Bracciano, novembre 1496
Non era riuscito a credere nei dispacci che i corrieri portavano a Roma, dove Juan veniva elogiato per le sue eminenti doti militari e, scortato da Ramiro e da Michelotto, era giunto nei pressi del campo di battaglia, per rendersi conto di persona come stavano realmente le cose.
Se, dal 27 ottobre, giorno della partenza delle truppe pontificie, le cose erano andate per il meglio, era stato grazie all'abilità di Guidobaldo di Montefeltro, duca di Urbino, che aveva espugnato i primi castelli, facendo gioire Alessandro VI, il quale non aveva fatto altro che elogiare la competenza del figlio, ignorando volutamente l’abilità del Montefeltro. Solo Cesare aveva subodorato qualcosa di marcio e, infine, si era deciso a partire per vedere e giudicare con i propri occhi.
Il castello, una mole enorme ed inespugnabile, sorgeva come un titano sul paese e sul lago sottostante, svettando con le sue mura massicce e talmente alte che sarebbe stato impossibile anche solo scalfirlo. Per questo motivo, Guidobaldo di Montefeltro lo aveva posto sotto assedio, nella speranza che, con il tempo e con le epidemie, Bartolomea Orsini, moglie di Bartolomeo d’Alviano, si arrendesse. Ma la donna pareva essere la degna compagna del condottiero umbro e con scherno aveva fatto alzare bandiere francesi sugli spalti.
-Ecco svelato l’arcano.- commentò Cesare con un sorriso di soddisfazione dipinto sul volto mascherato. -Non è lui a dirigere le operazioni, ma Guidobaldo. Ramiro.- chiamò.
Il ragazzo si avvicinò, anch’egli con la maschera sul volto e Cesare ordinò:
-Va’ a vedere dove si trova il duca di Gandìa.-
Ramiro spronò il cavallo in direzione del campo degli assedianti e Michelotto si avvicinò a Cesare, silenzioso come sempre, ombra nera tra le tenebre.
-Avevo ragione. Le doti militari vanno al duca di Urbino, eminente cavaliere che stimo e che onoro come un fratello.- mormorò il Valentino.
Michelotto osservò il proprio alito che si condensava al freddo della campagna laziale e restrinse gli occhi per scrutare meglio le tende alzate nel campo. Anche lui, come il suo signore, non capiva come il pontefice fosse così cieco da non notare che non poteva essere Juan il condottiero dei Borgia, bensì il modesto cardinale che aveva al fianco; ma non poteva permettersi di fare simili osservazioni. Conosceva fin troppo bene la forza fisica del suo signore, avendolo visto gareggiare con i più robusti braccianti dell’Umbria e del Lazio, tanto da averne il maggior rispetto possibile e conosceva altrettanto bene la sua risolutezza e la mente tattica che possedeva. Chiunque lo avvicinasse rimaneva vittima del suo fascino, dei suoi modi cavallereschi e del timbro della sua voce, che sapeva usare alla perfezione in qualsiasi situazione. Era lui il condottiero di casa Borgia, non il suo inetto fratello.
Distolse lo sguardo dal campo e lo posò su Cesare, vestito con gli abiti da caccia, la chierica celata da un cappello a larghe tese ed il volto nascosto dalla maschera nera. Com'era possibile non amarlo? Com'era possibile non amare la sua forsennata voglia di vivere, la sua pacatezza, la sua bellezza, la sua aria malinconica che affiorava dietro ogni sorriso, i suoi modi da gran signore e la sua naturale superiorità?
Avvertendo il suo sguardo, il Valentino si girò a guardarlo e rimase a fissarlo attraverso la maschera nera.
Ramiro stava tornando, con un sorriso stupendo sulle labbra e le gote arrossate dal freddo pungente ed arrestò bruscamente il cavallo davanti al suo signore.
-Rinchiuso nella tenda, a tremare come un coniglio.- annunciò.
A quelle parole, Cesare si illuminò e scambiò un’occhiata di silente intesa con Michelotto.
Roma, gennaio 1497
Cesare staccò un acino e lo portò alle labbra, baciandolo dolcemente prima di porlo a Lucrezia. Lei lo mangiò con una sensualità innata, lasciandolo stupefatto ed ammaliato. Non c’era nulla di meglio per dimenticare gli elogi proferiti a Juan, il meno degno di riceverli. Era più bravo Jofre, di questo era sicuro. Se avesse dovuto mettere la propria vita nelle mani di uno dei suoi fratelli, avrebbe senz’altro scelto il più piccolo.
-Sei stupenda.- sussurrò all’orecchio di Lucrezia.
Lei socchiuse gli occhi e Cesare lasciò scorrere la mano sul suo corpo liscio e ben fatto, facendola fremere. Era meraviglioso guardarla mentre si lasciava coccolare, così calda e sensuale da far perdere la testa. Si chinò a baciarla e nel frattempo pensò a chi potesse prendere il posto di Giovanni Sforza. La scelta andava ponderata bene, perché da quella futura unione dipendeva il volgere della politica e la situazione, lo sentiva, stava per prendere una piega imprevedibile.
-Ancora un po’ di uva, mio dolce amore?- domandò.
-No.- rispose buttandogli le braccia al collo. -Ho già tutto ciò che desidero.-
-Dimmelo, allora.- la invitò insinuante.
Lucrezia chiuse gli occhi ma non aprì bocca. Non voleva fargli capire fino a che punto l'amasse, non voleva dargli quella soddisfazione.
Cesare sorrise sardonico e la strinse a sé.
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