giovedì 9 giugno 2011

Stralcio da "L'ombra della ginestra" - battaglia di Poitiers

L’aurora del 19 settembre vide l’esercito francese disporsi secondo gli ormai superati canoni della battaglia medievale, presi la sera prima di comune accordo tra il re e i suoi capitani. Le forze di attacco si stavano dividendo in quattro parti: in prima linea trecento cavalieri, scelti tra i migliori, agli ordini di John Clermont e Arnold d’Audrehem, uniti a mercenari tedeschi, muniti di picche, i quali avevano il preciso ordine di caricare i temutissimi, e a ragione, arcieri inglesi.
Dietro il primo gruppo si schierarono gli altri tre, formati da cavalieri scesi da cavallo, comandati, rispettivamente, dal Delfino, dal duca d’Orleans e infine, l’ultimo, dallo stesso Giovanni II.
Da parte sua, Edoardo si era assicurato il lato sinistro da un crepaccio naturale e le spalle da un bosco, mentre il lato destro era stato occupato dai pesanti carriaggi pieni di bottino. Tutti i cavalieri erano scesi da cavallo ed erano stati divisi in tre gruppi, mentre gli arcieri si erano posizionati a forma di V, in modo da contenere tutti i cavalieri, così come era avvenuto trionfalmente a Crécy. Nei boschi, Edoardo lasciò un’unità di cavalleria, comandata da Captal, nascosta agli occhi avversari.
Instancabilmente, in ambedue gli schieramenti, i preti passavano a benedire e a fare le veci del viatico, ricordando a ogni uomo di compiere il proprio dovere davanti agli occhi del Signore e che il regno dei Cieli li avrebbe attesi con canti e squilli di trombe e che, sicuramente, il Signore si sarebbe ricordato di loro nel giorno del giudizio.
Tutto era pronto per la battaglia e il cielo settembrino lasciava supporre che sarebbe stata una bella giornata di sole, adatta a un combattimento.
-A guardare da qui,- mormorò John preoccupato, agitandosi sul suo cavallo ricoperto di cotta in maglia, -i francesi sembrano terribilmente tanti.-
-No, non sembrano.- lo corresse Edoardo, lo sguardo cupo. -Lo sono. Forse, tutto sommato, ci conviene ritirarci.-
Il capitano si voltò a guardarlo con occhi sgranati e intravide il volto teso del suo signore, che fissava ansioso il terreno di battaglia nella vallata che si stendeva sotto di loro. Il silenzio quasi irreale durò fino alle otto, quando, dopo aver visto un falso cedimento sul fianco destro inglese, la cavalleria francese ruppe gli indugi.
Il rumore degli zoccoli che si abbattevano sul terreno, pareva un boato sinistro che si avvicinava sempre più e le urla degli uomini erano agghiaccianti. Tutti gli uccelli che avevano trovato rifugio nei boschi intorno, volarono via, dispiegando le ali con una frenesia tale che Edoardo, John e Robert alzarono lo sguardo per vederli fuggire via.
Gli inglesi schierati sul campo rimasero immobili, niente affatto intimoriti dalle urla, mentre gli arcieri si preparavano a scoccare i loro micidiali dardi.
Lothar e Ludovico si scambiarono un’occhiata, le armi già in pugno, privi dei loro scudieri che avevano lasciato a protezione di Kamilla, consapevoli che quel giorno poteva essere l’ultimo della loro esistenza terrena ed erano pronti a viverlo al meglio, consegnando alla storia il loro onore intatto. Fissarono i cavalieri francesi avanzare, in testa i loro comandanti con pennacchi sugli elmi dai colori sgargianti, e un attimo dopo li videro finire a terra, falciati dalle frecce inglesi.
Fu il segnale.
Come un sol uomo, l’esercito anglo-guascone si gettò nella mischia, rovesciandosi come una furia selvaggia sui cavalieri disarcionati, impossibilitati a rialzarsi a causa della pesante armatura. Fu una strage.
A quel punto, orripilato dallo scempio che si svolgeva sotto i loro occhi, il secondo battaglione, comandato dall’inesperto Delfino, corse generosamente in aiuto del primo e ingaggiò una feroce lotta contro il nemico.
Lothar e Ludovico combattevano fianco a fianco, protetti dal contingente tedesco, ignari di tutto quello che li circondava, tranne dell’uomo che si trovavano di fronte di volta in volta in una sorta di duello infinito. Le spade, le mazze ferrate, le alabarde, le picche, i mazzafrusto: ogni arma era buona pur di abbatterla sul nemico e vederlo cadere esangue, in uno scempio di carne e arti staccati di netto.
Come per magia, quello che restava della cavalleria franca e lo stesso Delfino, iniziarono a indietreggiare, incalzati dai fanti nemici, che combattevano come leoni.
-Mio signore, sembra… sembra che la battaglia ci stia rovinando addosso.- notò con tono apprensivo uno dei luogotenenti del duca d’Orleans.
Questi, rigido sul suo destriero, gli occhi sgranati per l’orrore e il terrore, d’un tratto si vide venire incontro l’intera battaglia come un’onda gigantesca in rotta libera e il panico lo aggredì. Non fece neppure in tempo a dare il segnale di ritirata ai propri uomini, perché anche questi, vista la situazione, si sbandarono ignominiosamente e corsero a rifugiarsi a Poitiers.
Edoardo, al riparo nel bosco con la cavalleria, piegò le labbra in un sorriso e si girò verso Robert e John, annuendo soddisfatto.
Dal canto suo, Giovanni II rimase atterrito nel vedere il proprio esercito allo sbando e maledisse il duca d’Orleans che lasciava suo figlio e gli altri nobili a difendere da soli l’onore della Francia.
-Sire…- mormorò un alfiere al suo fianco, stralunato e attonito.
Il regale cavaliere restrinse gli occhi e serrò le redini, quindi si volse verso l’alfiere che portava il suo gonfalone, l’Orifiamma, e disse:
-Date ordine di avanzare. Oggi, qui a Poitiers, o si vince o si muore.-
Dalla sua posizione, Edoardo vide muovere il quarto e ultimo battaglione, capitanato dal re in persona e i suoi occhi brillarono di eccitazione quando si posarono sull’Orifiamma. Fece un cenno a Captal, in attesa con i suoi uomini sull’altro lato della collinetta e questi diede il via: la cavalleria sarebbe uscita dal bosco per accerchiare i combattenti e terminare così la battaglia.
Senza fretta, Edoardo indossò la barbuta, ornata da uno zuccotto rosso circondato di pelliccia d’ermellino, sormontato da un leone e, levata la spada, si gettò con il suo contingente nella mischia, diretto verso il faro che lo attirava come una falena: l’Orifiamma.
Lothar e Ludovico si accorsero dell’arrivo della loro cavalleria, accompagnato da un urlo selvaggio e incitarono gli uomini a battersi con maggior vigore, indicando il vessillo reale come punto di arrivo. Così, in quell’ora tragica, i cavalieri francesi si batterono come leoni per salvare il proprio re e il proprio onore, ma i fanti inglesi parevano un muro compatto e insormontabile, contro il quale continuavano a scornarsi senza riuscire a sfondarlo.
-I cavalli!- urlò Lothar a Günter, indicando i destrieri che avevano disarcionato il proprio cavaliere francese e che vagavano come impazziti.
In un batter d’occhio, il contingente tedesco si impadronì delle bestie e formò una cavalleria alla buona, andando alla carica verso il centro della battaglia.
Al calar del sole, il campo era ormai cosparso di cadaveri e feriti e il sangue pareva essere ovunque, mentre le urla e gli echi della battaglia scemavano inevitabilmente, simile a un sudario che si posava sull’intera vallata. Pochi soldati si battevano ancora per l’onore di un re e di un paese che non avrebbe trovato pace facilmente.
Edoardo, con l’armatura ricoperta di sangue non suo, avanzò sul proprio destriero verso il cerchio formato dai suoi uomini e si fermò vicino a Lothar. Si guardarono, per accertarsi di non essere feriti, contenti di ritrovarsi ancora vivi, quindi lo sguardo si posò sull’Orifiamma caduto a terra. Lì, circondato da pochi fedeli, tenuto in scacco dal contingente sassone, Giovanni II respirava affannosamente per lo sforzo sostenuto e fissava dal basso verso l’alto il vincitore. Suo figlio Carlo, il Delfino, era con lui.
Tutto intorno era solo morte e distruzione, lamenti dei feriti e preghiere dei preti che arrancavano in mezzo alle migliaia di cadaveri sparsi per terra.
Edoardo scese da cavallo e si avvicinò al re francese, dicendo:
-Maestà, siete mio prigioniero. L’Inghilterra ha vinto.-
-Sì, avete vinto una battaglia leale.-
-Permettete che vi scorti fino a una cavalcatura.-
In silenzio, tristemente, ciò che restava dell’esercito francese, il più vasto del XIV secolo, venne fatto prigioniero e seguì gli inglesi fino al loro rientro a Bordeaux. La temuta battaglia si era conclusa, alla stessa maniera di Crécy, con una schiacciante vittoria inglese, dove il Principe Nero, contravvenendo a ogni canone di strategia e tattica, aveva ancora una volta sottolineato che la cavalleria aveva ormai fatto il suo tempo.

domenica 22 maggio 2011

Stralcio da "L'ombra della ginestra"

La stanza era illuminata a giorno, con il sole del tardo mattino che allungava i suoi caldi raggi attraverso le bifore trilobate e riluceva sullo stendardo alle spalle della sedia e sulla panoplia attaccata a un muro, donando un briciolo di calore all’ambiente austero e gelido. Edoardo camminava avanti e indietro come un animale in gabbia, le mani dietro la schiena e l’aria irritata, pronto a sbranare chiunque gli si fosse parato davanti. Appena il suo segretario gli aveva annunciato l’arrivo di Lothar, aveva licenziato tutti coloro che si trovavano nella sua stanza, compresi i servi, ed era rimasto da solo con lui, nella speranza di fargli intendere ragione. Non aveva ancora ingoiato l’amaro boccone che aveva ricevuto dopo la battaglia e non voleva ci fossero testimoni a quel colloquio che presagiva poco facile. E Lothar aveva ribadito il secco no. Non era avvezzo a sentire rifiuti alle sue richieste e, se avesse potuto, avrebbe ammazzato l’amico che se ne stava rigido al centro della stanza, evidentemente dolorante per la sbornia della sera prima.
-Non puoi ostinarti nel rifiuto. Il mio è un ordine e tu ti stai macchiando di insubordinazione.- sibilò in tono minaccioso.
-No, assolutamente, non lo farei mai.- ribatté Lothar cercando di ignorare il mal di testa che lo attanagliava e che non lo faceva essere vigile a quel colloquio.
Il Principe Nero gli si avvicinò perigliosamente e sussurrò:
-Sei a un passo dal patibolo.-
Lothar sostenne lo sguardo, inspirando a fondo e maledicendo tutto ribatté:
-Mandamici, se lo ritieni necessario. Io ho chiuso con quella vita. Ho visto fin troppo sangue per desiderarne altro.-
-Non ti chiedo di andare in guerra, perdio! Ti chiedo solo di scortare Giovanni in Inghilterra insieme a me, da mio padre!-
-Mi avevi promesso, alla partenza, che non mi avresti chiesto altro se ti avessi seguito. Ti chiedo umilmente, ora, di onorare quella promessa.-
La calma di Lothar colpì Edoardo, che si allontanò di qualche passo, senza abbandonarlo con lo sguardo. Era vero, aveva promesso pur di averlo al suo fianco in quella battaglia e non poteva ora rimangiarsi la parola data; perlomeno, non era degno del rango che ricopriva.
Con un sospiro passò le mani tra i capelli e si avvicinò alla finestra, osservando il sole che lo abbracciava con i suoi raggi caldi. Cosa diavolo aspettava a farlo giustiziare? Aveva superato il limite consentito già da tempo, arrogandosi un diritto che ad altri suoi collaboratori più stretti era negato. Perché continuare a lasciarlo in vita? Solo perché continuava ad amarlo?
-Sono con le spalle al muro, a quanto pare.- commentò acido, riluttante a perdere il suo migliore e più devoto cavaliere.
Lothar gli lanciò un’occhiata incredula, consapevole di avere la vittoria a portata di mano.
-Starò sempre al tuo fianco, di questo puoi starne certo.-
-Ma intanto mi dici di no.-
-Prima o poi doveva accadere. Preferisco che accada adesso.-
Edoardo si girò e lentamente si avvicinò allo scanno, sormontato dalle insegne del principe di Galles, con le tre piume bianche intrecciate e con il motto Ich dien. Lothar lo studiò in silenzio, chiedendosi se fosse immaginazione, o se realmente vedeva il suo signore come un uomo stanco e disilluso. Sembrava che il suo rifiuto l’avesse in qualche modo stroncato. Era mai possibile?
Lo vide sedersi pesantemente e lasciarsi andare contro lo schienale a occhi chiusi, perdendosi in un mondo dove solo a lui era concesso entrare.
-Mi causi un gran dolore, Lothar.- ammise in tutta onestà. -Io riservavo grande fiducia in te e tu mi stai pugnalando a tradimento.-
-No, questo non puoi dirlo.-
-Lo dico e lo voglio dire!- tuonò aprendo di scatto gli occhi, i suoi magnifici occhi a mandorla. -È vero, ho promesso, ma ciò nonostante speravo tu cambiassi idea. Invece ti sei incaponito e continui testardo, imperterrito e recidivo nel tuo rifiuto.-
Lothar aprì la bocca per controbattere, quando ritenne più saggio stare zitto. Se era vero quello che gli suggeriva il cervello, ossia che la stava spuntando contro il suo signore, era meglio apparire sottomesso.
Edoardo sbuffò e con noncuranza annunciò:
-Sto sinceramente accarezzando l’idea di spedirti al patibolo. Mi solletica non poco il pensiero di vederti morire. Se non fosse per la malaugurata certezza che, una volta decapitato, non potresti più tornare in vita, ti farei uccidere in svariati modi, per godermi lo spettacolo e per punirti della tua insolenza. Ma, fortunatamente per te e sfortunatamente per me, moriresti una sola volta ed io mi godrei solo un misero spettacolo che mi ripagherebbe in maniera del tutto insufficiente di tutte le volte che mi hai fatto imbestialire. Quindi,- concluse con tono di sfida, alzandosi dalla sedia e mettendoglisi davanti, -verrai con me in Inghilterra e dopo, solo dopo, ti sarà pagata la condotta, così sarai libero di andartene.-
L’altro lo fissò sgranando gli occhi, non riuscendo a capire se stesse sognando oppure Edoardo l’avesse minacciato neppure tanto velatamente.
-Non mi lasci scelta, a quanto pare.- notò.
-Certo che puoi scegliere. Sei libero di scegliere.- replicò sprezzante, un sorriso beffardo sulle labbra e le braccia allargate.
Lothar inspirò furente e con sguardo omicida mormorò:
-Se vuoi punirmi per qualcosa fallo pure, ma non farlo solo perché non posso darti ciò che vuoi.-
Edoardo impallidì visibilmente, come se avesse ricevuto un pugno in pieno stomaco e senza riflettere gli assestò un manrovescio con una forza tale che l’altro barcollò sulle gambe, l’espressione stupefatta e la guancia dolorante. Per un secondo rimasero a fissarsi attoniti, entrambi impreparati a quella reazione; l’attimo successivo Lothar lo strattonò per la blusa e gli assestò a sua volta un manrovescio tale che lo stordì e lo lasciò a bocca aperta. In quell’istante il sassone si rese conto di cosa aveva fatto e deglutì, consapevole che stavolta sarebbe salito al patibolo senza nessuna scusante, neppure che fosse reduce da una sbornia. Vide lo sguardo furibondo di Edoardo e gemette, un attimo prima di sentire il pugno arrivargli in pieno volto. L’urto fu talmente forte che si ritrovò schienato sulla scrivania, mentre il candelabro rovinava a terra con un tonfo sordo e Myrddin balzava dal suo caldo giaciglio. Con la testa che gli scoppiava provò a rialzarsi e lentamente si riportò in piedi, il labbro gonfio e un rivolo di sangue che fuoriusciva dal lato della bocca. Per un lungo attimo rimase a fissare Edoardo, il fiato sospeso, pronto a udire la sentenza di morte e solo quando lo vide scuotere la testa osò pulirsi dal sangue.

giovedì 5 maggio 2011

Cesare Borgia, cardinale e duca Valentino

Cesare Borgia nasce nel 1475, a Rignano Flaminio, tra il 12 ed il 14 settembre, dall'allora cardinale Rodrigo Borgia, in seguito papa Alessandro VI e da Vannozza Cattanei. Avviato alla carriera ecclesiastica dal padre, Cesare viene elevato al galero a diciotto anni, dopo essersi laureato in diritto assieme a Giovanni de' Medici, futuro papa Leone X. Deve il suo nome Valentino alla diocesi di Valencia, della quale il padre lo nomina vescovo prima e cardinale dopo. Ragazzo solare e brioso, amante dell'esercizio fisico e della caccia, si circonda di amici potenti che, in seguito, diverranno suoi capitani di ventura. L'abito talare gli va stretto, non sopporta la vita clericale, tanto che dirà una sola volta messa in tutti gli anni della sua carriera ecclesiastica, nella sua diocesi romana, la basilica di Santa Francesca Romana. Alla morte di suo fratello Juan, di cui si mormora fosse stato lui il mandante senza mai avere prove a suffagio, depone l'abito e, con l'appoggio di Luigi XII di Francia, diviene duca Valentino, nome che gli viene dal Valentinois, ducato concessogli dal re. Il ragazzo allegro svanisce nell'ombra del condottiero, e l'uomo diviene taciturno, malinconico, solitario. Un solo amico gli è veramente vicino e del quale si fida: don Michele Corella, il quale sarà custode dei segreti del suo signore fino alla morte. Il sogno di un'Italia unita lo porta a conquistarsi un ducato che suscita i timori di Francia e Spagna, che vedono minacciare da vicino i loro possedimenti italiani e che tenteranno di tutto per fermalo. In questo periodo della sua vita, il Valentino si affida al genio di Vinci per progettare macchine belliche, per disegnare planimetrie dei territori conquistati e si incontra con il Machiavelli, che la repubblica di Firenze gli invia come ambasciatore. Questi rimarrà talmente affascinato dall'uomo, dal modo in cui fronteggiò i capitani rivoltosi nel "bellissimo inganno di Senigallia", che si ispirerà a lui nel suo "Principe", riconoscendo nel Valentino la pura virtù cinquecentesca che avrebbe dovuto avere un principe guerriero. Il suo cammino si blocca con la morte del padre e con la sua lunga malattia. Nonostante le avversità dell'ultimo periodo della sua vita intensa, dopo una rocambolesca fuga dal castello della Mota in Spagna, è pronto a risorgere ed a tornare in Italia, sorretto dalla devozione delle popolazioni da lui assoggettate. La morte in combattimento, il 12 marzo del 1507 a Viana, metterà fine a tutti i suoi sogni.

lunedì 2 maggio 2011

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