lunedì 8 giugno 2009

Cristalli - 3° puntata

-Hilda, io vado da Sandy. Devi uscire?-
Dalla propria camera, alzando la voce per farsi udire, lei rispose:
-Ho un appuntamento con LA per studiare.-
Alan fece una smorfia di disprezzo e bofonchiò:
-Tornerò per cena. Vedi di farti trovare a casa per quell'ora.-
Appena sentì chiudere la porta, Hilda si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo ed aggiustò una piega invisibile sulla gonna. Quindi si diresse in bagno per prepararsi ed iniziò a spazzolare i lunghi capelli corvini.
Sorrise pensando alla sua amica. Alan la disprezzava e questo LA lo sapeva, nonostante per un certo periodo di tempo fossero stati insieme. Ma non se ne curava affatto. Hilda la conosceva già da cinque anni, praticamente da quando si era trasferita lì con Alan e poteva giurare tranquillamente di non averla mai vista pensierosa o con un problema da risolvere: era sempre allegra e spensierata; niente riusciva a sminuire la voglia di vivere che l'alimentava.
Una puttana dal viso d'angelo, dicevano di lei. Poteva avere tutte le virtù di questo mondo ma le piaceva troppo divertirsi e per questo era stata marchiata.
Già, pensò tristemente, fa presto la gente a giudicare... Possono dire tutto il male che vogliono su di te, ma per me sei semplicemente magnifica. Sei la mia unica vera amica e non ti cambierei con una santa. Solo tu hai saputo aiutarmi e comprendermi senza che io ti chiedessi o dicessi niente.
Si voltò verso la finestra con un'espressione intensa sul volto pallido, le sopracciglia aggrottate ed i capelli che le ricadevano voluminosi ed ondulati sulle spalle. LA, pensò, non è minore la bellezza anche se cade ad un soffio di vento...
All'improvviso il ricordo di quella domenica mattina le fece venire le lacrime agli occhi e si morse le labbra per non cedere alla debolezza. Il passato le tornava troppo spesso in mente, crudele ed ossessionante, malgrado facesse sforzi enormi per dimenticare.
Scosse violentemente la testa e decise di fare due passi prima di andare da LA e, afferrato l'impermeabile, uscì senza pensarci oltre.
Da poco aveva smesso di piovere, anche se la città era ancora avvolta da un cupo grigiore ed un leggero vento la fece rabbrividire all'improvviso. La sua mente era un continuo via vai di ricordi che si susseguivano con velocità dirompente e che la perseguitavano ormai da cinque anni, tenendola segregata nella prigione di se stessa.
L'uomo è come un fiore portato dal vento, si ripeté per la centesima volta. E' il Karma.
Lasciò spaziare la mente in un luogo da fiaba, dove si rintanava quando voleva fuggire alla realtà, e quel luogo così cristallino, incontaminato, dove solo a lei era consentito l'accesso, rifletteva una luce abbagliante, fatta di miriadi di cristalli iridescenti. Cristalli che rilucevano sopra una cascata di capelli biondi che svolazzavano liberi e che sembravano trasparenti, tanto erano chiari... I capelli di Siegfried, così biondi da meritarsi il soprannome di Dagr, il mitico dio del giorno. E lui le sorrideva, col suo volto da bambino, circondato da un velo di nebbia. Otto anni...
Involontariamente rabbrividì, mentre alcune gocce di pioggia ricominciavano a cadere. Scrutò il cielo plumbeo e decise di rientrare. Era anche ora di andare da LA.
Ritornò sui propri passi e mise il cappuccio dell'impermeabile in testa. Tra meno di un mese doveva dare un esame ed era meglio non pensare ad altro. Se si fosse dedicata allo studio, sarebbe riuscita e superare la prova eccellentemente; la media dei suoi voti era buona e non avrebbe permesso ai ricordi di rovinargliela. Ed anche volendo, non si sarebbe potuta permettere il lusso di prendersela comoda.
Quando sua zia aveva telefonato, li aveva avvertiti che quello che i loro genitori avevano lasciato in banca si stava consumando e se Alan non si fosse sbrigato a laurearsi ed a trovare lavoro, si sarebbero ritrovati senza fondi e lei avrebbe dovuto abbandonare gli studi. In parole povere, si sarebbero ritrovati sul lastrico e sua zia aveva lasciato chiaramente intendere che lei non avrebbe potuto far niente. Meglio ancora: nei tre anni che li aveva mantenuti aveva fatto anche troppo.
Ma che bella prospettiva! pensò con sarcasmo.
Con stizza accelerò il passo, mentre la pioggia cadeva con maggior insistenza. Fu in quel momento che qualcosa attrasse la sua attenzione. A prima vista sembrava un fagottino grigio e peloso, abbandonato per la strada e se non fosse stato perché tremava convulsamente, non l'avrebbe neppure notato. Incuriosita si avvicinò accucciandosi ed allungò una mano, quando un guaito la fece sobbalzare. Fissò il fagotto e subito dopo sorrise, prendendolo in braccio: era solo un cucciolo di cane inzuppato come un pulcino che tremava per il freddo. Lo strinse a sé cercando di trasmettergli un po' del suo calore ed il cucciolo la guardò drizzando le orecchie.
-Ma chi ha avuto il coraggio di abbandonarti sotto questa pioggia?- mormorò accarezzandolo dolcemente.
Mossa da compassione, decise di portarlo a casa e si mise a correre, arrivando a destinazione con un violento batticuore. Senza curarsi di togliere l'impermeabile che gocciolava, si diresse in bagno, posò il cucciolo a terra ed aprì l'acqua per riempire la vasca.
-Mi auguro che tu non abbia paura di un bel bagnetto caldo.- disse osservando il batuffolo bianco che a mala pena si teneva sulle zampe.
Ridendo si sbarazzò dell'impermeabile, cercando un nome da dargli e quando l'acqua giunse al livello desiderato, prese il suo nuovo amico e gli fece un bel bagno caldo, insaponandolo e frizionandolo a dovere. Ci impiegò quasi un'ora a lavarlo ed asciugarlo, lottando per tenerlo fermo ma, alla fine, il risultato superò ogni aspettativa: del cucciolo inzuppato, infreddolito e maleodorante non c'era più traccia; al suo posto c'era una massa gonfia di peli lunghi e brillanti, che risplendeva sotto la luce del neon.
Hilda lo sollevò per osservarlo e, contenta, esclamò:
-Sei perfetto! Non immaginavo che una volta rimesso a nuovo saresti stato così carino. Vediamo... Ti chiamerò Hols. Sì, suona bene. Hols...-
Un lampo saettò negli occhi gialli del cucciolo, occhi obliqui e sottili, così diversi da quelli di ogni cane. Il suo pelo era folto, la coda grossa e voluminosa, il muso più allungato del normale e le orecchie dritte ed aguzze.
-Devo riconoscere che come cane sei abbastanza strano.- commentò rigirandolo da tutte le parti. -Ma mi piaci così come sei.-
Sorrise felice e l'abbracciò, stampandogli un bacio in mezzo al muso. Siamo entrambi soli, amico mio; ci faremo compagnia.
Lo lasciò libero di girare per casa, mentre si dirigeva in cucina per preparargli una ciotola con l'acqua ed un piatto con alcuni pezzi di carne avanzati a pranzo. Hols mangiò con avidità e lei lo guardò con affetto, ripromettendosi di comprargli un guinzaglio ed un collare.
Per la prima volta dopo tanti anni, Hilda riuscì a dimenticare il passato che l'ossessionava e fu contenta di essere ancora viva.
Ancora viva...
Erano trascorsi ben cinque anni, eppure, all'improvviso, le parve solo un sogno, una cosa irreale e si ritrovò a chiedersi se veramente fosse stata lei a compiere quel gesto.
Il suo sguardo si posò sui polsi: benché sottili, le due cicatrici c'erano e ci sarebbero rimaste per sempre.
Chiuse gli occhi rabbrividendo ed in quell'istante suonarono alla porta. Si riscosse dal passato ed andò ad aprire, con Hols che le scodinzolava attorno felice e con la pancia piena.
La sorridente faccia di LA fece capolino ed Hilda non ebbe la possibilità di aprir bocca ché subito la ragazza esclamò ridendo:
-Ehi! Lo sai che ti sto aspettando già da un'ora? Ti eri dimenticata che dovevi salire da me? Allora? Ehi! Non dirmi... Non dirmi che c'è un uomo in casa! Ho interrotto qualcosa?- domandò insinuante, squadrandola da capo a piedi. -Ma no, sei ancora vestita... Allora? Mi fai entrare?-
Quell'inatteso fiume di domande e constatazioni la lasciò un attimo interdetta, mentre la faceva entrare e richiudeva la porta alle proprie spalle. Quindi scoppiò a ridere e mormorò:
-Oh, no! Niente uomini. Ero uscita per fare due passi.-
-Oh, santo cielo!- sospirò LA. -Ed io che speravo di trovarti in dolce compagnia... Ho la vaga impressione che tu sia affetta da una grave, addirittura cronica fobia... Allora?-
Hilda sorrise, intuendo la muta domanda dell'altra e lasciò scivolare lo sguardo ai propri piedi. LA chinò la testa e vide Hols rannicchiato dietro le gambe dell'amica.
-Oh, cielo! Che amore!- esclamò chinandosi e prendendolo in braccio. -Dio, è dolcissimo! Dove diamine l'hai trovato?-
-A dir la verità l'ho trovato ora che sono uscita. Qualcuno deve averlo abbandonato e così ho deciso di portarlo a casa. Mi faceva tenerezza.-
-Pensi di tenerlo?-
-Sì. Gli ho già trovato un nome: Hols. Ti piace?-
Si diressero in cucina ed Hilda si diede da fare per preparare il caffè, mentre LA giocherellava con il cucciolo.
-Sì, mi piace. Direi che è perfetto.- rispose. -Alan l'ha visto?-
-Veramente no.- ammise Hilda in un sussurro, posando la caffettiera sul fuoco.
I grandi occhi nocciola di LA puntarono sull'amica, ma non disse niente: il silenzio parlò per lei. In quegli anni aveva imparato a conoscere i due fratelli e già immaginava la reazione che avrebbe avuto Alan. Brutta faccenda, pensò tristemente.
Sentì Hilda sospirare ed il suo sguardo si fece compassionevole.
-Bene!- esclamò con allegria, posando Hols a terra. -Dall'odore si direbbe che il caffè stia venendo buono. Penso io alle tazzine, tu prendi lo zucchero.-
Hilda la sbirciò mentre si muoveva per la cucina e sorrise. Sei una cara amica, pensò.
-Perfetto.- commentò LA sedendosi. -Ora ci gustiamo il caffè, quindi ci buttiamo nel ripasso, ok?-
-Ok.-
Per tutto il pomeriggio LA ascoltò le risposte che Hilda dava alle sue domande, fornendole maggiori spiegazioni, facendole ampliare o restringere vari concetti, dandole consigli ed assicurandola che avrebbe superato l'esame con il massimo dei voti.
Una volta sola, Hilda fece mangiare Hols e si preparò all'arrivo di Alan.

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