera.-
Lei sorride evanescente e scuote risoluta la testa, a sottolineare che la sua bellezza correva di pari passo con il suo carattere forte e risoluto.
-Oh, no, credimi. Non tanto per la mia avvenenza, quanto per motivi prettamente politici: essendo principessa, potevo aprire molte porte ad un conquistatore, soprattutto quella del potere.-
-La prigionia è stata dura?- domando affabile.
Lei china di lato la bella testa per sbirciarmi di sottecchi e risponde dolcemente:
-Nessuna prigionia è bella e neppure la mia, sebbene trattata con tutti gli onori. Non posso lamentarmi, ma la mancanza di libertà va ben oltre le pene che si possono patire.-
Annuisco e provo ad immaginare una giovane ed avvenente nobildonna romana nelle mani di barbari sanguinari, ignari delle regole del vivere civile.
-Ti hanno costretto a sposare un barbaro.- le rammento.
Lei inspira a fondo, come a voler catturare un improbabile profumo d'erica nella brughiera, forse ricordo di giorni trascorsi all'aperto e risponde con un sorriso solare e con occhi adamantini:
-Sì, Ataulfo, fratello di Alarico. Ma non mi hanno costretto: io ho amato profondamente Ataulfo e ne sono stata totalmente ricambiata.-
-Ma era un barbaro.- noto con un evidente accenno di sorpresa.
Lei restringe appena i suoi occhi attenti e belli, quasi avesse voluto fulminarmi e ribatte:
-Tu non hai la più pallida idea… Tu non puoi capire il periodo tumultuoso trascorso dalla nostra amata Roma in quei secoli. Esistevano barbari e barbari ed Ataulfo era un barbaro, sì, ma talmente bello e gentile… Posso asserire che la mia prigionia durò ben poco, perché mai donna prigioniera fu più contenta di essere stata catturata. Lui era tutto ciò che più di diverso si poteva trovare a Roma: non un damerino effeminato, non un signore ingioiellato, non un eunuco, ma un principe soldato che popola i sogni di ogni fanciulla.-
La vedo risplendere di gioia mentre parla di lui e mi azzardo a chiedere:
-Tuo fratello accettò lietamente l'evento delle tue nozze?-
-Oh, no! Ataulfo fu costretto a dimostrargli tutto l'amore che nutriva nei miei confronti uccidendo un nemico di mio fratello e facendogli recapitare la testa su un vassoio d'argento.-
Rimango un secondo perplessa udendo quelle parole, ma capisco che all'epoca erano la regola simili comportamenti.
-Un bel dono, suppongo.-
-Ovviamente, Onorio lo accettò e consentì le nozze, rendendomi la donna più felice del mondo. E' così che sono diventata regina dei Goti. Essendo morto Alarico, suo fratello era assurto al trono ed impalmandomi ha fatto di me una regina. Puoi immaginare la felicità completa quando nasce un figlio maschio che sarebbe potuto diventare l'imperatore di Roma? Sai,- aggiunge con un sorriso malinconico, -Onorio non aveva figli ed il mio poteva essere il suo successore.-
-Poteva?-
La vedo chinare mestamente la testa, con una regalità da fare invidia e sussurra a fior di labbra:
-Ataulfo perì l'anno successivo alle nozze, subito dopo nostro figlio. Fu lui a volere, prima di spirare, che tornassi da mio fratello.-
-Gentile davvero.- commento sorpresa.
-Non tutti i barbari erano barbari nel senso dispregiativo che diamo a questo aggettivo.- ribatte risoluta. -Io ed Ataulfo, che tu voglia crederlo o no, eravamo innamorati ed ho odiato l'uomo che me lo ha ammazzato. Comunque,- riprende con tranquillità, -alla fine ho riconquistato la libertà.-
-Non vi è cosa più preziosa.-
-Puoi dirlo forte. Purtroppo, per me non aveva quel dolce sapore che ricordavo nei primi momenti della prigionia. Ero sì tornata tra la mia gente, ma mi sono sentita più in trappola alla corte di mio fratello che non con i miei Visigoti.-
Osservo il suo comportamento altero e dignitoso, degno di una principessa, e la sua acconciatura in perfetto stile bizantino e comprendo come molti uomini avessero potuto perdere la testa per lei.
-Ma poi ti sei risposata.-
-Sì, con Costanzo, un generale di mio fratello Onorio. Un matrimonio combinato prima ancora che venissi presa da Alarico.-
Notando il cambio di tono, mi azzardo a chiedere:
-Non era di tuo gradimento?-
Lei mi rivolge uno sguardo a dir poco esterrefatto e scoppia a ridere, una risata cristallina, proveniente dal cuore, che la rende ancora più bella ed io mi sento insignificante dinanzi a lei.
-Di mio gradimento?- ripete divertita. -Come avrebbe potuto incontrare il mio assenso un uomo grasso, sciatto, vecchio, poco affabile, quando al mio fianco avevo avuto un Visigoto giovane, alto, bello, biondo, forte e che mi ha amato totalmente? Tu avresti accettato? Ho provato, credimi, a rimandare le nozze e per tre anni sono rimasta arroccata in me stessa. Alla fine, per ragioni politiche, ho capitolato.-
-Però gli hai dato Valentiniano, il futuro imperatore romano d'occidente.-
-Già. Valentiniano, il debole ed indolente Valentiniano ed Onoria, la causa della discesa di Attila in Italia. E li ho dovuti tirare su praticamente da sola, dopo essere rimasta nuovamente vedova. Sai, una volta gli uomini morivano facilmente. Era meglio nascere donna.- aggiunge arricciando maliziosamente il nasino. -Comunque, allevare i figli da soli è un compito piuttosto arduo, soprattutto all'epoca. Essere madre dell'imperatore, oltretutto, comporta molte responsabilità e tanti sacrifici.-
-Non stento a crederlo. Ma, se non ricordo male, una volta vedova, un nuovo pretendente si era fatto avanti.-
Lei sgrana i suoi bellissimi occhi e sorride subito dopo.
-Sì, certo, mio fratello Onorio, che in vita sua aveva amato solo le galline ed i polli. Non l'ho mai potuto sopportare e scoprire di essere oggetto dei suoi desideri mi fece ridere all'epoca come mi fa ridere ora. Fortuna per me che è morto poco dopo.-
Con le dita affusolate tocca un lembo della veste che indossa e liscia una piega a me invisibile.
-Ma tu sei tornata a Roma da Ravenna.-
Lo sguardo le si illumina, prende vita e con la mano mostra la città che si stende maestosa sotto i nostri occhi.
-Ravenna, all'epoca, era la capitale dell'impero d'occidente e lì risiedeva l'imperatore romano, dopo che mio padre lo aveva scisso in due. Ma come si può abbandonare questa meraviglia? Oh, se solo tu avessi potuto mirarla ai tempi del suo massimo splendore avresti dato la vita per farla rimanere così in eterno.-
Giro lo sguardo sulla via Appia ed il mio pensiero corre alle macchine incolonnate nell'eterno traffico, alla gente che imbocca l'entrata della metropolitana in un eterno tramestio, odo le urla e le grida di chi non riesce a prendere il bus perché eternamente affollato e sospiro: decisamente Roma è la città eterna.
-Sì, hai ragione. All'epoca si poteva pensare benissimo di donare la vita per Roma. Ma ora…-
-Ora la capitale del mondo riesce a farsi odiare.- conclude con tono malinconico. -Ero tornata a Roma per far proclamare Valentiniano imperatore; in realtà, conoscendo il suo carattere debole, ho fatto io da imperatrice fino alla mia morte. Ho provato con tutte le mie forze a giostrare tra politica e religione pur di mantenere intatta la parte di regno lasciata da mio padre, quel regno che Alarico ed Ataulfo speravano incamerasse i Goti, per vivere insieme in pace. Una politica saggia la loro, ma che lo stolto di mio fratello non ha voluto, o non ha saputo, capire. Strano, vero,- commenta con un sorriso ironico, -che la grandezza di un impero stesse a cuore a dei barbari più che al suo imperatore.-
-Sì, strano davvero. Ma tu,- domando timidamente, -non ti sei mai più risposata?-
-A che pro? Ho vissuto un'intera vita nel dolce ricordo di Ataulfo, tanto da sapere che nessuno mai avrebbe potuto prendere il suo posto nel mio cuore. Ho preferito rimanere sola, con i miei figli capricciosi che mi hanno dato tanti grattacapi. Chiamami pure romantica, ma così ero e così sono.-
Annuisco appena, comprendendo quanto fosse stato difficile per lei recitare un ruolo che avrebbe dovuto essere di competenza del fratello prima e del figlio dopo.
-E' per il tuo romanticismo che sei voluta venire a morire a Roma?-
-Sì. Quando mi sono resa conto che stavo per raggiungere il mio Ataulfo, ho lasciato Ravenna e sono tornata nell'Urbe, per rivedere un'ultima volta la città eterna.-
-Devi essere fiera di aver donato a Roma uno degli imperatori.- commento.
Lei sorride dolcemente ed annuisce.
-Ne sono fiera e me ne compiaccio. Non sono tante le donne che possono vantarsi di aver fatto altrettanto.-
Chino la testa trovandomi d'accordo con lei ed un secondo dopo la vedo svanire, sorridendo compiaciuta del nostro fortuito incontro ed istintivamente allungo la mano per trattenerla, inconsciamente riluttante a separarmi da quella creatura eccezionale. Ma intorno a me rimane solo la via Appia, la via consolare che noi romani abbiamo sempre sotto gli occhi e che neppure scorgiamo, troppo intenti ad eternare una vita frenetica.
(Roma, 389/392 - Roma, 27 novembre 450)
Avete mai percorso la via Appia antica, quella che da Roma si snoda verso il sud d'Italia, passando per Napoli e poi oltre, per giungere a Brindisi? Ah, quale sublime spettacolo! Uno dei tanti esempi di come fosse ingegnosa la mente dei nostri avi; il primo esempio di rete stradale mai costruito al mondo. Be' noi romani ce l'abbiamo praticamente sotto casa, bella da mozzare il fiato, unica ed irripetibile, con i suoi lastroni di pietra, con i pini che svettano lungo il ciglio e le opere in pietra innalzate ai bordi e che accompagnano il viandante per dare gioia e sollievo agli occhi abituati al grigio cemento ed al puzzolente smog. E' quanto mai rilassante passeggiare lungo questa via consolare e rigenerarsi all'ombra di costruzioni millenarie, magari evitando di pensare che qui, lungo il ciglio della strada, i romani avevano l'abitudine di crocifiggere i condannati. Ma si sa, ogni civiltà ha i suoi scheletri nell'armadio e, mentre mi inebrio di un tramonto rosso fuoco, uno di questi mi appare all'improvviso, dietro un monumento funerario di mirabile bellezza.
Come mirabile è la sua bellezza. Mi sorride invitante ed io mi avvicino, distraendomi dal tramonto.
-Galla Placidia,- esordisco senza timore, -principessa romana, sorella dell'imperatore Onorio, figlia di Teodosio I e di Galla.-
-Proprio io. Ti meravigli?-
-No, non più.-
Mi fa un cenno ed io lascio la strada per avvicinarmi al monumento funerario con figure in rilievo. Le sfioro con le dita ed avverto come una scossa elettrica, come se quei duemila anni di storia mi fulminassero e per un secondo rivedo la via Appia al suo massimo splendore, quando era percorsa da soldati con le calighe e da aurighi con i loro carri.
-E' meraviglioso.- sussurro estasiata.
-Qui ci sono nata, ma la mia vita l'ho trascorsa a Ravenna, quando la capitale dell'impero non era più l'Urbe. Fu lì che Onorio stabilì la corte dopo il sacco di Roma del 410, quando fui fatta prigioniera da Alarico, re dei Visigoti. Fu un evento drammatico.- ricorda con le lacrime agli occhi.
Il mio primo istinto, alla vista di quelle piccole stille, è quello di abbracciarla e confortarla, ma mi trattengo in tempo, ben ricordando il carattere coriaceo della donna che ho davanti agli occhi. E lei, alzando il mento, inspira con regalità e prosegue:
-La nostra città messa a ferro e fuoco dai barbari venuti dal nord, a dispetto dei nostri buoni propositi. Non so se ricordi, ma il generale Ezio, allora adolescente, fu dato in mano ad Alarico come ostaggio.-
-Sì, ricordo.- rispondo guardando il suo viso bello ed un pensiero fugace mi transita nella mente. -Immagino per quale motivo re Alarico ti abbia fatto prigioniera.-
Lei sorride evanescente e scuote risoluta la testa, a sottolineare che la sua bellezza correva di pari passo con il suo carattere forte e risoluto.
-Oh, no, credimi. Non tanto per la mia avvenenza, quanto per motivi prettamente politici: essendo principessa, potevo aprire molte porte ad un conquistatore, soprattutto quella del potere.-
-La prigionia è stata dura?- domando affabile.
Lei china di lato la bella testa per sbirciarmi di sottecchi e risponde dolcemente:
-Nessuna prigionia è bella e neppure la mia, sebbene trattata con tutti gli onori. Non posso lamentarmi, ma la mancanza di libertà va ben oltre le pene che si possono patire.-
Annuisco e provo ad immaginare una giovane ed avvenente nobildonna romana nelle mani di barbari sanguinari, ignari delle regole del vivere civile.
-Ti hanno costretto a sposare un barbaro.- le rammento.
Lei inspira a fondo, come a voler catturare un improbabile profumo d'erica nella brughiera, forse ricordo di giorni trascorsi all'aperto e risponde con un sorriso solare e con occhi adamantini:
-Sì, Ataulfo, fratello di Alarico. Ma non mi hanno costretto: io ho amato profondamente Ataulfo e ne sono stata totalmente ricambiata.-
-Ma era un barbaro.- noto con un evidente accenno di sorpresa.
Lei restringe appena i suoi occhi attenti e belli, quasi avesse voluto fulminarmi e ribatte:
-Tu non hai la più pallida idea… Tu non puoi capire il periodo tumultuoso trascorso dalla nostra amata Roma in quei secoli. Esistevano barbari e barbari ed Ataulfo era un barbaro, sì, ma talmente bello e gentile… Posso asserire che la mia prigionia durò ben poco, perché mai donna prigioniera fu più contenta di essere stata catturata. Lui era tutto ciò che più di diverso si poteva trovare a Roma: non un damerino effeminato, non un signore ingioiellato, non un eunuco, ma un principe soldato che popola i sogni di ogni fanciulla.-
La vedo risplendere di gioia mentre parla di lui e mi azzardo a chiedere:
-Tuo fratello accettò lietamente l'evento delle tue nozze?-
-Oh, no! Ataulfo fu costretto a dimostrargli tutto l'amore che nutriva nei miei confronti uccidendo un nemico di mio fratello e facendogli recapitare la testa su un vassoio d'argento.-
Rimango un secondo perplessa udendo quelle parole, ma capisco che all'epoca erano la regola simili comportamenti.
-Un bel dono, suppongo.-
-Ovviamente, Onorio lo accettò e consentì le nozze, rendendomi la donna più felice del mondo. E' così che sono diventata regina dei Goti. Essendo morto Alarico, suo fratello era assurto al trono ed impalmandomi ha fatto di me una regina. Puoi immaginare la felicità completa quando nasce un figlio maschio che sarebbe potuto diventare l'imperatore di Roma? Sai,- aggiunge con un sorriso malinconico, -Onorio non aveva figli ed il mio poteva essere il suo successore.-
-Poteva?-
La vedo chinare mestamente la testa, con una regalità da fare invidia e sussurra a fior di labbra:
-Ataulfo perì l'anno successivo alle nozze, subito dopo nostro figlio. Fu lui a volere, prima di spirare, che tornassi da mio fratello.-
-Gentile davvero.- commento sorpresa.
-Non tutti i barbari erano barbari nel senso dispregiativo che diamo a questo aggettivo.- ribatte risoluta. -Io ed Ataulfo, che tu voglia crederlo o no, eravamo innamorati ed ho odiato l'uomo che me lo ha ammazzato. Comunque,- riprende con tranquillità, -alla fine ho riconquistato la libertà.-
-Non vi è cosa più preziosa.-
-Puoi dirlo forte. Purtroppo, per me non aveva quel dolce sapore che ricordavo nei primi momenti della prigionia. Ero sì tornata tra la mia gente, ma mi sono sentita più in trappola alla corte di mio fratello che non con i miei Visigoti.-
Osservo il suo comportamento altero e dignitoso, degno di una principessa, e la sua acconciatura in perfetto stile bizantino e comprendo come molti uomini avessero potuto perdere la testa per lei.
-Ma poi ti sei risposata.-
-Sì, con Costanzo, un generale di mio fratello Onorio. Un matrimonio combinato prima ancora che venissi presa da Alarico.-
Notando il cambio di tono, mi azzardo a chiedere:
-Non era di tuo gradimento?-
Lei mi rivolge uno sguardo a dir poco esterrefatto e scoppia a ridere, una risata cristallina, proveniente dal cuore, che la rende ancora più bella ed io mi sento insignificante dinanzi a lei.
-Di mio gradimento?- ripete divertita. -Come avrebbe potuto incontrare il mio assenso un uomo grasso, sciatto, vecchio, poco affabile, quando al mio fianco avevo avuto un Visigoto giovane, alto, bello, biondo, forte e che mi ha amato totalmente? Tu avresti accettato? Ho provato, credimi, a rimandare le nozze e per tre anni sono rimasta arroccata in me stessa. Alla fine, per ragioni politiche, ho capitolato.-
-Però gli hai dato Valentiniano, il futuro imperatore romano d'occidente.-
-Già. Valentiniano, il debole ed indolente Valentiniano ed Onoria, la causa della discesa di Attila in Italia. E li ho dovuti tirare su praticamente da sola, dopo essere rimasta nuovamente vedova. Sai, una volta gli uomini morivano facilmente. Era meglio nascere donna.- aggiunge arricciando maliziosamente il nasino. -Comunque, allevare i figli da soli è un compito piuttosto arduo, soprattutto all'epoca. Essere madre dell'imperatore, oltretutto, comporta molte responsabilità e tanti sacrifici.-
-Non stento a crederlo. Ma, se non ricordo male, una volta vedova, un nuovo pretendente si era fatto avanti.-
Lei sgrana i suoi bellissimi occhi e sorride subito dopo.
-Sì, certo, mio fratello Onorio, che in vita sua aveva amato solo le galline ed i polli. Non l'ho mai potuto sopportare e scoprire di essere oggetto dei suoi desideri mi fece ridere all'epoca come mi fa ridere ora. Fortuna per me che è morto poco dopo.-
Con le dita affusolate tocca un lembo della veste che indossa e liscia una piega a me invisibile.
-Ma tu sei tornata a Roma da Ravenna.-
Lo sguardo le si illumina, prende vita e con la mano mostra la città che si stende maestosa sotto i nostri occhi.
-Ravenna, all'epoca, era la capitale dell'impero d'occidente e lì risiedeva l'imperatore romano, dopo che mio padre lo aveva scisso in due. Ma come si può abbandonare questa meraviglia? Oh, se solo tu avessi potuto mirarla ai tempi del suo massimo splendore avresti dato la vita per farla rimanere così in eterno.-
Giro lo sguardo sulla via Appia ed il mio pensiero corre alle macchine incolonnate nell'eterno traffico, alla gente che imbocca l'entrata della metropolitana in un eterno tramestio, odo le urla e le grida di chi non riesce a prendere il bus perché eternamente affollato e sospiro: decisamente Roma è la città eterna.
-Sì, hai ragione. All'epoca si poteva pensare benissimo di donare la vita per Roma. Ma ora…-
-Ora la capitale del mondo riesce a farsi odiare.- conclude con tono malinconico. -Ero tornata a Roma per far proclamare Valentiniano imperatore; in realtà, conoscendo il suo carattere debole, ho fatto io da imperatrice fino alla mia morte. Ho provato con tutte le mie forze a giostrare tra politica e religione pur di mantenere intatta la parte di regno lasciata da mio padre, quel regno che Alarico ed Ataulfo speravano incamerasse i Goti, per vivere insieme in pace. Una politica saggia la loro, ma che lo stolto di mio fratello non ha voluto, o non ha saputo, capire. Strano, vero,- commenta con un sorriso ironico, -che la grandezza di un impero stesse a cuore a dei barbari più che al suo imperatore.-
-Sì, strano davvero. Ma tu,- domando timidamente, -non ti sei mai più risposata?-
-A che pro? Ho vissuto un'intera vita nel dolce ricordo di Ataulfo, tanto da sapere che nessuno mai avrebbe potuto prendere il suo posto nel mio cuore. Ho preferito rimanere sola, con i miei figli capricciosi che mi hanno dato tanti grattacapi. Chiamami pure romantica, ma così ero e così sono.-
Annuisco appena, comprendendo quanto fosse stato difficile per lei recitare un ruolo che avrebbe dovuto essere di competenza del fratello prima e del figlio dopo.
-E' per il tuo romanticismo che sei voluta venire a morire a Roma?-
-Sì. Quando mi sono resa conto che stavo per raggiungere il mio Ataulfo, ho lasciato Ravenna e sono tornata nell'Urbe, per rivedere un'ultima volta la città eterna.-
-Devi essere fiera di aver donato a Roma uno degli imperatori.- commento.
Lei sorride dolcemente ed annuisce.
-Ne sono fiera e me ne compiaccio. Non sono tante le donne che possono vantarsi di aver fatto altrettanto.-
Chino la testa trovandomi d'accordo con lei ed un secondo dopo la vedo svanire, sorridendo compiaciuta del nostro fortuito incontro ed istintivamente allungo la mano per trattenerla, inconsciamente riluttante a separarmi da quella creatura eccezionale. Ma intorno a me rimane solo la via Appia, la via consolare che noi romani abbiamo sempre sotto gli occhi e che neppure scorgiamo, troppo intenti ad eternare una vita frenetica.
venerdì 6 febbraio 2009
Roma vista da me
EZIO FLAVIO
(Durostoro, Mesia, 390 ca. - Roma, 454)
E' incredibile quanto sia vivo il sottobosco di notte. Si odono creature notturne che comunicano tra loro cinguettando, sibilando, ululando ed io quasi impallidisco dinanzi a queste spettrali presenze di cui odo solo il rumore. L'oscurità domina e tutti noi sappiamo quanto il buio faccia paura, quanto faccia credere che un semplice strisciare sopra le foglie possa essere qualcosa di diverso e mostruoso dal semplice e quanto mai naturale strisciare di un serpente.
Mi muovo con cautela, allungando le braccia in avanti come un cieco nella notte e quando inciampo su una radice nodosa, una mano forte, dura e callosa, mi sorregge per evitare di farmi fare un ruzzolone. Sto per gridare di paura, lasciando sfogare la tensione accumulata, quando odo una voce sentenziare:
-Stai attenta, figliola. Il sottobosco nasconde sempre minacce latenti.-
Mi giro e lo vedo, con indosso una tunica romana, con una candela nella mano libera ed il tenue chiarore che illumina il suo volto duro, gli occhi perspicaci ed attenti.
-Ma… Ma tu sei…- balbetto incredula, mentre lui mi lascia il braccio e si osserva intorno.
-Sì, sono proprio io, Ezio, uno dei grandi della corte di Ravenna.-
-Ezio… Il generale Ezio che ha sconfitto Attila?-
-Quello ed altro.- inizia facendo un mezzo inchino di presentazione.
Rimango piacevolmente sorpresa dalle buone maniere di quel rude soldato romano, che di romano, poi, non ha nulla. Ma suo padre, un barbaro Goto, era diventato generale dell'impero romano e lui, da bravo figliolo, ne aveva seguito le gesta.
-Devo riconoscere,- ammette con tono mesto, -che essere stato ostaggio per tre anni del Visigoto Alarico e poi degli Unni di re Rua, mi ha fatto crescere in fretta. Ma all'epoca era la prassi normale quando si stipulava un patto.- aggiunge con noncuranza.
-Quanti anni avevi?- domando incuriosita, mentre mi risistemo la manica della maglia che lui aveva involontariamente tirato per non farmi cadere.
Ci pensa un po' grattandosi il mento, rendendosi conto che era arduo tornare indietro con la mente a tanti secoli prima, quindi risponde:
-Circa quindici. Ma se consideri che di origini sono barbaro anch'io…-
-Deve essere stata un'esperienza difficile.-
-Difficile?- sogghigna con tono insinuante. -Tu non ne puoi avere idea. Io giungevo da un paese civilizzato, da un luogo che aveva fatto la Storia e mi sono ritrovato in un mondo dove un australopiteco avrebbe storto il naso.-
Sorrido condividendo il suo estremo paragone e suggerisco:
-Quell'esperienza ti ha però aiutato in seguito.-
-Eh, sì.- ammette. -Quando mi sono scontrato con i Visigoti in Gallia, conoscevo fin troppo bene i modi di fare di quei barbari, tanto da sopraffarli.-
-Soprattutto gli Unni.-
Si guarda intorno, sempre all'erta, girando la candela per vedere meglio, quindi mi si avvicina e mi sussurra all'orecchio:
-Qui lo dico e qui lo nego: i romani erano ottimi soldati, ma i barbari erano una vera forza della natura. Loro la battaglia ce l'avevano nel sangue. Erano un popolo di guerrieri, uomini e donne, vecchi e bambini. Nulla a che vedere con la nostra civiltà.- aggiunge con un gesto secco della mano.
Annuisco, concordando con lui ed un sorriso gli piega le labbra, compiacendosi che comprendessi la sua posizione.
-Tu, però, hai fatto sì che l'altro tuo alter ego, il generale Bonifacio, risultasse un traditore di Roma agli occhi di Galla Placidia.-
Si scurisce in volto e mi fissa a lungo, prima di annuire.
-Sì. Ma all'epoca non ci si scandalizzava di simili comportamenti. La moralità era opinabile.-
-Ma dichiarando Bonifacio nemico di Roma, questi è stato costretto a rivolgersi ai barbari.-
Annuisce ed all'evanescente fuoco della candela vedo il suo volto incupire maggiormente al ricordo.
-Si è unito a re Genserico ed i Vandali da lui comandati non si sono di certo fatti pregare nell'invadere la penisola: in Italia sono giunti e non se ne sono andati più.-
Esito un attimo, quindi gli faccio notare:
-Le rivalità ed i rancori che correvano tra te e Bonifacio, hanno praticamente scisso in due l'ultimo esercito romano, te ne sei mai reso conto? Tu da una parte, con le tue gelosie, lui dall'altra, fedele servitore ferito nell'orgoglio per un tuo raggiro.-
Mi fissa quasi con astio, gli occhi che avrebbero volentieri incenerito e quasi mi trafigge con il suo sguardo feroce, incutendomi un rispettoso terrore.
-Tu parli di morale, ma te l'ho già detto: all'epoca era opinabile. Ma, in fondo, se veramente vuoi capire, basterebbe solo che tu volgessi lo sguardo verso gli alti vertici e ti accorgeresti che la morale non esiste neppure ora.-
Sbatto gli occhi più volte ed infine, mestamente, convengo con lui, commentando:
-Allora i tempi non sono poi tanto mutati.-
-Brava! Lo vedi che, se ti ci metti, riesci a comprendere?- esclama dandomi una pacca sulla spalla.
Quel semplice gesto per poco mi manda gambe all'aria e la scapola mi rimane lievemente dolorante, ma non gliene faccio una colpa: cosa possediamo noi del XXI secolo di forza muscolare rispetto ai nostri antenati? Nulla, solo un vago ricordo.
-In quell'occasione Bonifacio ti ha battuto, ma il vincitore sei risultato tu.-
-Be', che vuoi… Lui aveva vinto sul campo di battaglia, ma io l'ho sfidato a singolar tenzone e lì lui è caduto: ho vinto io.- si inorgoglisce.
-Così facendo, hai anticipato il medioevo ed i suoi cavalieri.-
Lo vedo sorridere ed un attimo dopo, con velocità fulminea, estrae il pugnale legato in vita per conficcarlo nel corpo di una grossa migale che si arrampica su un albero. Inorridisco ed un brivido mi corre lungo la schiena, facendomi drizzare tutti i peli: cosa posso farci se sono aracnofobica? Deglutisco e chiudo un attimo gli occhi, quindi mi concentro di nuovo su Ezio.
-Tu e Bonifacio eravate i soli due grandi generali di Roma che avrebbero potuto salvare l'impero.-
Aggrotta le sopracciglia ed annuisce pensieroso.
-Sì, è vero. Ma che vuoi farci?-
-I Campi Catalaunici, dunque, devono essere un bel ricordo.- commento.
Lo vedo illuminarsi in volto, quel volto duro da soldato tutto d'un pezzo e gli occhi vispi si accendono come due stelle.
-Ci puoi giurare, figliola!- esclama gonfiando il petto. -Ah, che battaglia! Ricordo la sicurezza di Attila, lui, così fiero ed altero dei suoi Unni selvaggi e crudeli, e noi, soldati disciplinati pronti a bloccare la barbara avanzata come un muro. Teodorico, re dei Visigoti, che mi affiancava con il suo esercito, è caduto eroicamente. Ma tu,- mi accusa con brutto cipiglio, -hai mai partecipato ad una battaglia?-
Sgrano gli occhi scuotendo la testa e rispondo mestamente:
-Non mi è stato dato… il piacere.-
Lui fa un gesto vago con la mano, come a voler scacciare una mosca fastidiosa e riprende:
-Attila era sicuro di vincere, di sopraffare i miei uomini, ma alla fine Roma ha vinto.- conclude senza velare l'orgoglio.
Mi metto a ridere di cuore, cosicché lui si adombra di nuovo in volto, e gli faccio notare con eccessiva superficialità:
-Non dirlo troppo forte od i nostri tifosi penseranno che abbiamo vinto una partita di calcio contro una squadra chiamata "Attila"!-
Lo sento grugnire qualcosa di inintelligibile e la sua espressione furiosa mi fa tornare immediatamente seria.
-Rispetto,- sentenzia con tono e sguardo algido, -rispetto prima di tutto per chi ha donato la propria vita sui campi di battaglia. E su quel campo ne sono morti più di centomila.-
Chino mestamente la testa, intimorita dalla sua autorità e bisbiglio:
-Perdonami, non era mia intenzione offendere.-
-Voi giovani moderni non siete sorretti da nessun ideale.- sibila con disprezzo.
-Forse no o forse sì.- insinuo. -Dipende dai punti di vista. Le cose, in questi ultimi secoli, sono notevolmente cambiate.-
-In peggio.- grugnisce da buon generale.
Scuoto la testa e gli faccio notare:
-La vittoria su Attila, oltre a consolidare la tua fama, ha attirato l'invidia di Valentiniano, l'imperatore d'occidente.-
Fa un gesto di stizza e digrigna i denti, mostrando tutto il rancore che porta..
-Quell'essere spregevole, quell'infante ed effeminato mezzo uomo, era geloso ed invidioso della mia fama e della mia potenza.-
-Spregevole forse per te.- correggo.
-Certo! Mi ha ammazzato, con le sue mani, quel fedifrago! Se sua madre Galla Placidia fosse stata ancora viva, non sarebbe accaduto. E' giunto dalla lontana Ravenna fino a Roma con la scusa delle nozze di mio figlio con sua figlia, ma in realtà con il solo scopo di eliminarmi! Se questo non lo giudichi spregevole…-
-Non spetta a me dare giudizi: io non sono Dio.-
Gonfia nuovamente il petto, porta la candela davanti al mio viso e mi fissa a lungo, dall'alto verso il basso, quindi mi fa un cenno con la mano ed io osservo la quercia alle sue spalle, mentre lo sento insinuare dolcemente:
-In un certo qual senso, per un periodo di tempo, io lo sono stato.-
Sulla quercia, all'improvviso, appare lui, ai tempi del suo massimo splendore, circondato da servi e schiavi, mentre se ne sta disteso su un triclinio, in compagnia di commensali goliardici che mangiano e bevono ascoltando i versi di un poeta. Quell'attimo di vita mi lascia a bocca aperta per la bellezza e la solarità e mi chiedo inevitabilmente dove sia finito lo splendore della Roma imperiale. Poi, all'improvviso, il buio torna ad avvolgermi e mi accorgo che Ezio sta per spegnere la candela e sparire per sempre dalla mia visuale. Vorrei trattenerlo, ma non so come e provo a chiedere:
-Hai fatto tanto per Roma: se ti fosse concesso, lo rifaresti?-
Mi fissa come se fossi impazzita, come se per lui la domanda non sussistesse e risponde:
-Aho, bella mia, siamo romani, no? E con questo ho detto tutto.-
E detto da lui, un barbaro, mi lascia ben sperare.
(Durostoro, Mesia, 390 ca. - Roma, 454)
E' incredibile quanto sia vivo il sottobosco di notte. Si odono creature notturne che comunicano tra loro cinguettando, sibilando, ululando ed io quasi impallidisco dinanzi a queste spettrali presenze di cui odo solo il rumore. L'oscurità domina e tutti noi sappiamo quanto il buio faccia paura, quanto faccia credere che un semplice strisciare sopra le foglie possa essere qualcosa di diverso e mostruoso dal semplice e quanto mai naturale strisciare di un serpente.
Mi muovo con cautela, allungando le braccia in avanti come un cieco nella notte e quando inciampo su una radice nodosa, una mano forte, dura e callosa, mi sorregge per evitare di farmi fare un ruzzolone. Sto per gridare di paura, lasciando sfogare la tensione accumulata, quando odo una voce sentenziare:
-Stai attenta, figliola. Il sottobosco nasconde sempre minacce latenti.-
Mi giro e lo vedo, con indosso una tunica romana, con una candela nella mano libera ed il tenue chiarore che illumina il suo volto duro, gli occhi perspicaci ed attenti.
-Ma… Ma tu sei…- balbetto incredula, mentre lui mi lascia il braccio e si osserva intorno.
-Sì, sono proprio io, Ezio, uno dei grandi della corte di Ravenna.-
-Ezio… Il generale Ezio che ha sconfitto Attila?-
-Quello ed altro.- inizia facendo un mezzo inchino di presentazione.
Rimango piacevolmente sorpresa dalle buone maniere di quel rude soldato romano, che di romano, poi, non ha nulla. Ma suo padre, un barbaro Goto, era diventato generale dell'impero romano e lui, da bravo figliolo, ne aveva seguito le gesta.
-Devo riconoscere,- ammette con tono mesto, -che essere stato ostaggio per tre anni del Visigoto Alarico e poi degli Unni di re Rua, mi ha fatto crescere in fretta. Ma all'epoca era la prassi normale quando si stipulava un patto.- aggiunge con noncuranza.
-Quanti anni avevi?- domando incuriosita, mentre mi risistemo la manica della maglia che lui aveva involontariamente tirato per non farmi cadere.
Ci pensa un po' grattandosi il mento, rendendosi conto che era arduo tornare indietro con la mente a tanti secoli prima, quindi risponde:
-Circa quindici. Ma se consideri che di origini sono barbaro anch'io…-
-Deve essere stata un'esperienza difficile.-
-Difficile?- sogghigna con tono insinuante. -Tu non ne puoi avere idea. Io giungevo da un paese civilizzato, da un luogo che aveva fatto la Storia e mi sono ritrovato in un mondo dove un australopiteco avrebbe storto il naso.-
Sorrido condividendo il suo estremo paragone e suggerisco:
-Quell'esperienza ti ha però aiutato in seguito.-
-Eh, sì.- ammette. -Quando mi sono scontrato con i Visigoti in Gallia, conoscevo fin troppo bene i modi di fare di quei barbari, tanto da sopraffarli.-
-Soprattutto gli Unni.-
Si guarda intorno, sempre all'erta, girando la candela per vedere meglio, quindi mi si avvicina e mi sussurra all'orecchio:
-Qui lo dico e qui lo nego: i romani erano ottimi soldati, ma i barbari erano una vera forza della natura. Loro la battaglia ce l'avevano nel sangue. Erano un popolo di guerrieri, uomini e donne, vecchi e bambini. Nulla a che vedere con la nostra civiltà.- aggiunge con un gesto secco della mano.
Annuisco, concordando con lui ed un sorriso gli piega le labbra, compiacendosi che comprendessi la sua posizione.
-Tu, però, hai fatto sì che l'altro tuo alter ego, il generale Bonifacio, risultasse un traditore di Roma agli occhi di Galla Placidia.-
Si scurisce in volto e mi fissa a lungo, prima di annuire.
-Sì. Ma all'epoca non ci si scandalizzava di simili comportamenti. La moralità era opinabile.-
-Ma dichiarando Bonifacio nemico di Roma, questi è stato costretto a rivolgersi ai barbari.-
Annuisce ed all'evanescente fuoco della candela vedo il suo volto incupire maggiormente al ricordo.
-Si è unito a re Genserico ed i Vandali da lui comandati non si sono di certo fatti pregare nell'invadere la penisola: in Italia sono giunti e non se ne sono andati più.-
Esito un attimo, quindi gli faccio notare:
-Le rivalità ed i rancori che correvano tra te e Bonifacio, hanno praticamente scisso in due l'ultimo esercito romano, te ne sei mai reso conto? Tu da una parte, con le tue gelosie, lui dall'altra, fedele servitore ferito nell'orgoglio per un tuo raggiro.-
Mi fissa quasi con astio, gli occhi che avrebbero volentieri incenerito e quasi mi trafigge con il suo sguardo feroce, incutendomi un rispettoso terrore.
-Tu parli di morale, ma te l'ho già detto: all'epoca era opinabile. Ma, in fondo, se veramente vuoi capire, basterebbe solo che tu volgessi lo sguardo verso gli alti vertici e ti accorgeresti che la morale non esiste neppure ora.-
Sbatto gli occhi più volte ed infine, mestamente, convengo con lui, commentando:
-Allora i tempi non sono poi tanto mutati.-
-Brava! Lo vedi che, se ti ci metti, riesci a comprendere?- esclama dandomi una pacca sulla spalla.
Quel semplice gesto per poco mi manda gambe all'aria e la scapola mi rimane lievemente dolorante, ma non gliene faccio una colpa: cosa possediamo noi del XXI secolo di forza muscolare rispetto ai nostri antenati? Nulla, solo un vago ricordo.
-In quell'occasione Bonifacio ti ha battuto, ma il vincitore sei risultato tu.-
-Be', che vuoi… Lui aveva vinto sul campo di battaglia, ma io l'ho sfidato a singolar tenzone e lì lui è caduto: ho vinto io.- si inorgoglisce.
-Così facendo, hai anticipato il medioevo ed i suoi cavalieri.-
Lo vedo sorridere ed un attimo dopo, con velocità fulminea, estrae il pugnale legato in vita per conficcarlo nel corpo di una grossa migale che si arrampica su un albero. Inorridisco ed un brivido mi corre lungo la schiena, facendomi drizzare tutti i peli: cosa posso farci se sono aracnofobica? Deglutisco e chiudo un attimo gli occhi, quindi mi concentro di nuovo su Ezio.
-Tu e Bonifacio eravate i soli due grandi generali di Roma che avrebbero potuto salvare l'impero.-
Aggrotta le sopracciglia ed annuisce pensieroso.
-Sì, è vero. Ma che vuoi farci?-
-I Campi Catalaunici, dunque, devono essere un bel ricordo.- commento.
Lo vedo illuminarsi in volto, quel volto duro da soldato tutto d'un pezzo e gli occhi vispi si accendono come due stelle.
-Ci puoi giurare, figliola!- esclama gonfiando il petto. -Ah, che battaglia! Ricordo la sicurezza di Attila, lui, così fiero ed altero dei suoi Unni selvaggi e crudeli, e noi, soldati disciplinati pronti a bloccare la barbara avanzata come un muro. Teodorico, re dei Visigoti, che mi affiancava con il suo esercito, è caduto eroicamente. Ma tu,- mi accusa con brutto cipiglio, -hai mai partecipato ad una battaglia?-
Sgrano gli occhi scuotendo la testa e rispondo mestamente:
-Non mi è stato dato… il piacere.-
Lui fa un gesto vago con la mano, come a voler scacciare una mosca fastidiosa e riprende:
-Attila era sicuro di vincere, di sopraffare i miei uomini, ma alla fine Roma ha vinto.- conclude senza velare l'orgoglio.
Mi metto a ridere di cuore, cosicché lui si adombra di nuovo in volto, e gli faccio notare con eccessiva superficialità:
-Non dirlo troppo forte od i nostri tifosi penseranno che abbiamo vinto una partita di calcio contro una squadra chiamata "Attila"!-
Lo sento grugnire qualcosa di inintelligibile e la sua espressione furiosa mi fa tornare immediatamente seria.
-Rispetto,- sentenzia con tono e sguardo algido, -rispetto prima di tutto per chi ha donato la propria vita sui campi di battaglia. E su quel campo ne sono morti più di centomila.-
Chino mestamente la testa, intimorita dalla sua autorità e bisbiglio:
-Perdonami, non era mia intenzione offendere.-
-Voi giovani moderni non siete sorretti da nessun ideale.- sibila con disprezzo.
-Forse no o forse sì.- insinuo. -Dipende dai punti di vista. Le cose, in questi ultimi secoli, sono notevolmente cambiate.-
-In peggio.- grugnisce da buon generale.
Scuoto la testa e gli faccio notare:
-La vittoria su Attila, oltre a consolidare la tua fama, ha attirato l'invidia di Valentiniano, l'imperatore d'occidente.-
Fa un gesto di stizza e digrigna i denti, mostrando tutto il rancore che porta..
-Quell'essere spregevole, quell'infante ed effeminato mezzo uomo, era geloso ed invidioso della mia fama e della mia potenza.-
-Spregevole forse per te.- correggo.
-Certo! Mi ha ammazzato, con le sue mani, quel fedifrago! Se sua madre Galla Placidia fosse stata ancora viva, non sarebbe accaduto. E' giunto dalla lontana Ravenna fino a Roma con la scusa delle nozze di mio figlio con sua figlia, ma in realtà con il solo scopo di eliminarmi! Se questo non lo giudichi spregevole…-
-Non spetta a me dare giudizi: io non sono Dio.-
Gonfia nuovamente il petto, porta la candela davanti al mio viso e mi fissa a lungo, dall'alto verso il basso, quindi mi fa un cenno con la mano ed io osservo la quercia alle sue spalle, mentre lo sento insinuare dolcemente:
-In un certo qual senso, per un periodo di tempo, io lo sono stato.-
Sulla quercia, all'improvviso, appare lui, ai tempi del suo massimo splendore, circondato da servi e schiavi, mentre se ne sta disteso su un triclinio, in compagnia di commensali goliardici che mangiano e bevono ascoltando i versi di un poeta. Quell'attimo di vita mi lascia a bocca aperta per la bellezza e la solarità e mi chiedo inevitabilmente dove sia finito lo splendore della Roma imperiale. Poi, all'improvviso, il buio torna ad avvolgermi e mi accorgo che Ezio sta per spegnere la candela e sparire per sempre dalla mia visuale. Vorrei trattenerlo, ma non so come e provo a chiedere:
-Hai fatto tanto per Roma: se ti fosse concesso, lo rifaresti?-
Mi fissa come se fossi impazzita, come se per lui la domanda non sussistesse e risponde:
-Aho, bella mia, siamo romani, no? E con questo ho detto tutto.-
E detto da lui, un barbaro, mi lascia ben sperare.
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