lunedì 8 giugno 2009

Cristalli - 3° puntata

-Hilda, io vado da Sandy. Devi uscire?-
Dalla propria camera, alzando la voce per farsi udire, lei rispose:
-Ho un appuntamento con LA per studiare.-
Alan fece una smorfia di disprezzo e bofonchiò:
-Tornerò per cena. Vedi di farti trovare a casa per quell'ora.-
Appena sentì chiudere la porta, Hilda si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo ed aggiustò una piega invisibile sulla gonna. Quindi si diresse in bagno per prepararsi ed iniziò a spazzolare i lunghi capelli corvini.
Sorrise pensando alla sua amica. Alan la disprezzava e questo LA lo sapeva, nonostante per un certo periodo di tempo fossero stati insieme. Ma non se ne curava affatto. Hilda la conosceva già da cinque anni, praticamente da quando si era trasferita lì con Alan e poteva giurare tranquillamente di non averla mai vista pensierosa o con un problema da risolvere: era sempre allegra e spensierata; niente riusciva a sminuire la voglia di vivere che l'alimentava.
Una puttana dal viso d'angelo, dicevano di lei. Poteva avere tutte le virtù di questo mondo ma le piaceva troppo divertirsi e per questo era stata marchiata.
Già, pensò tristemente, fa presto la gente a giudicare... Possono dire tutto il male che vogliono su di te, ma per me sei semplicemente magnifica. Sei la mia unica vera amica e non ti cambierei con una santa. Solo tu hai saputo aiutarmi e comprendermi senza che io ti chiedessi o dicessi niente.
Si voltò verso la finestra con un'espressione intensa sul volto pallido, le sopracciglia aggrottate ed i capelli che le ricadevano voluminosi ed ondulati sulle spalle. LA, pensò, non è minore la bellezza anche se cade ad un soffio di vento...
All'improvviso il ricordo di quella domenica mattina le fece venire le lacrime agli occhi e si morse le labbra per non cedere alla debolezza. Il passato le tornava troppo spesso in mente, crudele ed ossessionante, malgrado facesse sforzi enormi per dimenticare.
Scosse violentemente la testa e decise di fare due passi prima di andare da LA e, afferrato l'impermeabile, uscì senza pensarci oltre.
Da poco aveva smesso di piovere, anche se la città era ancora avvolta da un cupo grigiore ed un leggero vento la fece rabbrividire all'improvviso. La sua mente era un continuo via vai di ricordi che si susseguivano con velocità dirompente e che la perseguitavano ormai da cinque anni, tenendola segregata nella prigione di se stessa.
L'uomo è come un fiore portato dal vento, si ripeté per la centesima volta. E' il Karma.
Lasciò spaziare la mente in un luogo da fiaba, dove si rintanava quando voleva fuggire alla realtà, e quel luogo così cristallino, incontaminato, dove solo a lei era consentito l'accesso, rifletteva una luce abbagliante, fatta di miriadi di cristalli iridescenti. Cristalli che rilucevano sopra una cascata di capelli biondi che svolazzavano liberi e che sembravano trasparenti, tanto erano chiari... I capelli di Siegfried, così biondi da meritarsi il soprannome di Dagr, il mitico dio del giorno. E lui le sorrideva, col suo volto da bambino, circondato da un velo di nebbia. Otto anni...
Involontariamente rabbrividì, mentre alcune gocce di pioggia ricominciavano a cadere. Scrutò il cielo plumbeo e decise di rientrare. Era anche ora di andare da LA.
Ritornò sui propri passi e mise il cappuccio dell'impermeabile in testa. Tra meno di un mese doveva dare un esame ed era meglio non pensare ad altro. Se si fosse dedicata allo studio, sarebbe riuscita e superare la prova eccellentemente; la media dei suoi voti era buona e non avrebbe permesso ai ricordi di rovinargliela. Ed anche volendo, non si sarebbe potuta permettere il lusso di prendersela comoda.
Quando sua zia aveva telefonato, li aveva avvertiti che quello che i loro genitori avevano lasciato in banca si stava consumando e se Alan non si fosse sbrigato a laurearsi ed a trovare lavoro, si sarebbero ritrovati senza fondi e lei avrebbe dovuto abbandonare gli studi. In parole povere, si sarebbero ritrovati sul lastrico e sua zia aveva lasciato chiaramente intendere che lei non avrebbe potuto far niente. Meglio ancora: nei tre anni che li aveva mantenuti aveva fatto anche troppo.
Ma che bella prospettiva! pensò con sarcasmo.
Con stizza accelerò il passo, mentre la pioggia cadeva con maggior insistenza. Fu in quel momento che qualcosa attrasse la sua attenzione. A prima vista sembrava un fagottino grigio e peloso, abbandonato per la strada e se non fosse stato perché tremava convulsamente, non l'avrebbe neppure notato. Incuriosita si avvicinò accucciandosi ed allungò una mano, quando un guaito la fece sobbalzare. Fissò il fagotto e subito dopo sorrise, prendendolo in braccio: era solo un cucciolo di cane inzuppato come un pulcino che tremava per il freddo. Lo strinse a sé cercando di trasmettergli un po' del suo calore ed il cucciolo la guardò drizzando le orecchie.
-Ma chi ha avuto il coraggio di abbandonarti sotto questa pioggia?- mormorò accarezzandolo dolcemente.
Mossa da compassione, decise di portarlo a casa e si mise a correre, arrivando a destinazione con un violento batticuore. Senza curarsi di togliere l'impermeabile che gocciolava, si diresse in bagno, posò il cucciolo a terra ed aprì l'acqua per riempire la vasca.
-Mi auguro che tu non abbia paura di un bel bagnetto caldo.- disse osservando il batuffolo bianco che a mala pena si teneva sulle zampe.
Ridendo si sbarazzò dell'impermeabile, cercando un nome da dargli e quando l'acqua giunse al livello desiderato, prese il suo nuovo amico e gli fece un bel bagno caldo, insaponandolo e frizionandolo a dovere. Ci impiegò quasi un'ora a lavarlo ed asciugarlo, lottando per tenerlo fermo ma, alla fine, il risultato superò ogni aspettativa: del cucciolo inzuppato, infreddolito e maleodorante non c'era più traccia; al suo posto c'era una massa gonfia di peli lunghi e brillanti, che risplendeva sotto la luce del neon.
Hilda lo sollevò per osservarlo e, contenta, esclamò:
-Sei perfetto! Non immaginavo che una volta rimesso a nuovo saresti stato così carino. Vediamo... Ti chiamerò Hols. Sì, suona bene. Hols...-
Un lampo saettò negli occhi gialli del cucciolo, occhi obliqui e sottili, così diversi da quelli di ogni cane. Il suo pelo era folto, la coda grossa e voluminosa, il muso più allungato del normale e le orecchie dritte ed aguzze.
-Devo riconoscere che come cane sei abbastanza strano.- commentò rigirandolo da tutte le parti. -Ma mi piaci così come sei.-
Sorrise felice e l'abbracciò, stampandogli un bacio in mezzo al muso. Siamo entrambi soli, amico mio; ci faremo compagnia.
Lo lasciò libero di girare per casa, mentre si dirigeva in cucina per preparargli una ciotola con l'acqua ed un piatto con alcuni pezzi di carne avanzati a pranzo. Hols mangiò con avidità e lei lo guardò con affetto, ripromettendosi di comprargli un guinzaglio ed un collare.
Per la prima volta dopo tanti anni, Hilda riuscì a dimenticare il passato che l'ossessionava e fu contenta di essere ancora viva.
Ancora viva...
Erano trascorsi ben cinque anni, eppure, all'improvviso, le parve solo un sogno, una cosa irreale e si ritrovò a chiedersi se veramente fosse stata lei a compiere quel gesto.
Il suo sguardo si posò sui polsi: benché sottili, le due cicatrici c'erano e ci sarebbero rimaste per sempre.
Chiuse gli occhi rabbrividendo ed in quell'istante suonarono alla porta. Si riscosse dal passato ed andò ad aprire, con Hols che le scodinzolava attorno felice e con la pancia piena.
La sorridente faccia di LA fece capolino ed Hilda non ebbe la possibilità di aprir bocca ché subito la ragazza esclamò ridendo:
-Ehi! Lo sai che ti sto aspettando già da un'ora? Ti eri dimenticata che dovevi salire da me? Allora? Ehi! Non dirmi... Non dirmi che c'è un uomo in casa! Ho interrotto qualcosa?- domandò insinuante, squadrandola da capo a piedi. -Ma no, sei ancora vestita... Allora? Mi fai entrare?-
Quell'inatteso fiume di domande e constatazioni la lasciò un attimo interdetta, mentre la faceva entrare e richiudeva la porta alle proprie spalle. Quindi scoppiò a ridere e mormorò:
-Oh, no! Niente uomini. Ero uscita per fare due passi.-
-Oh, santo cielo!- sospirò LA. -Ed io che speravo di trovarti in dolce compagnia... Ho la vaga impressione che tu sia affetta da una grave, addirittura cronica fobia... Allora?-
Hilda sorrise, intuendo la muta domanda dell'altra e lasciò scivolare lo sguardo ai propri piedi. LA chinò la testa e vide Hols rannicchiato dietro le gambe dell'amica.
-Oh, cielo! Che amore!- esclamò chinandosi e prendendolo in braccio. -Dio, è dolcissimo! Dove diamine l'hai trovato?-
-A dir la verità l'ho trovato ora che sono uscita. Qualcuno deve averlo abbandonato e così ho deciso di portarlo a casa. Mi faceva tenerezza.-
-Pensi di tenerlo?-
-Sì. Gli ho già trovato un nome: Hols. Ti piace?-
Si diressero in cucina ed Hilda si diede da fare per preparare il caffè, mentre LA giocherellava con il cucciolo.
-Sì, mi piace. Direi che è perfetto.- rispose. -Alan l'ha visto?-
-Veramente no.- ammise Hilda in un sussurro, posando la caffettiera sul fuoco.
I grandi occhi nocciola di LA puntarono sull'amica, ma non disse niente: il silenzio parlò per lei. In quegli anni aveva imparato a conoscere i due fratelli e già immaginava la reazione che avrebbe avuto Alan. Brutta faccenda, pensò tristemente.
Sentì Hilda sospirare ed il suo sguardo si fece compassionevole.
-Bene!- esclamò con allegria, posando Hols a terra. -Dall'odore si direbbe che il caffè stia venendo buono. Penso io alle tazzine, tu prendi lo zucchero.-
Hilda la sbirciò mentre si muoveva per la cucina e sorrise. Sei una cara amica, pensò.
-Perfetto.- commentò LA sedendosi. -Ora ci gustiamo il caffè, quindi ci buttiamo nel ripasso, ok?-
-Ok.-
Per tutto il pomeriggio LA ascoltò le risposte che Hilda dava alle sue domande, fornendole maggiori spiegazioni, facendole ampliare o restringere vari concetti, dandole consigli ed assicurandola che avrebbe superato l'esame con il massimo dei voti.
Una volta sola, Hilda fece mangiare Hols e si preparò all'arrivo di Alan.

venerdì 5 giugno 2009

Cristalli - 2° puntata

LIBRO PRIMO



1



Iniziò a piovere pochi minuti prima che terminasse la lezione e gli studenti si voltarono verso le grandi finestre, distraendosi per un attimo dal discorso del docente. Il pezzo di cielo che si intravedeva attraverso i vetri sporchi ed ombrati dal fumo delle sigarette non lasciava presagire niente di buono per il resto della giornata: pesanti nuvoloni neri tuonavano minacciosi, mentre lampi e fulmini si rincorrevano squarciando per pochi secondi il plumbeo colore del cielo.
Il professore si rese conto della mancanza improvvisa di concentrazione da parte degli studenti e decise di porre fine alla lezione, concludendo:
-Bene, ragazzi. Per oggi è tutto. Durante il week end rivedete sul libro quello che vi ho spiegato e se trovate qualcosa di poco chiaro ne riparleremo la prossima volta. Buon divertimento.-
Pioveva sempre più violentemente e sui marciapiedi e sulle strade si formarono veri e propri laghi, una recrudescenza del rigido inverno appena trascorso. Ormai l'estate era alle porte e le giornate si susseguivano calde e soleggiate, infondendo calore ed allegria sui volti della gente. Quell'improvviso temporale primaverile colse tutti di sorpresa e pungenti commenti s'innalzarono per l'aria, mentre ognuno correva in cerca di un provvisorio riparo.
Sbuffando, Alan Wild si assicurò i libri sotto il braccio e si mise a correre in direzione degli alloggi universitari. Scivolò sull'asfalto bagnato e riuscì a tenersi in equilibrio per puro miracolo, schivando all'ultimo istante una macchina che sfrecciava veloce e che provvide a schizzarlo fino al collo. Imprecò con stizza ed entrò nel portone dell'edificio, facendosi poi i due piani a piedi per arrivare al suo appartamento.
Con gesto stanco posò i libri sul tavolo della cucina e si diresse verso il bagno per farsi la doccia, fischiettando il motivo di una canzone. Si fermò davanti allo specchio e si mirò a lungo, voltando leggermente la testa ora da un lato ora dall'altro, finendo col fare l'occhiolino alla propria immagine. Mio caro Alan, si disse con orgoglio, ancora tre esami e la tesi ed è fatta: poi potrai goderti tutti i fine settimana che vorrai, alla faccia della pioggia.
Sorrise soddisfatto e studiò la sua figura. Anche così, con i folti ricci castani che gocciolavano, il maglione ed i jeans infangati e bagnati, rimaneva un ragazzo attraente che, con una sola occhiata, riusciva a rapire i cuori femminili, facendo cadere tutte le donne ai suoi piedi.
Era sempre stato narcisista fino all'esasperazione. Con i coetanei non perdeva mai occasione per esercitare il suo egocentrismo, esacerbandoli oltremodo, col solo risultato di rimanere con pochi amici; mentre con le ragazze sfoggiava tutto il fascino che possedeva, pavoneggiandosi con albagia, scrutandole dall'alto in basso, come se fosse stato un dio, un Apollo redivivo. E tutte lo adoravano, facevano cerchio intorno a lui, sommergendolo di complimenti ed effusioni.
Scosse la testa, come per accantonare i ricordi e s'infilò sotto la doccia, crogiolandosi a lungo al tepore dell'acqua. Quindi indossò l'accappatoio e prese l'asciugamano per frizionare i capelli.
Il solo tornare indietro nel tempo, a quando era piccolo, lo fece ridere. Anche allora si poneva davanti allo specchio e si mirava a lungo, alzando la testa con orgoglio, aggiustandosi un ricciolo ribelle e facendo finta di essere un cow boy, un guerriero, un paladino del bene... E ad osservarlo in tutte le sue pose narcisiste c'era sempre stata sua sorella, la dolce e piccola sorellina che batteva le manine, rideva e lo incitava a continuare, senza mai stancarsi di lodarlo e di fargli complimenti. Ed accanto a lei c'era sempre...
Si rabbuiò all'improvviso, disgustato. Con stizza buttò via l'asciugamano e si pettinò i ricci arruffati. Ecco: si era rovinato la giornata andando a rimuginare nei ricordi. Non doveva pensarci: lui non esisteva. Maledizione! imprecò con rabbia. Accidenti a te! Hai il potere di rovinare l'esistenza altrui anche quando non ci sei più!
A passi lunghi e risoluti raggiunse la propria camera e dall'armadio prese un paio di jeans ed una camicia, mentre dall'ingresso qualcuno chiamava:
-Alan? Sei già arrivato?-
Con un profondo sospiro cercò di assumere un tono di voce tranquillo e rispose:
-Sì. Ti sei bagnata?-
Sentì chiudere la porta ed i passi di sua sorella che si dirigevano verso la cucina.
-Non molto. Ho atteso che diminuisse di piovere prima di muovermi. Che tempo matto!- commentò la ragazza con vivacità.
Alan abbozzò un sorriso mentre raccoglieva gli abiti bagnati e li posava nel cestino dei panni sporchi. Raggiunse la sorella in cucina e rimase sulla soglia della porta ad osservarla mentre lei metteva l'acqua nella pentola e controllava l'arrosto nel forno.
-Ehi, dico! Hai finito di startene lì impalato a fissarmi?-
Alan si scosse dalle proprie riflessioni e rispose al sorriso che gli era rivolto. Prese la tovaglia e si mise ad apparecchiare, mentre una gradevole fragranza di arrosto si diffondeva per l'appartamento.
Fuori continuava a piovere incessantemente ed il vento si faceva più impetuoso e freddo, trascinandosi dietro grosse nubi nere cariche di pioggia, che parevano rincorrersi tra loro come protagoniste di una gara perenne, mentre gli alberi si inchinavano al loro passaggio facendo cantare le foglie come un lungo battito di mani. Per le strade non si scorgeva più nessuno; solo un cane guaiva in lontananza, un lamento triste e pieno di solitudine.
Hilda sbirciò dietro le tendine della finestra e quel grigio paesaggio le mise addosso una grande malinconia. Appena aveva iniziato a piovere si era sentita pervadere dall'angoscia, accompagnata da un vago senso di impotenza. E lei era impotente davanti al corso della vita, della sua vita.
Con un sospiro tornò ai fornelli e si concentrò sul pranzo per non ricadere nel vortice di ricordi dolorosi.
-Ehi!- esclamò Alan studiandola attentamente. -Non dirmi che ci pensi ancora!-
Lei sussultò appena e si voltò verso il fratello, replicando risentita:
-Sei veramente così sicuro di te?-
-Non è così? Riconoscerei quell'espressione anche se ti vedessi lontana mille miglia!- insistette irritato.
Hilda gli lanciò un'occhiata fulminante, pronta per la guerra verbale che sarebbe scoppiata di lì a pochi secondi, ma prima che avesse la possibilità di rispondergli, qualcuno suonò alla porta, spezzando tempestivamente la tensione che si stava creando.
-Vado io, non ti scomodare.- borbottò Alan.
Mentre andava ad aprire, lei fece una smorfia e lo scimmiottò sommessamente:
-Vado io, non ti scomodare!-
Incuriosita avanzò verso l'ingresso e vide Sandy sulla porta, il ragazzo dell'ultimo piano. Era l'unico, in tutta la palazzina, ad avere il telefono e, di conseguenza, ogni volta che qualche parente od amico chiamava, era costretto ad avvisare l'interessato giungendo nelle ore più disparate della giornata.
Hilda lo salutò con un sorriso ed Alan si voltò verso di lei, spiegando:
-E' una chiamata per noi. Pare sia la zia. Vado a sentire cos'è successo e torno subito.-
-Ok. La pasta è pronta.- l'informò con indifferenza.
Sandy la salutò e se ne andò insieme ad Alan, mentre lei rimaneva a fissare la porta che si chiudeva alle loro spalle.
E rimase immobile a lungo, al centro dell'ingresso, nel più totale silenzio, senza pensare a niente. Poi, lentamente, chinò la testa ed incurvò le spalle, mentre una lacrima scendeva a rigarle la guancia pallida. Pianse in silenzio, consapevole di avere solo quel breve lasso di tempo per lasciarsi andare, prima che Alan tornasse.
Si maledisse per essersi tradita, risvegliando i sospetti del fratello che lei, con enorme sforzo, era riuscita a sopire già da alcuni anni. Alan le aveva ripetuto infinite volte di dimenticarlo, di non considerarlo più un fratello e lei, per evitare le sue continue scenate, gli aveva fatto credere di essersi rassegnata, evitando accuratamente di pensare a Siegfried in sua presenza. Ma come posso dimenticare di avere un altro fratello? Un fratello che continuo ad amare anche se sono trascorsi otto anni dall'ultima volta che l'ho visto?
Si asciugò le lacrime e tornò in cucina, dirigendosi verso la finestra e scostò le tendine per osservare il paesaggio grigio che le si presentava davanti, senza, però, vederlo realmente, trascinata ormai nel vortice di ricordi tristi e crudeli che avevano segnato la sua infanzia.
La sua mente rievocava immagini lontane e dolci, quando lei, Alan e Siegfried giocavano insieme, ridevano, scherzavano e si volevano bene. I suoi due fratelli facevano a gara nel ricoprirla di attenzioni, effusioni, baci e carezze perché, dicevano, era la piccolina ed aveva quindi bisogno di tanto affetto. E lei, a sua volta, considerava i suoi fratelli come due cavalieri che l'amavano e la proteggevano.
Quel gioco era durato fino a quando Alan, a quindici anni, aveva deciso che era meglio far sfoggio del suo fascino con altre ragazze anziché con lei, lasciando campo libero al suo più diretto ed acerrimo rivale. E lei, abituata per undici anni ad essere il centro di tutte le attenzioni dei fratelli, avvertendo quel vuoto improvviso attorno a sé aveva riversato tutto il suo amore su Siegfried. Quella sorta di abbandono da parte del fratello maggiore aveva avuto il potere di farla star male e, come era naturale in una bambina, pensò che un dolore così grande non l'avrebbe mai più provato. Viziata e coccolata fin da quando era venuta alla luce, amata e sommersa di complimenti da parte di entrambi i fratelli, considerò il voltafaccia di Alan come una pugnalata data a tradimento e faticò molto a perdonarlo.
A tredici anni Siegfried era già conosciuto in tutti i peggiori ambienti della città. Con i suoi amici si divertiva a molestare la gente, a commettere furti, a fare a pugni con i coetanei, a perpetrare veri e propri atti di vandalismo e teppismo; fin da piccolo aveva mostrato una palese tendenza ad amare le armi ed ogni volta che gli si presentava l'occasione non si faceva scrupoli nell'usarle. In particolare aveva una certa debolezza per le armi bianche che, come avrebbe sempre sostenuto in seguito, avevano la facoltà di risvegliare la parte più aggressiva e più abile di chi se ne serviva.
Di tutto questo Hilda non aveva mai saputo niente. Con lei si era comportato sempre con premura e gentilezza, ricoprendola di maggior affetto dopo che Alan gli aveva lasciato il campo libero per correre dietro alle ragazze. E lei aveva continuato ad adorarlo, forse più di prima, concedendogli tutto l'amore che in precedenza aveva dovuto scindere in parti uguali tra lui ed Alan. Si era resa conto fin da piccola che non le era concesso amare più un fratello dell'altro; quella rivalità tra loro le faceva paura. Se, per distrazione, mostrava più attenzione ad uno dei due, l'altro subito scoccava un'occhiata micidiale in direzione del fratello ed immediatamente si mettevano a litigare. Per evitare che quella rivalità sfociasse nell'odio, aveva sempre bilanciato in maniera uguale il proprio affetto anche se, nel suo intimo, era più incline ad amare Siegfried. L'improvviso allontanamento di Alan l'aveva lasciata libera di dedicarsi totalmente al fratello preferito.
Ma anche la più totale abnegazione alla fine costringe ad aprire gli occhi ed Hilda aveva iniziato ad intuire che qualcosa non andava. Se con lei Siegfried era dolce ed affettuoso, con i suoi genitori, invece, non faceva altro che litigare violentemente. Anche se troppo tardi per poter rimediare, avevano scoperto che frequentava delinquenti in erba, sempre pronti a commettere malvagità di ogni genere ed a nulla erano valsi gli schiaffi paterni per ricondurlo sulla retta via.
I continui litigi le avevano fatto intuire la verità e quando aveva chiesto ad Alan di spiegarle cosa stava accadendo, il ragazzo le aveva sussurrato sconsolato:
-Siegfried è un delinquente.-
Rabbrividì al ricordo di quel particolare momento della propria infanzia e si appoggiò alla finestra.
Per una bambina di undici anni quella verità risultò difficile da accettare. Si sentì malissimo e per diverso tempo si rinchiuse in se stessa, piangendo e maledicendo Siegfried. Nel breve periodo di un mese era stata tradita prima da Alan e poi da colui nel quale aveva riposto tutta la sua fiducia. Reagì nell'unico modo che le era possibile, iniziando a diffidare dei suoi fratelli, ad ignorarli, sentendo crescere dentro di sé rabbia e solitudine.
Ma quello stato di cose durò poco: cinque mesi più tardi i loro genitori morirono in un incidente stradale ed i tre orfanelli furono accolti in casa della zia materna. Con loro, Alan ed Hilda rimasero fino a quando il ragazzo non si iscrisse all'università, mentre Siegfried pensò bene di sparire dopo poche settimane.
Otto anni... Da otto anni non ti sei più fatto vedere, pensò con tristezza, continuando a guardare la pioggia che cadeva incessantemente.
Con un enorme sforzo ricacciò indietro le lacrime e passò una mano sulla fronte, mordendosi le labbra. Come un automa si avvicinò ai fornelli e si accinse a togliere la pasta dal fuoco.
Alan, indubbiamente, aveva ragione quando le ripeteva di dimenticarlo ma, nonostante tutti gli sforzi che faceva, non ci riusciva. Il passato apparteneva al passato e così doveva essere, anche se continuava a ripensare ai momenti più tristi della sua vita come se avesse voluto cambiarli in un ultimo, disperato tentativo.
-Continuare a pensarci non risolverà niente.- le aveva detto Alan con rabbia, dopo che Siegfried se ne era andato per sempre. -Non è colpa di nessuno se ci è capitata la disgrazia di avere un fratello delinquente. Non vale la pena di pensare a lui: dimenticalo e poi ti sentirai meglio.-
L'aveva guardata a lungo, studiando quegli occhi tumefatti e rossi per le tante lacrime versate, quindi aveva continuato con più pacatezza:
-Non preoccuparti. In fin dei conti, alla tua età si dimentica facilmente.-
E lei aveva dodici anni quando Siegfried se ne era andato senza dire una parola.
Ma io non ho dimenticato. Non potrei mai. Lui è mio fratello e continuerò a sperare che un giorno ritorni. Sospirò tristemente, pensando che quell'attesa le era già costata molto.
Oddio, basta! Basta! Non posso continuare a torturarmi così in eterno! Siegfried ha scelto da solo la propria vita: a modo suo sarà felice...
-Hilda!-
La ragazza sobbalzò al tono imperioso ed improvviso: immersa nei ricordi non aveva udito Alan rientrare. Lo guardò timorosa e quello che vide non le piacque. Alan la fissava torvo, le mani nelle tasche dei jeans, a testimonianza che era da un po' lì a studiarla.
-Quante volte ti ho ripetuto e continuo a ripeterti che non devi pensarci?- urlò inviperito, dando sfogo alla collera feroce che il solo pensiero del fratello gli procurava.
-Scusami.- mormorò chinando mestamente la testa.
Il ragazzo inspirò a fondo, cercando di ritrovare il controllo delle proprie emozioni. Maledetto! imprecò con stizza. Possibile che debba sempre combattere contro il tuo fantasma? Con rabbia si sedette a tavola e ringhiò:
-Allora? Non avevi detto che la pasta era pronta?-
Hilda annuì e si precipitò a preparare i piatti col cuore che le batteva impazzito. Gli improvvisi e violenti scoppi d'ira del fratello iniziavano a preoccuparla ed ogni qualvolta lo vedeva pronto ad esplodere, evitava con ogni mezzo possibile di far precipitare le cose. Così se ne rimase in silenzio per l'intera durata del pranzo, ascoltando con malinconia la pioggia che batteva contro i vetri con un ritmo sempre uguale.
Con un pallido sorriso accettò l'aiuto che Alan le offrì al termine del pasto e quando si ritirò in camera sua sospirò di sollievo, chiudendo la mente a qualsiasi pensiero.

mercoledì 3 giugno 2009

Cristalli - 1° puntata

"Se penso e rifletto a lungo sugli eventi gioiosi, tristi ed a volte tragici che il destino riserva ad ognuno di noi durante l'arco della propria esistenza, mi sia consentito paragonare il cammino della vita a tanti piccoli cristalli iridescenti, uno concatenato all'altro che, a seconda degli imprevisti davanti ai quali il destino ci pone di volta in volta, vengono inesplicabilmente a sgretolarsi uno dietro l'altro, come una incessante reazione a catena che possa venire fermata solo dalla forza di volontà del singolo individuo.
Ma non sempre è il destino ad innescare tale reazione.
Una volontà più forte della nostra potrebbe avere facile ragione di noi, così da trascinarci in un vortice sempre più buio e profondo dal quale difficilmente potremmo venirne fuori se venissimo prontamente, o peggio premeditatamente, privati della nostra forza interiore. Spesso questa volontà così sottile ed ambigua si insinua dentro di noi con dolcezza e pazienza, tessendo, anno dopo anno, una ragnatela invisibile ai nostri occhi, con la quale ci tiene segretamente vincolati al suo volere. E solo quando è troppo tardi ci rendiamo conto di essere completamente succubi ed abulici. Ed è allora che riversiamo la colpa sul destino e, forti di questa convinzione, lasciamo che gli eventi proseguano indisturbati nel loro cammino.
Mi chiedo, alle volte, come ciò sia possibile e mi soffermo a pensare a quegli uomini indomiti che per tutta la vita si divertono a forzare la mano al destino, a sfidarlo continuamente per elevarsi a suo simile, per venire, in ultimo, sopraffatti da quella medesima misteriosa mano. Ma penso altresì che siamo esseri umani, con tutti i nostri difetti, i nostri pregi, i nostri vizi e con quella forte curiosità che ci spinge a voler sapere sempre di più per avere sempre di più, trascinandoci oltre i limiti imposti dalla natura.
E forse, tra destino e volere, esiste un solo insormontabile ostacolo: la perfezione...

L.A. Fawkes."

Romanzo a puntate

Da oggi inizierò a pubblicare uno dei miei romanzi a puntate, un po' come si faceva una volta quando si scriveva un libro. Spero che vogliate seguirmi in quest'opera enorme e che mi diciate se gradite o meno.
Buona lettura a tutti!

lunedì 25 maggio 2009

Roma vista da me

CICERUACCHIO (Angelo Brunetti)
(Roma, settembre 1800 - Porto Tolle, 10 agosto 1849)


A Roma non piove molto, ma quando il cielo decide che è ora di piangere, ne manda giù talmente tanta che noi romani diventiamo scemi. No, non scherzo. Noi siamo avvezzi al sole, ci crogioliamo sotto la sua luce e non conosciamo nebbia, neve, bora né nubifragi. Siamo un po' come le lucertole, usciamo solo con il bel tempo e, visto che c'è sempre il sole, usciamo sempre. Ma quando piove… Quando piove e siamo costretti a mettere il muso fuori di casa causa lavoro, noi romani impazziamo. Se con il sole siamo soliti usare gli autobus e la metro, con la pioggia montiamo tutti in macchina, terrorizzati all'idea che una singola goccia d'acqua possa bagnarci. E allora vedi l'Urbe divenire un'immensa pozzanghera, straripare di autovetture incolonnate per ore per giungere a destinazione, con gli automobilisti che smadonnano e si insultano reciprocamente, dando la colpa al tempo se fanno tardi. E' follia, ma è sempre così. Quando piove, Roma va in tilt. Figuriamoci se dovessero scendere due fiocchi di neve…
Osservo in silenzio le macchine incolonnate, imbottigliate nel caos cittadino, mentre me ne sto sotto l'ombrello in attesa che arrivi l'autobus che mi conduca al lavoro, stando bene attenta a non farmi schizzare dalle macchine che passano sulle buche piene d'acqua piovana. Alcuni vigili provano a sfidare l'ira degli automobilisti, ricevendo in cambio insulti e minacce sussurrati a fior di labbra. Solo un singolo essere sorride divertito, un uomo che mi sta vicino, senza alcun riparo e guarda con sommo disprezzo la follia che scivola dinanzi ai suoi occhi. Lo sbircio e mi accorgo che, a dispetto della pioggia, è asciutto e veste un po' dimesso. Lo osservo meglio e subito dopo sgrano gli occhi, esclamando:
-Ciceruacchio!-
Lui si volta a guardarmi e sorride, illuminandosi in quel volto rotondo che ispira fiducia e tranquillità
-Ma tu guarda 'sti romani di oggi!- esclama con il suo forte accento romanesco.
-Ai tuoi tempi era diverso.-
-Lo puoi dire forte, ragazza mia! E non c'era neppure questo rumore assordante al quale voi vi siete assuefatti. Tutt'al più si potevano udire gli strilloni in Campo Marzio, o a piazza Navona, o lo stridio delle ruote delle carrozze sul selciato oppure il calpestio degli zoccoli dei cavalli. Tutto questo…- e fa un gesto con la mano, -roboante rumore non c'era.-
-Si viveva meglio, eh?- commento divertita dalla sua aria schifata.
-Eccome!-
Esito un attimo, quindi abbasso il mio ombrello e mi accorgo che la pioggia devia, non mi tocca, come se fossi coperta da una invisibile campana di vetro. Come al solito la gente non ci vede neppure e torno a guardare lui, con quei suoi baffoni scuri e quel pizzetto che quasi fanno sparire la bocca.
-Perché il soprannome Ciceruacchio?- domando curiosa.
-E' una corruzione di ciruacchiotto, ossia cicciottello. Ed io lo sono sempre stato, fin da piccolo.-
-Tu sei nato e vissuto a Roma in un periodo un po' turbolento.- ricordo.
Scuote la testa annuendo e si accarezza il ventre prominente.
-In effetti, dopo la rivoluzione francese, si annusava in giro aria di ribellione ovunque.-
-E tu ti sei dato da fare.-
Lo vedo corrucciarsi e scurirsi in volto, quel volto rubicondo che i romani avevano imparato ad amare e rispettare, nonostante fosse solo un semplice oste.
-Con il mondo che cambia, che riscatta la sua libertà, secondo te cosa avrei dovuto fare? Starmene con le mani in mano?-
Non rispondo, consapevole che ha ragione. E' destino che alcuni uomini sentano maggiormente il richiamo della Storia, seppur inconsapevolmente, e lui è uno di questi. Non a caso, durante la Repubblica Romana, si diede da fare per far passare armi e vettovaglie ai combattenti ed al popolo di Roma.
-So che i romani hanno sempre guardato a te come il portavoce dei loro sentimenti.-
-Ero il loro specchio, il riflesso di loro stessi!- esclama soddisfatto. -Essendo un oste, conoscevo più che bene il malumore dei miei concittadini, che si riunivano nel mio locale per parlare male o bene di taluna persona o di tale nobile o porporato. La gente si confidava con me ed io ascoltavo. Ed essendo sempre stato socievole e bontempone, ho preso le redini in mano quando si è trattato di eleggere il nuovo papa.-
Sgrano gli occhi e chino la testa di lato, incredula.
-Tu… hai eletto il nuovo papa?- esclamo.
-Ma no! Certo che no!- risponde quasi offeso. -Con l'avvento di Pio IX Mastai Ferretti, mi feci portavoce del malcontento popolare e riportai con la mia dialettica diretta, priva di retorica, tutta l'ansia dei romani che da tempo attendevano riforme.-
Espiro, inconsapevole di aver trattenuto l'aria e subito dopo sorrido. Be', capita di fraintendere…
-Addirittura,- riprende con il suo vocione, -ho ringraziato pubblicamente il nuovo papa per aver concesso la libertà ad alcuni prigionieri politici ed ho offerto da bere nella mia osteria. Ah, sì…- sospira ed un velo di malinconia ricopre i suoi occhi attenti. -Che festa abbiamo fatto… Fino a sera tardi, al lume delle torce e delle fiaccole, tutti a bere e cantare e mangiare: sembravano tornati i bei tempi andati.-
Rimango in silenzio, domandandomi a quali bei tempi si riferisse e, a dispetto della mia ricerca nella memoria, non trovo nulla che possa definirsi tale. Forse è solo un suo sentimento personale. Di certo l'Italia non percorreva un buon periodo, viste le dominazioni francesi ed austriache.
-A Porta del Popolo, poi,- continua con aria estasiata, -abbiamo acceso un fuoco enorme, richiamando tanti di quei romani che tu non puoi immaginare.-
Sogghigno sotto i baffi, immaginando un concerto dei Queen, o dei Led Zeppelin, o dei Pink Floyd e neppure rispondo, lasciandolo crogiolare nel suo ricordo. Ed in quel lasso di tempo mi rendo conto di quanto possano essere cambiati i tempi nel volgere di un solo secolo, stravolgendo le abitudini e lo stesso pensiero.
-Ma poi qualcosa è cambiato.- noto.
China mestamente la testa al ricordo bruciante e si morde le labbra.
-Avevo riposto grande fiducia nel nuovo papa, tanto da sperare fino all'ultimo che avrebbe veramente cambiato le cose. Ma quando è fuggito, facendo crollare anche la Repubblica Romana, ho aperto gli occhi.-
-Non poteva essere il successore di Pietro il riformatore, vero?-
-No.- ammette controvoglia. -E l'ho capito a mie spese. E' fuggito lasciando Roma nelle mani dei francesi. Ti lascio immaginare gli avventori della mia osteria: indignati, offesi e furiosi era a dir poco. Io con loro.-
Annuisco, ma non so se riesco a capire pienamente il suo stato d'animo. Di certo non deve essere stato facile vivere in quel periodo di stravolgimenti emotivi. Da una parte la Francia che insegnava con la sua rivoluzione e con l'avvento di Napoleone, dall'altra l'Austria e la Prussia con le loro ancor solide radici nel medioevo, impermeabili a qualsiasi capovolgimento, insofferenti ad ogni riforma ed ognuna di loro con basi stabili, o semi stabili, in Italia. In effetti, noi giovani di oggi, cosa possiamo saperne dell'occupazione, delle restrizioni, dell'impossibilità di esprimere le proprie opinioni, della morte che si annida dietro ogni angolo che si può svoltare? Salvatore Quasimodo ne sapeva qualcosa e la sua meravigliosa "Alle fronde dei salici" è lì a testimoniarlo.
-Anche tu sei fuggito.-
-Be', a dir la verità, visto come si mettevano le cose, ho preferito seguire Garibaldi… Hai presente Garibaldi?- domanda con aria da inquisitore.
-Eh, sì.- sospiro annuendo.
Mi fissa a lungo, come se la mia espressione non gli piacesse e provo a piegare le labbra in un sorriso amichevole.
-Aho, regazzì,- mi riprende alzando l'indice come un maestro ed agitandomelo sotto il naso, -guai se ti vedo deridere il nostro Garibaldi. Non te lo permetto.-
-Non lo permetterei a me stessa.- ribatto. -So bene chi fosse Garibaldi e ne ho profondo rispetto, nonché stima.-
-Ah, be'.- commenta compiaciuto.
Lo vedo rilassarsi in volto e porta le mani dentro le tasche del panciotto, con aria soddisfatta.
Rimango ad osservarlo, in attesa che continui il racconto e, quando si rende conto del mio prolungato silenzio, mi fissa e chiede brusco:
-Be'? Che hai da guardare?-
Esito, non sapendo bene cosa dire, quindi rispondo:
-Guardo un eroe romano.-
Quella risposta lo compiace e sorride beota.
-Be', forse hai ragione.- risponde. -In finale, ho dato la mia vita per Roma, per la sua libertà. E con me l'hanno data i miei due figli, il più grande ed il più piccolo, poco più di un bambino.-
-Sì, ricordo. Gli austriaci non hanno avuto pietà di un ragazzino.-
-Già- ringhia con espressione furiosa. -Ci vuole coraggio a fucilare un tredicenne mingherlino.-
Avverto il sarcasmo e convengo con lui. Non deve essere facile affrontare la morte a viso aperto, figuriamoci poi se al fianco ti ritrovi con due figli che debbono fare la tua stessa fine. Me lo immagino, Ciceruacchio, provare a coprire con il suo corpo massiccio il figlio minore, nella speranza di salvarlo dal plotone di esecuzione.
-Sei morto lontano dalla tua Roma.- commento.
-Purtroppo. E pensare che quando ero partito, speravo di contribuire alla sua liberazione. Sai,- mormora sconsolato, -con Garibaldi volevo dare una mano a Venezia che resisteva agli austriaci, ma ci siamo dovuti fermare al Delta del Po, per sfuggire alle vedette nemiche. Abbiamo chiesto rifugio ai connazionali, ma quei bastardi di italiani, anziché aiutarci, ci hanno denunciato agli austriaci, i quali hanno provveduto a fucilarci senza perdere tempo. Comprendi? Noi, italiani che volevamo scacciare gli oppressori, denunciati dai nostri stessi concittadini! Roba da non credere.-
Scuoto la testa come lui, pensando che fosse normale per gli italiani dell'epoca, divisi per secoli, non provare un sentimento di unità nazionale. Troppo diversi. Troppi dialetti diversi. Troppe frontiere. Ma, chissà perché, questo solo pensiero non mi consola dinanzi alla vista di italiani che tradiscono gli stessi italiani. Quello che mi colpisce e mi ferisce, è che oggi, tutto sommato, la pensiamo ancora come quei contadini del Delta del Po.
-Oggi, però, riposi al Gianicolo.- lo consolo.
Sorride ed in un gesto affettuoso mi dà un buffetto sulla guancia.
-Aho, regazzì, e mica è da tutti!-
Rido della sua romanità ed in quel momento sento la pioggia bagnarmi la tesa. Alzo lo sguardo e mi bagno il volto, ricordando che avevo chiuso l'ombrello perché riparata dalla presenza di Ciceruacchio. Quando mi giro per salutarlo, non c'è più e la pioggia sul mio viso mi sembra all'improvviso come un pianto silenzioso per tutte quelle vite donate per un ideale che oggi nessuno sente più.