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giovedì 5 maggio 2011

Cesare Borgia, cardinale e duca Valentino

Cesare Borgia nasce nel 1475, a Rignano Flaminio, tra il 12 ed il 14 settembre, dall'allora cardinale Rodrigo Borgia, in seguito papa Alessandro VI e da Vannozza Cattanei. Avviato alla carriera ecclesiastica dal padre, Cesare viene elevato al galero a diciotto anni, dopo essersi laureato in diritto assieme a Giovanni de' Medici, futuro papa Leone X. Deve il suo nome Valentino alla diocesi di Valencia, della quale il padre lo nomina vescovo prima e cardinale dopo. Ragazzo solare e brioso, amante dell'esercizio fisico e della caccia, si circonda di amici potenti che, in seguito, diverranno suoi capitani di ventura. L'abito talare gli va stretto, non sopporta la vita clericale, tanto che dirà una sola volta messa in tutti gli anni della sua carriera ecclesiastica, nella sua diocesi romana, la basilica di Santa Francesca Romana. Alla morte di suo fratello Juan, di cui si mormora fosse stato lui il mandante senza mai avere prove a suffagio, depone l'abito e, con l'appoggio di Luigi XII di Francia, diviene duca Valentino, nome che gli viene dal Valentinois, ducato concessogli dal re. Il ragazzo allegro svanisce nell'ombra del condottiero, e l'uomo diviene taciturno, malinconico, solitario. Un solo amico gli è veramente vicino e del quale si fida: don Michele Corella, il quale sarà custode dei segreti del suo signore fino alla morte. Il sogno di un'Italia unita lo porta a conquistarsi un ducato che suscita i timori di Francia e Spagna, che vedono minacciare da vicino i loro possedimenti italiani e che tenteranno di tutto per fermalo. In questo periodo della sua vita, il Valentino si affida al genio di Vinci per progettare macchine belliche, per disegnare planimetrie dei territori conquistati e si incontra con il Machiavelli, che la repubblica di Firenze gli invia come ambasciatore. Questi rimarrà talmente affascinato dall'uomo, dal modo in cui fronteggiò i capitani rivoltosi nel "bellissimo inganno di Senigallia", che si ispirerà a lui nel suo "Principe", riconoscendo nel Valentino la pura virtù cinquecentesca che avrebbe dovuto avere un principe guerriero. Il suo cammino si blocca con la morte del padre e con la sua lunga malattia. Nonostante le avversità dell'ultimo periodo della sua vita intensa, dopo una rocambolesca fuga dal castello della Mota in Spagna, è pronto a risorgere ed a tornare in Italia, sorretto dalla devozione delle popolazioni da lui assoggettate. La morte in combattimento, il 12 marzo del 1507 a Viana, metterà fine a tutti i suoi sogni.

lunedì 18 maggio 2009

Roma vista da me

PASQUINO


Il giorno di ferragosto è una manna dal cielo per i superstiti romani rimasti a casa e che non si sono dati alla villeggiatura: l'Urbe è finalmente a portata di mano. Niente traffico, niente studenti, niente lavoratori, niente caos; solo turisti e strade deserte che puoi permetterti di percorrere a piedi. Mi sento la signora di Roma, padrona di tremila anni di storia e me li godo tutti mentre passeggio sotto il solleone, avida di sole come una lucertola, scaldandomi il fisico ed il cuore quando scorgo il Pincio, quando raggiungo il Gianicolo, quando intravedo Porta Pia, quando approdo al Pantheon o al Colosseo. La mia amata Roma dovrebbe essere sempre così, libera da rumori assordanti, libera da gente impazzita, libera dallo smog delle migliaia di macchine e di motorini. Dovrebbe essere solo Roma. Ma qui pure le mosche sono stressate.
E mentre cammino assorta, gli occhi ricolmi delle meraviglie che mi si spiegano dinanzi, giungo dirimpetto a palazzo Braschi, un tempo palazzo Orsini, e lo sguardo mi cade sulla statua di Pasquino. Sorrido e sto per tirare dritto, quando all'improvviso non vedo più i palazzi moderni, non vedo più le strade asfaltate, non scorgo più nulla della civiltà del ventesimo secolo che ci ostiniamo ad appellare "civile" non si sa per quale recondito motivo. All'improvviso, come per magia, mi ritrovo nella Roma barocca, con i suoi abitanti che sfoggiano abiti sfarzosi, carrozze ridondanti di ghirigori, prelati altezzosi protetti dal baldacchino, venditori ambulanti, postulanti vestiti di stracci, bambini luridi che si rincorrono insieme ad animali da cortile, cavalli e cavalieri e sento sogghignare alle mie spalle. Mi giro e vedo la statua di Pasquino che prende vita, con i suoi arti mutilati e sicuramente impallidisco, perché la sento dire:
-Aho, bella mia, ma che hai visto un fantasma?-
-Tu… Tu parli?- balbetto.
-Parlare…- ripete con aria ispirata. -Sì, mi piacerebbe parlare, dato che sono la più famosa statua parlante di Roma, ma, ahimè, in genere parlo attraverso i fogli che la gente mi attacca addosso.-
-Fogli?-
-Sì. Libelli. Chiamali come vuoi.-
Annuisco e le labbra mi si piegano in un sorriso divertito. Anche lui sogghigna ed ammette:
-In questi secoli mi sono divertito da matti.-
-Non stento a crederlo. La satira è di moda tuttora.-
Scuote la testa e ribatte:
-Non è la stessa cosa.-
-Sì che lo è.-
-No che non lo è! Vuoi mettere l'atmosfera, dove era vietato parlare male dei potentati e trovare comunque qualcuno disposto a sfidare gli strali del potere pur di attaccare e denunciare e vedere la faccia del bersaglio la mattina dopo? Ah, bella mia, queste sì che sono soddisfazioni!-
Mi guardo intorno e noto la gente che prosegue nelle faccende quotidiane, ignorando sia me che Pasquino e quando una dama mi passa accanto con la scorta, provo a toccarla, ma la mia mano afferra solo l'aria. Sospiro e mi godo lo spettacolo della Roma barocca, così calmo, così luminoso, così pieno di vita. Be', sì, noi, al confronto, non viviamo: sopravviviamo.
-Sai,- riprende con tono allegro, -ci sono stati papi che avrebbero voluto distruggermi per far cessare le pasquinate, ma uomini dello stampo dell'Aretino, del Marino e del Belli, non hanno avuto timore ed hanno continuato imperterriti a scrivere le loro pasquinate. Sono orgoglioso di questo. Io faccio parte del popolo di Roma e nulla e nessuno lo può negare.-
-Raccontami.- lo esorto con aria rapita.
Esita, china appena la testa, quindi annuisce e sospira.
-Hai presente papa Clemente VII de' Medici?-
Faccio mente locale, quindi rispondo:
-Certo, il papa del sacco di Roma.-
-Brava. Adunque, quando è morto, dopo lunga malattia seguita dal suo medico personale, qualcuno, forse proprio l'Aretino, considerato il governo disastroso e sospettando il medico di aver abbreviato la sofferenza, scrisse: "Ecco colui che toglie i peccati del mondo", chiaramente riferendosi al medico.-
Mi metto a ridere di gusto e lui sorride a sua volta, felice della mia reazione.
-Orbene, hai presente papa Paolo IV Carafa?-
-Papa rigido oltremodo, forse un po' bigotto.-
-Sì, costretto da lui medesimo al digiuno per espiare colpe sue fino alla morte. Orbene, io dissi: "Accidenti, che vino forte c'è in questa Carafa!" e Marforio, mio grande alleato, rispose: "Ti sbagli, è aceto".-
Mio Dio, quale meraviglia! Sto dialogando con Pasquino e quasi stento a crederci! E via, una pasquinata dietro l'altra, le braccia che stringo intorno all'addome per le risate, la gente che continua a non vederci e mi sento stranamente viva.
-E di papa Sisto V?- esorto eccitata.
-Oh, lui, papa Peretti, nome rimasto oscuro e sconosciuto. Che dire, se non che fosse già vecchio e rigido da non riuscire a definire? Basti dire che di lui si dice: "Papa Sisto non la perdonò neppure a Cristo"!-
Rimango allibita e la mia espressione deve essere così comica che Pasquino ride e spiega:
-Si dice così perché, dinanzi ad un crocifisso in legno che pareva versasse sangue, lui lo spaccò in due, mostrando che dentro vi erano state messe delle spugne imbevute di sangue.-
Spettacolare! Un papa veramente tosto. Uno di quelli che non si piega.
-Quando morì, lasciando Roma sul lastrico e carica di gabelle, Marforio mi chiese: "Come si potrà vivere, Pasquino, con le vettovaglie tanto rincarate per le gabelle imposte da Sisto?". Ed io risposi: "E chi ti ha detto che si debba vivere sotto Sisto? Un po' per volta non si deve morire tutti impiccati?".
Scoppio a ridere e per un attimo chiudo gli occhi, assaporando la Roma barocca e sperando di poterci rimanere in eterno.
-E di papa Clemente VIII Aldobrandini cosa mi dici?- domando.
-Ah, lui! Che tipo! Hai presente Enrico IV di Francia, che abiurò la sua fede pur di farsi incoronare re dal papa? Ebbene, io risposi: "Enrico era acattolico/e per amor del regno eccolo pronto/a diventar cattolico apostolico./Se gliene torna il conto,/Clemente, ch'è pontefice romano/domani si fa turco o luterano".-
Rido di nuovo, le lacrime che sgorgano dagli occhi e mi trattengo lo stomaco, immaginando Enrico IV che abiura mormorando: "Roma val bene una messa". Oh, sì, due tipi proprio simili e si sono capiti subito!
-Ma lui è anche il papa che ha spedito al patibolo Beatrice Cenci, perché imballata di soldi.- riprende Pasquino. -E Marforio mi chiese: "Quali delitti avea la casa Cenci,/secondo il santo padre Aldobrandini?". Ed io di rimando: "Avea troppi quattrini."-
E' incredibile quanto le pasquinate facciano bene alla salute: aiutano nel riso e solo il riso lenisce tutte le preoccupazioni e mostra il lato migliore della vita.
-Però,- ammonisce Pasquino, -è stato anche il papa che ha bruciato Giordano Bruno, unico esempio di Inquisizione a Roma in quel periodo.-
-Già.- mormoro scuotendo la testa e tornando seria.
Rimango a fissarlo, tuttora incredula che una statua possa rivolgermi la parola ed il mio pensiero vola a Marforio, l'altra statua meglio conservata che poggia languida su un triclinio e che osserva i romani con aria di superiorità. Posso solo immaginare la gente che si accalcava intorno a queste due opere d'arte per leggere la satira che uomini illustri e meno illustri si sono presi la briga di divulgare per non farla passare liscia ai potentati. E posso altresì immaginare la faccia di prelati e papi e re ed imperatori illividire di furore e prendersela contro le parole portate dal vento.
-E con Napoleone?- domando.
-Eh… Ne sono volate di pasquinate… Quando si presentò al cospetto di papa Pio VII Chiaramonti per fare ammenda e questi fece intonare il Te Deum, su di me si trovarono queste parole: "Te deum laudamus/e in te speriamo,/ma a Bonaparte/non ci crediamo".-
-Già! Ma poi, con la caduta del potere papale, nessuno più ha scritto libelli.-
Rimane in silenzio e mi accorgo che sta osservando alcuni bambini che giocano vicino a noi senza vederci. Sbircio il loro gioco e rabbrividisco: stanno simulando una impiccagione! Sbalordita, alzo lo sguardo su Pasquino e lui sospira.
-Che vuoi… Ai nostri giorni gli spettacoli che il popolino poteva permettersi erano le condanne capitali.-
Deglutisco e chiudo un attimo gli occhi, mentre le risate cristalline dei bambini mi riempiono le orecchie come campane a morto.
-Tranquilla, ragazza: questi giovani qui sono più svegli ed arguti di quelli attuali.-
-Non lo metto in dubbio.-
-Comunque,- riprende con tono birichino, -ci sono stati altri libelli. Uno in particolare…-
-Quale?- domando incuriosita.
Sogghigna divertito e spiega:
-Quando a Roma giunse in visita Hitler. Qualche bontempone ha deciso di farmi risorgere e la mattina su di me c'era scritto: "Povera Roma mia de' travertino!/T'hanno vestita tutta de cartone/pe' fatte rimirà da 'n'bianchino…"-
Scoppio a ridere e porto una mano alla fronte, immaginando le facce austere e dure di Hitler e Mussolini dinanzi alla pasquinata e comincio a capire la diversità di satira. Quella di Pasquino è sottile, irriverente, lapidaria, spiritosa, ma, soprattutto, è discreta e per questo più efficace. Oggi non si fa più satira simile…
Annuisco, prendendo nota della lezione offertami da Pasquino e quando alzo lo sguardo, noto la statua di nuovo rigida, quel che rimane del volto intagliato nel marmo un marmo stesso ed apro la bocca per dire qualcosa, ma ci ripenso e mi accorgo che sono tornati a circondarmi i palazzi moderni, i turisti e, soprattutto, lo smog.

giovedì 7 maggio 2009

Roma vista da me

MICHELANGELO BUONARROTI
(Caprese, 6 marzo 1475 - Roma, 18 febbraio 1564)


Viaggiare in aereo per me è sempre un'emozione incredibile, un avvicinarsi un po' di più a Dio così come lo era per i cristiani nel medioevo quando costruivano le cattedrali che svettavano verso il cielo. Lassù, in mezzo alle nuvole come un uccello con le ali spiegate, provi a sbirciare attraverso l'oblò e quello che si apre ai tuoi occhi è un mondo fantastico, una diversa prospettiva da quella usuale, più suggestiva e divina. Perché la Terra, il sistema solare, l'intero universo sembrano realmente usciti dalle mani magiche di un essere superiore. Un evidente spettacolo della natura!
Sospiro, scorgendo le dolci ondulazioni del Sahara che sembrano flutti dorati ed il mio pensiero vola ai giorni mai dimenticati della guerra e scuoto mestamente la testa.
-Se solo avessi potuto osservare il mondo da quassù…-
Sussulto e mi giro di scatto, rimanendo a fissare quel volto bruttino, dai lineamenti duri, il naso rotto, la bocca piegata perennemente all'ingiù e sbatto gli occhi più volte, incredula ed intimamente atterrita da ciò che quell'uomo rappresenta.
-Mi… Michelangelo.- balbetto in un sussurro.
-Sì, decisamente se avessi potuto avere questa visuale… Avrei per certo fatto morire di bile quell'effeminato di Leonardo!- sbotta irato.
Mi guardo timorosa in giro, ma i passeggeri continuano a godersi il viaggio come se nulla fosse e porto una mano al cuore, sollevata ed indispettita al contempo.
-Leonardo non era effeminato!- ribatto.
A quelle parole mi degna infine di attenzione e socchiude gli occhi soppesandomi, alzando lentamente il mento.
-Osi negare l'evidenza?- borbotta.
-Lui era dolce, bello, elegante…-
-Oddio, eccone un'altra!- esclama inorridito.
Lo fisso attonita e lascio cadere l'argomento, consapevole che l'astio esistito tra i due maggiori uomini che il mondo abbia partorito non si è sanato neppure dopo tanti secoli.
-E' vero che a tredici anni sei andato a bottega dal Ghirlandaio?-
-Verissimo. Mio padre avrebbe voluto che divenissi un avvocato, ma con il greco e con il latino non sono mai andato d'accordo. D'accordo andavo con il disegno e fin da piccolo preferivo tratteggiare le chiese che vedevo nella città.-
-Hai attirato l'interesse del Magnifico.-
-Sì, si stupì nel vedermi maneggiare lo scalpello con maestria e mi tenne con sé. Era un grand'uomo messer Lorenzo.- aggiunge e la voce gli si incrina lievemente, tradendo l'emozione.
Provo ad immaginarmi alla corte del Magnifico ma la testa mi gira e turbina in un ambiente frequentato dai più grandi uomini del tempo e subito torno con i piedi per terra. Se penso che Michelangelo l'ha frequentata all'età di quindici anni…
-Sbaglio o ammiravi Savonarola?- domando.
-I suoi sermoni erano sferzate contro tutti i potentati e contro la loro opulenza e richiamavano sempre all'amore del Cristo ed alla Sua umiltà.-
-Ma tu mangiavi al desco del Magnifico!- esclamo sbigottita.
Lo vedo alzare le spalle larghe e possenti, come se la cosa non lo turbasse e mi domando se io sarei mai riuscita a sopravvivere in un simile periodo, dove la morale era un'utopia.
-Dopo la morte del Magnifico ti sei trasferito a Roma, chiamato dal cardinale Riario.-
-Quel taccagno…- e sembra che sputi le parole. -Per fortuna il Galli e poi il cardinale de Villiers mi hanno notato ed ho potuto lavorare, altrimenti sarei rimasto con le mani in mano.-
-La famosa Pietà…- mormoro rapita.
Nota il mio sguardo sognante e commenta aspro:
-Anche i miei contemporanei rimasero a bocca aperta.-
Inizio a capire per quale motivo Leonardo non ci andava d'accordo e per quale motivo in una rissa un tipo gli spaccò il naso: è arrogante, attaccabrighe ed irascibile, ma tutti questi suoi difetti svaniscono dinanzi alle sue opere ed io non posso che inchinarmi al suo genio.
-La fama a soli ventiré anni… Da allora sei stato richiestissimo.-
-Me ne sono tornato a Firenze, dove il Duomo mi commissionò una statua ed io tirai fuori il David.-
-Lo dici come se fosse… come se fosse la cosa più facile del mondo!-
Emette un grugnito con quella sua voce dura come il carattere e ribatte:
-Per me lo era. Il David era già lì, nel blocco di marmo; io ho solo tolto il superfluo per farlo venire alla luce.-
Rimango esterrefatta e scuoto lievemente la testa, come a sottolineare la mia incredulità.
-E per affrescare una delle pareti di Palazzo Vecchio?- domando.
Fa un gesto stizzito con la mano e si agita sul sedile ed a me incute un po' di timore.
-Io e lui…-
-Lui Leonardo?-
-Sì, l'effeminato, il damerino. Ci vedi a lavorare schiena contro schiena per affrescare le due pareti? Se solo Giulio non mi avesse voluto a Roma alle sue dipendenze…-
-Giulio II, il papa battagliero?-
-Proprio lui.-
Sogghigno e provo ad immaginare Michelangelo e Giuliano della Rovere, papa Giulio II, faccia a faccia: entrambi collerici, iracondi ed insopportabili. Le scintille si sarebbero sprecate e si maltrattarono per tutto il tempo che lavorarono insieme. Cosa avrei dato per vederli…
-Quindi niente più affresco a Palazzo Vecchio.-
-No. Il destino aveva deciso che né io né l'effeminato avremmo affrescato le pareti: io per un motivo, lui per un altro.-
Immagino che se continua ad appellare così Leonardo tra un po' lo strozzo.
-Papa Della Rovere voleva un mausoleo da te.-
-Sì, enorme, degno dei tempi antichi. Hai presente il Mosè?-
-Certo, nella basilica di S. Francesca Romana.-
-Quello. La tomba del papa. Quella che lui, dietro insistenza di Bramante che doveva progettare la cupola di S. Pietro, mi costrinse a rimandare. Ovvio che me ne tornai a Firenze.-
-E il papa?-
Lo vedo sogghignare prima di rispondere:
-Mi mandava lettere ogni giorno intimandomi di rientrare nell'Urbe, ma io ho sempre fatto orecchie da mercante.-
Sì, ma alla fine l'ha spuntata il "grande collerico".-
-Avrebbe messo a ferro e fuoco Firenze, quel pazzo! Sono sì rientrato a Roma, ma mi sono visto incaricato non del mausoleo, bensì dell'affresco della Sistina. A te pare normale?- borbotta incrociando le braccia al petto.
Al solo nominare la Cappella Sistina vado in brodo di giuggiole e chiudo gli occhi sospirando rapita.
-Hai idea, hai una pur solo vaga idea di quanto mi sia costato quel lavoro massacrante?- sbraita irritato. -Da solo, ho dovuto fare tutto da solo, io che di affreschi non m'intendevo, mentre nelle sale affianco c'era Raffaello, che avrebbe potuto benissimo farlo al posto mio. Invece no, quel testardo di Giulio si era incaponito ed alla fine l'ha spuntata. Per quattro lunghi anni ho lavorato come una bestia, con i suggerimenti del Sangallo per non rovinare l'affresco, con Giulio che ogni giorno veniva a sbirciare senza commentare e poi, una volta terminata ed aperta al pubblico, il testardo mi lascia, muore!-
Nel suo sfogo sento il sincero rammarico di colui che perde un padre, un protettore e la cosa mi lascia alquanto stupita. Che, tutto sommato, il misantropo Michelangelo Buonarroti avesse un cuore? Fatto sta che, una volta morto il papa, lui tornò a Firenze, fino a quando, nel 1536, papa Paolo III Farnese gli commissionò il Giudizio Universale.
-Nel frattempo avevo portato a termine il mausoleo e le due tombe dei fratelli Medici,- racconta, -e solo Dio sa quanto non avrei voluto mettermi a dipingere di nuovo. Ma alla fine l'ho fatto.-
-E quale mirabile meraviglia!-
Lo vedo digrignare i denti, scontroso come sempre e mi passa una mano davanti agli occhi, come per svegliarmi.
-Li hanno coperti.- commenta lapidario.
Lo fisso attonita, quindi capisco e ripenso a quanto tutte quelle nudità avessero scandalizzato i meno scandalizzabili uomini del tempo, con il risultato che furono disegnate foglie di fico dinanzi ad ogni membro.
-Sì, ma noi progrediti le abbiamo rimosse, così il dipinto risplende in tutta la sua magnificenza.- rispondo con soddisfazione.
-Voi… progrediti?- ripete inarcando un sopracciglio.
Devo aver fatto un'espressione simpatica perché scoppia a ridere ed io non comprendo la sua ilarità.
-Quale assurda pretesa…- mormora scuotendo il capo.
Rimango a guardarlo, lui, Michelangelo, un genio tra i geni del rinascimento che ci esalta noi italiani al confronto con gli altri stati e mi chiedo come sarebbe ora Roma senza il tocco delle sue mani. La Sistina sarebbe ancora dipinta di azzurro con miriadi di stelle bianche, insulse e prive di qualsiasi significato dinanzi al capolavoro michelangiolesco, e la navata destra di S. Pietro non vanterebbe la sua Pietà, bella oltre ogni dire.
-Hai praticamente diviso la tua vita tra due delle più grandi città del rinascimento, Roma e Firenze.-
-A Roma ci sono pure morto, novant'enne, ma i toscani non mi hanno lasciato in pace neppure dopo morto: mi hanno traslato a Firenze e qui sepolto. A Roma ci sono stato bene gli ultimi anni della mia vita, ho conosciuto Vittoria Colonna e siamo diventati molto amici.-
-Anche Tommaso Cavalieri.- insinuo dolcemente, fissandolo dritto negli occhi.
Lo vedo agitarsi alquanto e serra le labbra in una linea dura e sottile.
-Dai dell'effeminato a Leonardo, ma tu non eri migliore.- lo sfido alzando il mento.
Se il suo sguardo avesse potuto incenerirmi, ora sarei solo un mucchietto di polvere sul sedile dell'aereo e dentro di me sogghigno soddisfatta: il genio di Vinci è vendicato!
All'improvviso si sporge verso di me ed indica oltre l'oblò. Mi giro e rimango esterrefatta, dinanzi alla maestosità della Cappella Sistina, priva di mura che la racchiudono, ma aperta come un foglio in mezzo all'azzurro delle nuvole e mi rendo conto che sono letteralmente rimasta a bocca ed occhi spalancati. La visione rimane quel tanto da farmi capire quanto l'uomo possa andare a braccetto con la natura e quando mi volto per ringraziare il genio, il suo posto è vuoto ed una hostess mi fissa sorridendo amabilmente, offrendomi dell'acqua.
Sospiro dispiaciuta e mi mordo le labbra.

sabato 2 maggio 2009

Roma vista da me

CRISTINA DI SVEZIA
(Stoccolma, 18 dicembre 1626 - Roma, 19 aprile 1689)


Il freddo a Roma, quando decide di farlo sul serio, è insopportabile. Ma non a causa delle basse temperature, bensì per l'umidità che ti si insinua nell'epidermide, supera lo strato di grasso, trapassa i muscoli e si impianta nelle ossa provocandoti perenni brividi. Il freddo che si percepisce è di gran lunga superiore a quello indicato dal termometro, così come, in estate, la calura è maggiore di quanto stabilito dal mercurio dentro la colonnina.
Noi romani siamo vessati dal clima umido e solo chi è avvezzo a rigidità maggiori può ridere dei nostri brividi. Proprio come il sorriso beffardo che vedo spuntare su questa creatura apparsa all'improvviso, annunciata da un lieve tintinnare di campanellini attaccati ad una slitta trainata da magnifici cavalli bardati. Una slitta in piena Roma? Rabbrividisco involontariamente e mi stringo nel cappotto, fissando questa figura esile, ancora giovane, un tantino bruttina, con i capelli acconciati in lunghi boccoli che fuoriescono da una cuffia ingemmata. Mio Dio, penso attonita, ma costei è la famosa regina Cristina di Svezia, la quale abdicò a favore di suo cugino per venire a stabilirsi in pianta stabile a Roma! Una regina testarda, avida di sapere, munifica; in realtà intenta a ricercare se stessa come donna, perché tale non si sentiva e per tutta la vita tentò inutilmente di apparire la donna che la natura le aveva negato di essere.
-Tu…- balbetto e non per il freddo, -sei la figlia di Gustavo Adolfo, il re guerriero protestante che ha dominato durante la guerra dei trent'anni.-
Sogghigna come un maschiaccio ed appare ancor più bruttina di quello che è.
-Sì, ed aggiungerei che mi ha lasciato orfana all'età di sei anni pensando che era dovere di re morire su un campo di battaglia piuttosto che pensare alla figlia.- risponde con malcelato sarcasmo.
-Ma ti ha lasciato con tua madre, una principessa Hohenzollern di Prussia.-
Fa uno scatto con la testa, risoluta, e la slitta da dove è scesa svanisce così come era apparsa, in un tintinnare dolce di campanellini.
-Faresti meglio a dire che mi ha lasciato nelle mani del solerte e devoto cancelliere Axel Oxenstierna. E' stato lui il mio reggente fino al compimento dei miei diciotto anni. Mia madre, da ferrea prussiana, mi rinfacciava sempre di essere nata donna ed io, per non deluderla, mi comportavo da quel maschio che tutti avevano sperato che io fossi quando sono venuta alla luce.-
Percepisco nuovamente un sottile sarcasmo nel suo tono e domando:
-Per questo ti sei rivolta all'ambasciatore inglese dicendo che la tua damigella era la tua compagna di letto?-
-E lo era!- ribatte alzando fieramente il mento. -Ho sempre odiato gli uomini, benché ne cercassi la compagnia. Ma il rapporto intimo con loro mi ha sempre disgustato. Come si può solo pensare di rotolarsi in un letto con questi esseri rozzi e privi di attrattive?-
Rimango attonita, in silenzio, impreparata a quell'ammissione senza peli sulla lingua e deduco in un sussurro:
-Amavi le donne…-
-Ovvio.- risponde come se fosse la cosa più naturale del mondo. -Mi si è sempre chiesto e comandato di comportarmi da uomo ed io così ho fatto, in tutto e per tutto. Ti dirò,- aggiunge insinuante, -la cosa mi allettava non poco.-
La osservo di sottecchi e, tutto sommato, un po' mascolina lo è. Le mancano la grazia di una donna, l'eleganza, il portamento e la dizione, mentre abbondano e trasudano la sfrontatezza, l'aggressività e la risolutezza tipica degli uomini. Tutto sommato, questa giovane regina mi fa tenerezza.
-Tu eri figlia di protestante, nata in un paese luterano e, alla fine, ti sei convertita al cattolicesimo.-
Alza le spalle esili, non ancora pingue come lo era diventata durante la seconda metà della sua vita e con un gesto secco tira indietro un boccolo.
-E allora? In realtà, non me ne importava nulla della religione, intenta com'ero a studiare i grandi del rinascimento italiano. Le guerre di religione non le ho mai condivise, le ritenevo e ritengo puerili, una facciata per nascondere problemi più gravi.-
-Ma tuo padre morì sul campo di battaglia per difendere il protestantesimo!- esclamo scandalizzata.
-La sua vita era sua, poteva farne ciò che voleva.- risponde con fredda indifferenza. -Io ho sempre di gran lunga preferito lo studio dei classici alle continue amarezze che ci propinava la religione.-
Mi fissa con alterigia, restringendo gli occhi per sondarmi e continua sibilando:
-Vuoi mettere la bellezza di tutto lo scibile umano dinanzi ai futili battibecchi di vecchi prelati che si credono portatori della voce di Dio e che scatenano rancori che sfociano in guerre fratricide? Io ho preferito dilapidare il mio patrimonio aprendo la mia corte a tutti gli uomini di cultura, dai filosofi ai pittori, dagli scultori ai professori e ne sono stata ben ripagata.-
Sentirla parlare così mi fa venire i brividi e mi domando come sia sfuggita alle maglie dell'Inquisizione. Ma, probabilmente, si teneva per sé queste osservazioni, facendo bene, aggiungo.
-So che sei stata una grande mecenate e la Svezia, sotto il tuo regno, è diventata la più grande potenza europea, al pari dell'Inghilterra sotto la regina Elisabetta. Ma ciò è andato inevitabilmente a cozzare con la supervisione di Oxenstierna.- le rammento.
Scoppia a ridere e si porta una mano alla fronte, scuotendo la testa.
-Sì, è vero. Il devoto Axel si preoccupava delle casse dello stato, io mi preoccupavo delle casse intellettuali. E questo mi ha inevitabilmente indotto ad abdicare, alla veneranda età di ventotto anni. Sai,- aggiunge avvicinandosi e facendo l'occhiolino, -ho sempre odiato le convenzioni.-
-Lungi da me simile dubbio.- ribatto ed il pensiero mi vola in un'epoca remota, dove una giovane ed irrequieta regina scorrazzava insieme ai gentiluomini della sua corte, in abiti maschili, cacciando come una indemoniata in mezzo alle lande ghiacciate della Svezia.
Una cosa è certa: questa donna tutto era tranne che una donna. Per lei gli uomini erano il mezzo per imparare qualcosa e come tali li considerava. L'idea di sposarsi non le aveva mai sfiorato la mente ed il pensiero di avvizzire su un trono gelido come quello svedese le faceva accapponare la pelle. La sua salute gracile e le continui bronchiti non si adattavano al rigido clima nordico e lei smaniava e scalpitava per liberarsi da quel compito al quale era stata chiamata dalla tenera età di sei anni. Il solo pensiero di dover dare un erede alla corona la faceva stare male. Ed a sue spese dovette capirlo anche suo cugino Carlo Gustavo, il quale vanamente le aveva ripetuto di sposarlo, ricevendo in cambio sempre secchi rifiuti. All'ennesimo tentativo, Cristina altro non fece che abdicare in suo favore, senza prestare orecchio al suo cancelliere, e voltargli le spalle per partire alla volta dell'assolata Roma.
-Il giorno dell'abdicazione, nessuno ha avuto il coraggio di toglierti la corona dalla testa.-
-No, infatti. Ho dovuto dare un ordine, il mio ultimo ordine come sovrana. Ma quale soddisfazione!- aggiunge esultante. -Lo stolto di mio cugino era talmente innamorato che mi ha rincorsa per propormi nuovamente di sposarlo e dividere il torno con lui. Povero idiota.- commenta scuotendo il capo.
Rimango di ghiaccio, pensando che si sta rivolgendo niente di meno che a Carlo X!
-Di Roma mi attraeva tutto, a partire dalle sue opere.- mormora con tono nostalgico, dimentica della fredda Svezia.
Scorgo i suoi occhi prendere vita all'improvviso, come se stesse parlando di un amante e continua con voce vibrante:
-L'Urbe era, per me, un ricettacolo di bellezza e di cultura come nessun altro luogo al mondo ed il solo poter mirare le opere di Raffaello e Michelangelo mi riempiva il cuore e fortificava l'anima.-
-Sì, posso capirlo.- convengo trattenendo l'emozione.
-Le basiliche per me erano solo meravigliosi musei, altro che luoghi di culto!-
Sgrano gli occhi e rabbrividisco: se solo l'avesse urlato ai quattro venti, l'avrebbero processata e condannata per eresia. E la cosa strana, è che condivido la sua visione. Ma questa donna, toccata dall'arte, dalla bellezza della natura e dai classici greci e latini, sapeva essere crudele e spietata come un uomo. Così come avvenne per una rivolta in Svezia, prima della sua abdicazione: la soffocò con un massacro, non risparmiando né provando pietà per nessuno. Come non risparmiò uno dei gentiluomini della sua corte allorché le giunse all'orecchio che potesse essere un sicofante.
-A Roma hai gettato le basi per un'accademia che, in avvenire, sarebbe diventata la famosa Arcadia.-
-Già. Ho sempre amato circondarmi di uomini eccelsi. Sai, andavo a veder lavorare il Bernini e tutte le volte mi dispiaceva di non poterlo avere al mio servizio: le sue mani erano un dono di Dio. Così come le belle donne romane.- aggiunge ammiccante.
Rimango immobile e provo a fare un sorriso, mentre la vedo avvicinarsi con passo misurato e quando è a pochi centimetri da me mi posa una mano sugli occhi ed in quell'istante mi appare Roma in età barocca, così diversa dalla Roma imperiale e medievale. Sembra un ribollire di attività frenetiche, dedite a ridare lustro e belletto ad una città che, per secoli, è stata la capitale del mondo prima e della cristianità dopo. Vedo scalpellini intorno alle fontane ed alle scalinate, sommersi di polvere di marmo, felici di arricchire l'Urbe con ridondanti tocchi che sfiorano la tracotanza ed il popolino che neppure li vede, avvezzo a scene simili.
-Allora?- mi chiede ritraendo la mano. -Non era magnifica?-
Sbatto le palpebre e rispondo:
-Sì, come sempre. Anche in momenti di declino la nostra amata Roma ha sempre brillato come un faro. Ma tu, nonostante l'abdicazione, hai brigato per divenire regina di Napoli e dei Polacchi.-
Reprime un gesto di stizza e fa un gesto vago, come a sottolineare che non voleva neppure sentirne parlare.
-Dovevo pur fare qualcosa, no? Regina sono nata e regina mi sono sempre sentita. Sono solo nata nel posto sbagliato. Per questo sono voluta venire qui a morire. Non si potrebbe scegliere città migliore per lasciare un segno nella Storia.-
-Ho veduto il tuo catafalco in S. Pietro.-
La vedo fare una smorfia e commenta acida, con tono quasi isterico:
-Il mio testamento parlava chiaro: volevo essere sepolta nel Pantheon, accanto al mio amato Raffaello.-
Sorrido condiscendente ed inarcando le sopracciglia le faccio notare:
-Vedila così: S. Pietro non è certo un luogo comune dove venire inumati.-
Sbuffa e porta le mani sui fianchi, mi fissa a lungo, borbotta qualcosa di inintelligibile in svedese, quindi inspira a fondo ed annuisce.
-E sia. Sono pur sempre una regina.- commenta con vana superbia.
-Di spessore notevole.-
La vedo chinare la testa in segno di accettazione ed un attimo dopo batte le mani e di fianco a lei si materializza un cocchio trainato da quattro magnifici cavalli bianchi, un lacché a cassetta e due dietro la carrozza. Rimango incantata dalla sontuosità della scena e vedo un cardinale, probabilmente il suo fedele amico Decio Azzolino, che le porge la mano per aiutarla a salire. Lei mi manda un bacio a distanza e subito dopo svanisce insieme al codazzo ed io rimango impietrita nel freddo umido di Roma, incredula dinanzi a ciò che ho visto e volgo lo sguardo al cupolone che svetta dinanzi a me in tutto il suo splendore.

giovedì 23 aprile 2009

Roma vista da me

LUCREZIA BORGIA
(Subiaco, 18 aprile 1480 - Ferrara, 24 giugno 1519)


Mi aggiro in silenzio nelle stanze dei Musei Vaticani, mirando incantata le opere d'arte in esse contenute, instancabile ed insaziabile dinanzi ai dipinti di Raffaello, insignificante sotto la volta della Sistina, stupefatta nel fissare le mummie egizie, fin quando entro nella Torre Borgia, fatta costruire da papa Alessandro VI e mi addentro nelle sale affrescate da Bernardino Betti, il Pinturicchio, soffermandomi sui volti dove il pittore ha ritratto i componenti della famiglia Borgia. I dipinti sono così belli che rapiscono lo sguardo e quasi mi pare impossibile che quelle figure così candidamente ritratte possano essere i crudeli personaggi che la Storia ci ha tramandato. O, almeno, una parte della Storia. Chiudo gli occhi ed un attimo dopo vedo la santa Caterina che, quasi per magia, si stacca dall'affresco e rimane sospesa a mezz'aria, fluttuando lieve, simile ad un sogno. Ci risiamo, penso sgranando gli occhi e fissando la figura davanti a me che, sorridendo affabile, esordisce:
-Lo vuoi proprio sapere?-
Rimango mio malgrado incantata e mi accorgo che la gente che affolla la sala non si rende conto di noi, non ci guarda neppure, come se fossimo due creature invisibili. Lei, Lucrezia adolescente, presa a modello dal Pinturicchio per interpretare la santa, mi sorride ed alza il braccio per mostrarmi i suoi familiari.
-Mio padre, Rodrigo Borgia, eletto papa con il nome di Alessandro VI, era un uomo buono, parco, gaudente, sostenuto dalla ferrea Fede che aveva nel Cristo, a dispetto di tutti coloro che lo hanno soprannominato l'Anticristo.-
-In effetti, si concedeva talmente tanta licenza che quando era ancora un giovane vescovo si è beccato un rimprovero dall'allora papa Pio II Piccolomini.-
Lei annuisce e ribatte candidamente:
-Era moralità del tempo. Non esisteva uomo di Fede che non fornicasse.-
-Alla stregua di tuo fratello?- domando insinuante.
La vedo scurirsi in volto per una frazione di secondo, quindi recuperare la regalità conseguita per ricoprire il ruolo primario di principessa del Vaticano.
-Mio fratello Cesare era un cardinale allegro, modesto, pieno di vita ed i contemporanei possono sottoscrivere.-
-Era il fratello maggiore, vero?-
-Maggiore se parli dei figli che mio padre ha avuto da Vannozza Cattanei: ne ha avuti altri in precedenza da altre donne. Ma sì, Cesare era il maggiore, poi venivamo Juan, io ed infine Jofre. Quattro, e mio padre ci ha amato tutti, in particolare Juan, destinato alla carriera militare.-
Vedo i suoi occhi brillare mentre parla della sua famiglia e comprendo che il loro sangue valenzano li ha legati indissolubilmente.
-So che ti sei sposata a tredici anni.- rammento, provando a toccare un visitatore per assicurarmi di essere vista, ma costui non mi sente neppure.
-Sì, con Giovanni Sforza, conte di Pesaro e nipote del Moro. Ma era un matrimonio destinato a naufragare per correre dietro ai venti politici.- commenta scuotendo la bellissima testa dai lunghi capelli biondi. -Puoi immaginare cosa significa essere costretta a sciogliere un matrimonio in quell'epoca? Mio padre e mio fratello erano talmente sicuri del fatto loro che non si sono mai curati dell'infamia che mi gettavano addosso.-
-Come un marchio a fuoco.-
-Proprio così. Quando Giovanni non è stato più utile, mio padre e Cesare si sono guardati intorno per cercarmi un altro degno marito che a loro potesse aprire le porte di altre proficue alleanze. A me non era concesso ribellarmi. Come non mi è stato concesso piangere la morte di mio fratello Juan.-
Sento la sua voce incrinarsi al penoso ricordo e posso solo immaginare il dolore da lei provato.
-Se non rammento male,- mormoro facendo un vago gesto con la mano, -fu ritrovato accoltellato nel Tevere, nello stesso periodo in cui eri costretta a divorziare.-
Lei china appena la bionda testa e sospira mestamente.
-Fu un momento terribile per me e per tutto il mondo cristiano. Il fatto poi di non aver mai saputo chi avesse osato uccidere il figlio prediletto del papa, lasciò tutti con l'amaro in bocca.-
-Si sussurrò che fosse stato Jofre, tuo fratello più piccolo, perché Juan era l'amante di sua moglie.-
-Sciocchezze.- taglia corto con decisione, alzando il mento come una regina. -Noi Borgia siamo stati a lungo infamati da parole che hanno scavalcato i secoli, proferite da persone che ci hanno sempre odiato. Era vero che Juan fosse l'amante di sua moglie, ma Jofre non ha mai ucciso nessuno. Si disse pure che fosse stato Cesare, ma neppure lui avrebbe mai alzato la mano su un congiunto.-
-E chi fu ad ucciderlo?- domando incuriosita. -La Storia non ha mai svelato l'arcano.-
-Fai la domanda alla persona sbagliata: io ero chiusa in convento in quel periodo, in attesa del divorzio e pronta ad impalmare il secondo marito, il duca di Bisceglie.-
-Per certo, qualcuno che conosceva bene le sue abitudini lo ha colpito e poi si è ritirato nel buio.- indago pensierosa.
-Sì, e quello che so per certo è che mio padre incolpò gli Orsini, senza, per altro, averne mai le prove.-
-La scomparsa di tuo fratello fu la causa dello spogliamento di Cesare.-
-Ovvio. La nostra famiglia aveva bisogno di un uomo d'arme più che di un uomo di Chiesa e Cesare scese in campo.-
-Una morte quanto mai provvidenziale per l'ambizione del Valentino.- faccio notare.
Lei mi fissa dall'alto in basso, con il distacco dell'essere superiore e ribatte:
-Cosa ne sai tu? La gente dice che uccise il fratello per diventare condottiero; io sostengo che fu costretto a divenire condottiero perché gli avevano ucciso il fratello.-
Con un cenno della testa le concedo il beneficio del dubbio ed insinuo:
-Si dice pure che tu abbia avvelenato i tuoi mariti.-
Si mette a ridere di cuore, portando una mano alla bocca ed io rimango incantata dinanzi alla sua bellezza ed ai suoi modi gentili, da sempre decantati dai poeti e dalle persone a lei vicine.
-Io non ho mai avvelenato nessuno. Amavo talmente tanto il mio secondo marito che quando Cesare me lo ha ucciso per potermi rendere vedova e donarmi agli Este, sono quasi impazzita dal dolore.-
-Vuoi dire che, nonostante il matrimonio politico, eri innamorata di Alfonso d'Aragona?-
Lei socchiude i bellissimi occhi a mandorla e sospira.
-Chi non l'avrebbe amato? Era giovane, bello e gentile ed ho pregato per avere una lunga vita insieme a lui. Ma,- aggiunge con tono struggente, -ho pregato la persona sbagliata.-
Vedo una piccola goccia di rugiada bagnare le sue ciglia e commento:
-Allora ricusi l'accusa di avvelenatrice.-
-Così come ricuso tante altre calunnie gettate sul nostro nome.-
-Ma la gente ci crede.- faccio notare inarcando le sopracciglia.
Lei abbozza un sorriso e volge il chiaro sguardo oltre la finestra, perdendosi in ricordi lontani. Io ne approfitto per provare a toccarla, per vedere se è reale o se è il frutto della mia fantasia e lei mi lascia fare, condiscendente ed intimamente divertita. Con timidezza le sfioro la manica a sbuffo e sento sotto i polpastrelli la vellutata morbidezza del broccato e le coste in rilievo ricamate con fili d'oro. L'emozione quasi mi stronca ed alzo lo sguardo per guardarla, bellissima e delicata, eterea ed evanescente.
-Mio padre fu troppo buono nel concedere che il popolo, e chi lo sobillava, sparlasse di lui e lo rendesse ridicolo; Cesare, al contrario, puniva persino i pensieri.-
Esito dinanzi alla sua espressione assorta, come rapita da un vago senso di voluttà e solo dopo un po' le rammento:
-Si dice che tuo fratello fosse un mostro.-
Lei mi fissa e d'istinto allunga la mano per scansare una ciocca di capelli che mi era caduta sugli occhi ed io arrossisco come una scolaretta.
-No, non lo era. Era determinato ed ispirato da un alto ideale: quello di unire un'Italia lacerata da guerre intestine; e per portare a termine i suoi progetti non si è fermato dinanzi a nulla. Basti dire che mi ha fatto sposare Alfonso d'Este, recalcitrante ed inviperito contro la mia persona perché credeva a tutte le malelingue che correvano sulla mia famiglia.-
-Ma poi ha finito con l'amarti.-
China appena la testa ed annuisce.
-Sì, si è ricreduto, come tutti, del resto. Ha pianto moltissimo la mia dipartita.-
Colgo quel commento per mormorare insinuante:
-Si dice che alla morte del Valentino, il tuo pianto straziante somigliasse a quello di una donna innamorata.-
Lei si gira a guardarmi, raddrizza le spalle ed i suoi occhi grigi brillano come diamanti.
-Cesare era l'uomo più seducente e bello del suo tempo. Nessuno poteva avvicinarlo senza cadere nel magnetismo del suo fascino. Persino i suoi condottieri, quando hanno provato a ribellarsi al suo straripante potere, gli sono caduti tra le mani appena li ha richiamati. Era impossibile resistergli. Tutti, prima o poi, si scornavano contro i suoi modi affabili, il suo timbro di voce dolce e sommesso, la sua forza fisica che amava mettere in mostra; prova a chiedere al suo fido Michelotto: si è lasciato torturare pur di non rivelare i suoi segreti. Cesare era una forza della natura e nessuno poteva o riusciva a resistergli.-
-Eppure ti ha ammazzato il marito.- le ricordo.
Lei esita, si tocca la fronte con la mano e sospira, come riportata indietro di secoli, ad un periodo buio della sua vita, il periodo indimenticabile di Roma.
-Per un po' l'ho odiato, è vero.- ammette riluttante. -Ma era impossibile odiare a lungo il Valentino: era il mio fratello preferito.- aggiunge con insinuante dolcezza e con sguardo che non ha bisogno di altre parole.
Questa volta chino io la testa, accettando la sua mezza risposta e m'informo:
-Come ti sei trovata lontana da Roma?-
Sospira malinconica e chiude un attimo i suoi magnifici occhi, quindi risponde:
-Roma… Roma era tutto per me: era il bene ed era il male, era la felicità ed era il dolore, era la gioventù ed era l'irresponsabilità. Io ho amato oltremodo Roma e quando l'ho lasciata, costretta a trasferirmi a Ferrara, ho pianto a lungo. Tu hai mai lasciato l'Urbe?- indaga fissandomi dritto negli occhi.
-Solo il tempo strettamente necessario per andare in vacanza.- ammetto sorridendo.
-Io l'ho lasciata per sempre e quel vuoto non si è mai colmato.-
-Ma a Ferrara,- ribatto, -alla fine ti sei trovata bene; tuo marito, da prima riluttante, alla fine ti ha amato teneramente ed ha pianto la tua morte, così come i ferraresi. Sei rimasta nei loro cuori.-
-Sì, è vero, ma ho dovuto faticare non poco per sopire i malanimi. Ero vista come una strega, come una donna dissoluta e dai facili costumi. Nulla di tutto ciò, anche se a tutt'oggi lo si crede. Pensa un po',- aggiunge con aria birichina, -quando sono morta, di parto, hanno finalmente scoperto che portavo il cilicio. No,- conclude con un sorriso dolce, -non sono mai stata il mostro che mi si dipinge, tanto meno lo è stato Cesare. La nostra unica colpa, semmai, è stata quella di essere una famiglia di umili origini che vanta due papi e che ha travolto nomi altisonanti come gli Orsini, i Colonna, i Savelli, gli Aragona, gli Sforza, i Malatesta, i Baglioni e tanti altri. Di nemici ne abbiamo avuti molti, a partire dal re di Francia ai reali Cattolici di Spagna, ma abbiamo avuto anche tanti ammiratori, quali il Machiavelli, Leonardo da Vinci, il Bramante, il Bembo, il Sangallo, i Medici e, soprattutto, il popolo.-
-Non è poco.-
-No, non è poco.-
Ci guardiamo per un lungo attimo, con la connivenza di due donne che si conoscono da una intera esistenza e la vedo sorridere un attimo prima di sfiorarmi la fronte con un bacio materno. Rimango esterrefatta, rapita dal suo fascino malinconico ed un nodo mi chiude la gola quando riprende il suo posto nel dipinto, immobile dinanzi alla figura di suo fratello Cesare.

domenica 29 marzo 2009

Roma vista da me

BENVENUTO CELLINI
(Firenze, 3 novembre 1500 - Firenze, 13 febbraio 1571)


Credo non ci sia nulla di più piacevole che andarsene in vacanza dopo un intero anno lavorativo, dimenticando le arrabbiature, le delusioni, le battaglie verbali con l'eccentrico, con il perfettino, con l'ignorante, con il saccente e con il prototipo del cafone romano. Sì, perché noi romani, quando ci mettiamo, sappiamo essere ignoranti e sgradevoli come pochi altri al mondo. Inutile illuderci. Allora, dopo un intero anno a combattere con gente simile, la vacanza sembra una vera manna dal cielo, un modo per ritemprarsi e fare rifornimento di buonumore per poter sopravvivere ad un altro anno di duro lavoro.
E' meraviglioso starsene su una barchetta a remi a crogiolarsi sotto il sole, sopra un lago piatto ed invitante, la mente vuota ed il cinguettio melodioso degli uccellini che corrobora lo spirito abbrutito dal caos cittadino. E poi, se decidi di fare un bagno rinfrescante, hai la possibilità di godere della fauna marina che pullula, vive e prolifica sotto la barchetta. E non solo la fauna: anche un uomo ormai in là negli anni, che se ne sta lì, sul fondale, accovacciato su uno scoglio sommerso, le braccia incrociate e l'aria bellicosa.
-Era ora.- esordisce acido. -E' da un bel po' che ti aspetto e tutta questa umidità non fa certo bene alle mie povere giunture.-
Sgrano gli occhi incredula e porto la mano alla maschera ed al boccaglio che indosso, prima di dire:
-Benvenuto Cellini?- e mi domando come diavolo faccio a comunicare con lui sotto la superficie del lago.
-Io, sì, in persona.- ribatte con tono burbero e cipiglio fiero.
-Ma… cosa ci fai qui?- domando sorpresa ed in quell'istante mi accorgo che è il mio pensiero a parlare, non io.
Lo sento borbottare qualcosa di inintelligibile, circondato da un branco di bellissimi pesciolini gialli e rossi, prima di bofonchiare:
-Aspettavo te. Chi altri?-
-Be', tutto ciò è alquanto lusinghiero e sono onorata di trovarmi al tuo cospetto…-
-Dacci un taglio, figliola e vieni al sodo: cosa vuoi sapere?-
Santo cielo! Ma allora è proprio vero che Cellini era scontroso, irascibile, attaccabrighe e violento, al pari del suo genio. Sì, perché nel Rinascimento italiano un solo nome si ergeva al di sopra di tutti gli altri in fatto di arte orafa: Benvenuto Cellini. E non solo orafo alla corte papale e coniatore della zecca, ma anche scultore, visto e considerato che ci ha lasciato in eredità un Perseo di mirabile bellezza.
-So che sei nato a Firenze, la città dei Medici, da un suonatore di flauto.- inizio, ignorando volutamente la sua maleducazione.
Fa una smorfia e con la mano scansa i pesci in malo modo, prima di controbattere:
-Discendo da un capitano di Giulio Cesare.-
Sorvolo su quell'affermazione inventata di sana pianta e continuo:
-Sei stato amico di Michelangelo, che tu hai sempre considerato un idolo ed un modello da seguire.-
Gonfia il petto come un attempato pavone e subito dopo dal naso gli escono migliaia di bollicine d'aria che provocano la mia ilarità.
-Quale amicizia, eh? Puoi vantare lo stesso?-
-No, purtroppo no.- rispondo alzando le spalle.
-A quel tempo, nella Signoria, si incontravano persone fuori del comune.-
-Non stento a crederlo. Ma tu a Firenze non ci sei rimasto a lungo.- faccio presente.
-Vero. Mi sono spostato a Roma non ancora ventenne, presso papa Leone X Medici, il quale mi ha preso a servizio come incisore della zecca e suonatore di flauto. Ma questo secondo mestiere lo facevo solo a ricordo di mio padre.- ammette con una certa riluttanza.
-Un bel lavoro.-
-Sì.- conviene con superficialità, osservandosi le punte delle dita. -Ero un genio: tutto ciò che toccavo trasformavo in oro. Un dono che nessun altro, nel corso dei secoli, è riuscito ad avere.-
-La modestia non è il tuo forte, vero?- replico con evidente sarcasmo.
Vedo le sue narici dilatarsi dall'ira e con stizza ribadisce:
-Checché tu ne dica, il mio era un dono che tu, sicuramente, non hai e mai avrai.-
-Un dono, sì, ma lo usavi male.- gli rammento, per nulla intimorita dalla sua arroganza. -Non facevi che giocare d'azzardo ed andare a donne, ignorando tua moglie, ed ogni volta avevi problemi con la giustizia.-
Lo vedo sbuffare con irritazione e portare una mano al fianco, in posa prosaica, l'aria meditabonda ed infine china appena la testa ed ammette:
-Era l'unico inconveniente che mi costringeva a cambiare repentinamente città. Ma a Roma sono sempre tornato. Il fascino dell'Urbe è irresistibile.- ammette annuendo.
-Ed a Roma stavi, durante il sacco del 1527.-
Lo vedo sogghignare strafottente e mi sistemo meglio la maschera sul naso per osservarlo più nitidamente. Quest'uomo, un genio nel far uscire dalla sua fucina monete, monili, medaglie, intarsi e via dicendo, era, tutto sommato, un mezzo delinquente, un furbacchione, un ladruncolo che si spacciava per erudito e che riusciva a farsi perdonare ogni marachella, ogni omicidio, ogni rissa grazie al tocco magico delle sue mani. Un novello re Mida.
-Sì, ero a Roma quando giunsero i lanzichenecchi di Georg von Frundsberg. Mi sono offerto di divenire artigliere del papa, Clemente VII Medici, ed è stato un mio proiettile, sai, ad uccidere il Conestabile di Borbone ed a ferire il principe Filiberto d'Orange.-
-Tu?- esclamo inarcando le sopracciglia.
-Io, sì!- ringhia furente, convinto che non gli credessi.
-Ottimo.- rispondo malleabile, per calmarlo. -Potevi ammazzarne altri, visto che c'eri.-
-L'ho fatto. Ho anche provato ad accoppare quel vecchio volpone del Frundsberg, ma non ci sono riuscito. Vedere Roma devastata da quell'orda barbarica… Ah, quale atroce spettacolo!- esclama con un gesto della mano.
-Comunque, papa Clemente ti nominò mazziere in seguito al tuo servigio e sei rimasto a Roma fino…-
-Fino a quando,- conclude per me, -il papa si è accorto che facevo la cresta sull'oro destinato alla zecca e sostituivo i metalli buoni con quelli vili e falsificavo le monete e via dicendo.-
Sgrano gli occhi dinanzi alla sua ammissione e chiedo:
-E' vero?-
-Certo.- risponde fiero. -Per questo, dopo che il papa mi aveva condannato a morte, ingiustamente secondo me, sono fuggito a Napoli, presso una delle mie amanti. Ma poi, al cambio di papa, sono rientrato nell'Urbe, per poi fuggire di nuovo a gambe levate, riparando in Francia presso re Francesco.-
-Il munifico Francesco I?- ripeto incredula.
-Lui, proprio lui, quel gigante in persona.- borbotta, in qualche modo contrariato dal ricordo.
-Era davvero così alto?- m'informo curiosa.
-Altissimo. Suppongo arrivasse a due metri; non ho mai più visto un uomo simile in vita mia.- risponde pensieroso, grattandosi il mento barbuto.
-E poi?- domando, conquistata dalla sua vita avventurosa ed irriverente.
-E poi… I francesi, quei bastardi di prima categoria, non mi hanno trattato affatto bene ed io ho rifatto fagotto e sono tornato a Roma.-
-Roma… Sempre Roma.-
-Eh, che vuoi…- sospira malinconico. -La città eterna era la mia gallina dalle uova d'oro. Il guaio è che la stessa gallina si è arrabbiata e mi ha rinchiuso in Castel S. Angelo per una… sciocchezza commessa durante il sacco del '27.-
-Una sciocchezza?- ripeto chinando appena la testa per sbirciarlo di sottecchi, maledicendo l'acqua che non mi fa vedere le giuste proporzioni.
-Mi accusarono di aver rubato nelle casse. Tst! Che taccagni!-
-Ci risiamo.-
-Erano trascorsi tanti anni, undici per l'esattezza ed io non ci pensavo più. Ovvio, non trovi? Ma, a quanto pare, qualcun altro ci aveva pensato al posto mio, rimuginando ed aspettando il momento favorevole.- commenta acido. -Quel Pier Luigi Farnese ce l'ha sempre avuta con me, bastardo pusillanime!-
-Suppongo avrà avuto i suoi validi motivi.- borbotto.
Mi fissa a lungo, con sguardo truce ed istintivamente deglutisco, ammonendomi di non commettere altri errori.
-E poi dicono a me che sono scontroso!- sibila.
Provo, per quanto l'acqua me lo concede, a fare un gesto di scusa per non irritarlo maggiormente e continuo con noncuranza:
-Allora? Ti hanno rinchiuso.-
-Sì. E lì ho bestemmiato, ho urlato, ho pregato ed alla fine ho tentato la fuga. Volevo emulare il gesto di Cesare Borgia quando è riuscito a fuggire dalla rocca della Mota: a lui andò bene, a me no. Mi calai con le lenzuola annodate, ma caddi e mi ruppi una gamba.- ricorda scuotendo la testa canuta.
-Ed è stato allora che, dopo aver scontato il fio, sei tornato in Francia.-
-Sì, e stavolta accolto con tutti gli onori. Ma il mio caratteraccio mi ha ributtato in mezzo ai problemi e sono stato costretto a far di nuovo fagotto e tornare di gran carriera a Firenze. E' stato allora, presso il duca Cosimo de' Medici, che ho creato il Perseo. Oh, ma a Roma ci sono tornato un'ultima volta, ammaliato dalla sua eterna bellezza.-
-Ma poi sei ritornato definitivamente a Firenze, quando, in un impeto di espiazione, hai preso gli ordini e ricevuto la tonsura.-
China la testa ed annuisce mestamente.
-Ho trascorso la vita intera nella sregolatezza, nella violenza, nell'imbrogliare il prossimo e nel maltrattare le mie mogli e le mie amanti. Avevo cinquantotto anni quando ho preso i voti e mi sono messo a scrivere la mia vita. Non mi sono pentito della scelta fatta. Alla fine, dopo tanto vagare alla ricerca di me stesso, ho trovato la pace ed il conforto nella Fede.-
-Sei stato un rivoluzionario ante litteram.- commento.
Alza le spalle, come se la cosa non lo interessasse minimamente ed un pesce gli passa davanti agli occhi perspicaci ed attenti.
-Addio, figliola. Auguro anche a te di riuscire a trovare te stessa. E se, per caso, in questo tuo girovagare tra le anime del passato, incontrassi il Frundsberg, porgigli i miei più calorosi saluti.-
Rimango letteralmente spiazzata e lo fisso attonita, comprendendo che il vecchio detto ha un fondo di verità: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ed è con perplessità che mi allontano nuotando, chiedendomi se, tutto sommato, il genio immorale quanto inimitabile che risponde al nome di Cellini, non abbia ragione.

martedì 3 febbraio 2009

Roma vista da me

COLA DI RIENZO
(Roma, 1313/14 - Roma, 8 ottobre 1354)


Cosa c'è di più incredibile, buffo, irriverente nella vita di un uomo che andare una sera a dormire e ritrovarsi in una spelonca scura, umida, salmastra, concretamente fuori del mondo e, all'improvviso, volgendo lo sguardo intorno, intravedere un fuoco fatuo che, inesplicabilmente, ti richiama alla stessa maniera di come un orso è attratto dal miele? Nulla, a parte la curiosità, la legittima curiosità. Non saremmo uomini altrimenti, non credete? Ed io mi ritrovo invischiata in qualcosa di meraviglioso, unico, singolare: un incontro quanto mai irreale con il passato che cambierà totalmente la mia esistenza.
Lo vedo, stagliarsi nitido contro la roccia ricoperta di humus, che mi fissa con i suoi occhi perspicaci, che perforano l'animo, le braccia conserte, il peso del corpo sostenuto da una sola gamba, a testimonianza che era da un po' che stava lì nell'attesa di incontrarmi.
Inghiottisco di colpo l'urlo che mi nasce spontaneo e, tremando appena, chino alquanto la testa come a sincerarmi di ciò che sto osservando: sono viva o sono trapassata nella parte dei più? E' lui, non possono esserci errori: Nicola di Rienzo Cabrini, più comunemente chiamato Cola di Rienzo, conosciuto dai giovani romani più per la via a lui intitolata che per ciò che ha fatto.
Mio Dio! penso allibita. Ma… Se è veramente lui, lui… Dio mio, qui stiamo parlando del periodo storico che si snoda tra la prima metà del XIV secolo e la sua fine, quando la sede papale si trovava ad Avignone, in pieno marasma della Guerra dei Cento Anni, quando Roma era solo uno sbiadito ricordo dell'epoca d'oro, quando Dante componeva i suoi immortali versi, quando Petrarca imperava…
-Sei proprio tu?- domando titubante, sbattendo più volte gli occhi per essere certa di vedere bene.
Indispettito gonfia il petto, tronfio come un pavone, scioglie le braccia e posa le mani sui fianchi e borbotta:
-Chi diavolo pensi possa essere?-
-Un fantasma?- azzardo provando ad avvicinarmi.
-Un fantasma! Tst! Che tu lo voglia credere o no, sono proprio io, in carne ed ossa. Forse,- ammette ammiccando, -un po' più in ossa che carne, dati i trascorsi secoli. Ma non mi lamento. Prova.- mi invita allungando un braccio.
Esitante mi accosto a lui e poggio la mano sull'avambraccio, ritraendola subito dopo, come se mi fossi scottata: era vivo! Cola di Rienzo era vivo e vegeto dinanzi a me! In quale malia ero finita? L'istinto mi porta a toccarmi il volto, per sincerarmi di essere anch'io viva e quel semplice gesto lo fa sogghignare.
Alza l'indice a mo' di maestro ed esordisce:
-Io sono romano, trasteverino, tu non so se puoi vantarti altrettanto. Sono nato non so bene se nel '13 o nel '14, all'epoca non esisteva l'anagrafe, da genitori contadini e contadino sono stato anch'io per i miei primi vent'anni, ma, ascoltami bene ragazza di oggi, con le idee già chiare in testa: studiare i classici. Capisci cosa intendo?-
Annuisco quasi impercettibilmente, ancora attonita e lui inspira a fondo, prima di dire:
-L'ho fatto, figliola. Ho studiato i classici e sono diventato notaio in Roma.-
Percepisco l'orgoglio nelle sue parole e ne ha ben donde. Io, dal canto mio, all'improvviso mi sento piccina dinanzi ad un uomo di tale stampo e sussulto appena quando lo vedo farmi un gesto con la mano. Mi avvicino e lui mi mostra la parete alle sue spalle, umida e scura. Sto per aprire bocca, quando, all'improvviso, la roccia muta aspetto e vedo Roma, ossia, percepisco che è Roma perché riconosco i Fori Imperiali, ma non è la mia Roma. Non c'è neppure il cupolone. Sembra un paese in abbandono, dove per le strade girano postulanti, pellegrini e ladri e dove solo il ricco signore ed il principe della Chiesa si possono permettere il cavallo.
-Lo vedi anche tu lo squallore in cui era precipitata l'Urbe?- domanda con aria assorta. -Io ho dato letteralmente la vita per cercare di ridonare alla nostra capitale la magnificenza che le era dovuta. Non era un'impresa facile, ne convengo.- commenta con il volto corrucciato. -Io ho amato moltissimo la mia città e vederla ridotta così, com'era nel 1300, rispetto alla maestosità dell'epoca d'oro dei Cesari, mi dava un colpo al cuore. Pure il papa era fuggito.-
-Per questo motivo sei partito per Avignone?- domando studiando il suo volto largo, dal naso aquilino, i suoi occhi vigili ed attenti e le sue labbra serrate.
-Sì, per intercedere presso papa Clemente VI de Beaufort, per porre fine a tutte le lotte intestine tra le varie fazioni nobiliari che dilaniavano l'Urbe. Ma tu,- aggiunge con aria inquisitoria, -hai una vaga idea di come si viveva all'epoca?- domanda indicando la città apparsa alle sue spalle.
-Be'… Vaga, sicuramente vaga.- ammetto.
Con uno scatto nervoso si passa una mano tra i capelli corti e borbotta:
-Voi giovani d'oggi cosa ne potete sapere? Oggi girate con le macchine, con i motorini, infestando la città con il vostro smog. Avete la televisione, i videogiochi, i cellulari… Cosa ne potete sapere?-
-In effetti, siamo più fortunati.- convengo con un sorriso di scusa.
Lui mi fissa con brutto cipiglio e ribatte aspro:
-Fortunati? Tu non hai capito nulla: siamo stati noi i veri fortunati! Noi non ci spaventavamo a metterci in marcia a piedi, pronti ad intraprendere un viaggio lungo e massacrante per giungere all'altro capo del mondo conosciuto; non temevamo di perdere un gioco perché andava via la corrente; non ci scannavamo per una partita di calcio andata male. Qui,- conclude ammiccante, con aria di superiorità, -se c'è qualcuno fortunato, sono io, non tu.-
Rimango un attimo in silenzio, poco convinta del suo modo di interpretare la fortuna e chiedo:
-Il linciaggio lo vedi come una morte fortunata?-
Lo scorgo sgranare gli occhi ed illividire, camuffare il ricordo doloroso con un gesto vago della mano e ringhiare:
-Aho! Noi romani siamo fatti così. Che ci vuoi fare?-
-Ma tu, all'inizio, desideravi solo il loro bene.-
-Si capisce! E dopo che il papa mi aveva investito dei pieni poteri, ho governato con giustizia, proclamandomi Vicario pontificio e liberatore della sacra repubblica romana.-
-Il che significa?- domando con un pizzico di impertinenza.
Indispettito, torna ad incrociare le braccia al petto e risponde piccato:
-Ho cercato di riportare Roma al suo giusto ruolo: capitale dell'intero mondo cristiano.-
Gli brillano gli occhi e gonfia il petto ed io posso solo immaginare l'orgoglio che gli fluisce nel sangue.
-Ma i baroni romani non la pensavano come te.-
Mi guarda e scuote la testa sconsolato.
-Non solo loro, ma pure il pontefice, che prima mi ha teso la mano e poi l'ha ritirata. Pensa un po': mi ha fatto processare. Io! Che ho fatto tanto per la mia amata città, per elevarla a titolo di capitale del mondo e renderle il giusto posto!-
-Forse hai esagerato un tantino?- insinuo inarcando le sopracciglia. -Sei stato costretto a fuggire per evitare il linciaggio.-
Lui sorride e si mette in testa la corona di alloro, come i vecchi Cesari.
-Per Roma ho sopportato la reclusione prima presso l'imperatore, poi ad Avignone. Ho persino fatto amicizia con i topi che dividevano la mia misera sorte. Un'intera famiglia di ratti, con baffi alquanto lunghi e denti aguzzi.-
-Compagnia piacevole.-
-Più che altro silenziosa.-
-Ma poi sei tornato a Roma.-
-Eh…- sospira. -All'elezione di Innocenzo VI Aubert, mi sono visto cavare di prigione per accompagnare il battagliero cardinale Albornoz in Italia, per spianare il ritorno della sede pontificia a Roma. Chi meglio di me poteva influire sui romani?-
Sbircio lo scorcio di città alle sue spalle e, a dispetto di tutto, rimango incantata dinanzi a quel pezzetto di esistenza così remoto che mi si snocciola dinanzi agli occhi. Non è da tutti vedere la vita quotidiana che si faceva nel XIV secolo e mi ritengo eletta.
-Tu, però, i romani li hai vessati con tasse altissime, con gabelle sul sale che il popolino era impossibilitato a pagare.- gli faccio notare.
Lui alza le spalle e risponde:
-Roma era un letamaio. La gente viveva di elemosina e solo pochi potentati potevano permettersi certi lussi. Se dovevamo riportare il papa a Roma occorreva rinnovare la città.-
-Tu i romani non li conosci poi tanto bene.- commento trattenendo un sorriso divertito.
Abbassa gli occhi e sospira mestamente.
-Quale riconoscenza, vero? Essere linciato e dato alle fiamme dal popolo che volevo innalzare agli onori della Storia.-
-Siamo romani.-
-E che vuoi farci? Correva l'anno 1354 ed io ero ancora piuttosto giovane. Ma così va il mondo.-
-Più che il mondo, sono stati i baroni romani a sobillare il popolo, scontenti del tuo rientro.-
-Certo, loro erano il vero argano ed il popolino, bastardo come una meretrice, pronto a coalizzarsi con chi alza di più la voce e loro l'hanno alzata abbastanza.- ammette con un sorriso.
-Ma tu hai comunque perso la testa. Il potere ti ha dato al cervello e, permettimi di dirlo, non ti sei regolato. Lo stesso popolo, che all'inizio ti ha aperto le braccia, fomentato dai tuoi discorsi, dalle tue arringhe, dalla tua retorica, alla fine si è reso conto che eri uscito fuori dei binari e ben volentieri ha prestato orecchio ai baroni. Sai, con le belle parole ma con la pancia vuota…-
I suoi occhi brillano di una luce vivida ed alza il mento, fissandomi dall'alto in basso.
-Per lo meno, io ero spinto da un alto ideale. I baroni erano spinti solo dal loro tornaconto.-
-A vederti ora,- commento restringendo gli occhi come a pesarlo, -non sembrerebbe che tu fossi divenuto piuttosto pingue.-
-Be', sì.- ammette chinando appena la testa, come colto in flagrante. -In effetti,- mi sussurra nell'orecchio, come se avesse avuto timore che qualcuno lo udisse, -la cucina non mi faceva difetto. Soprattutto la buona cucina romana.-
Sorrido divertita e torno a guardare la Roma del 1300 che lentamente svanisce, per lasciar riaffiorare la nuda roccia. Vedo Cola che mi sorride a sua volta, quasi felice di avermi fatto partecipe della sua vita e mi fa un cenno di saluto con la mano, e, prima che svanisca anche lui, mi precipito a chiedere:
-Saresti pronto a rifarlo?-
-Chiaro! E' Roma, la mia città, la capitale del mondo!-