Subito dopo la presa di Urbino, Cesare Borgia si ritrova a colloquio con gli ambasciatori fiorentini; io ho semplicemente messo in forma romanzata l'incontro avvenuto secoli fa nel palazzo ducale.
"Altero nel suo indumento nero, il corpo sottile e ben modellato che nascondeva una forza erculea, fissò i due uomini dall'alto in basso, consapevole di incutere soggezione. Il vescovo di Volterra sembrava tranquillo, pronto a intraprendere la discussione notturna, ma Cesare non mancò di notare lo sforzo che faceva per celare l'apprensione. Il suo segretario, un omino smilzo, dagli occhietti tondi e perspicaci in un volto magro e spigoloso, non mostrava segni di inquietudine. Tutt'altro. I suoi occhi scuri brillavano di una luce ammirata, pieni di curiosità e Cesare lo studiò a lungo. Sapeva che entrambi erano lì non solo per discutere ma anche per sondarlo, per capire cosa aveva per la testa e percepì una sottile sagacia nel segretario del vescovo. Doveva stare attento o quell'uomo sarebbe riuscito a entrare nel suo pensiero.
Portò la fialetta di profumo alle narici e iniziò con tono sprezzante:
-La vostra Signoria non ha mantenuto i patti stipulati il maggio scorso e non è mia consuetudine sorvolare su simili ed esecrandi voltafaccia. Se ho chiesto la ripresa delle trattative è solo perché sarà un ultimo esperimento: Firenze deve decidere se mi sarà amica o nemica.-
-Eccellenza,- iniziò Soderini col tono più ragionevole del mondo, -la Signoria vi ha già mostrato la sua...-
-Amica o nemica!- l'interruppe fissando con biasimo la veste episcopale. -Nel primo caso sarà meglio per tutti; nel secondo mi vedrò costretto a declinare ogni responsabilità dinanzi a Dio e agli uomini per i provvedimenti che sarò costretto a prendere. Comprenderete bene che, dato che il mio stato confina con la Toscana, dovrò assicurarmi tali confini. In ogni modo.- aggiunse mellifluo, un sorriso sarcastico sulle labbra.
Soderini sbiancò, deglutì, congiunse le mani e mormorò:
-Firenze non è mai venuta meno agli obblighi presi, anzi: sono qui per ribadire che la Signoria vi tiene in alta considerazione e che gradirebbe mantenere con voi rapporti cordiali.-
Con tono spazientito Cesare rispose:
-Da voi mi aspetto sicurezza, non parole. Se Firenze non vuole patteggiare, sia: continuerò la mia strada senza esitazioni, onde evitare di trovarmi in pericolo. Perché so fin troppo bene che la vostra città non ha buon animo verso di me, anzi: mi lacera come un assassino.-
Il vescovo spalancò la bocca, consapevole di dover difendere la propria città da quelle accuse che sapeva fin troppo lecite e stava per ribattere, quando Cesare riprese con tono più aspro:
-So che siete prudenti e mi comprendete, però ve lo dirò in parole brevi: il vostro governo non mi piace e di lui non posso fidarmi. Dovete cambiarlo...-
Soderini si voltò verso il suo segretario e scambiò con lui un'occhiata attonita. Come si permetteva costui di dire simili frasi? Forse... Forse avevano fatto male a lasciargli l'iniziativa della parola: ora non potevano far altro che cercare di scagionare Firenze e difendersi.
-Dovete cambiarlo,- riprese con tono sferzante, -e una volta mutato, dovrete mantenere fede all'impegno preso con me un anno fa. In caso contrario vedrete molto presto che non intendo continuare a vivere così: se non mi volete per amico, mi avrete per nemico.-
-Ma monsignore... Il nostro governo è degno della massima fiducia e vi ha sempre mostrato amicizia e lealtà.- ribatté Soderini, continuando poi a elogiare la Signoria, dimostrando di saper usare la retorica a menadito.
Cesare ascoltò con distacco, giocherellando con la fialetta di profumo e incurvò le sopracciglia quando il vescovo concluse dicendo:
-Forse si potrebbe fare qualcosa se voleste dare prova della vostra amicizia alla città, magari richiamando da Arezzo il vostro uomo Vitellozzo: egli è una spina conficcata nel cuore di Firenze. Sarebbe un segno della vostra buona volontà.-
-Non aspettate,- scattò Cesare furioso, -che inizi a farvi tali benefici! Perché non solo non li avete meritati, ma li avete demeritati! E comunque,- continuò più pacatamente, -dei fatti di Toscana sono completamente estraneo. Vero è che Vitellozzo è un mio capitano, ma del trattato di Arezzo non ho mai saputo niente.-
Piegò la bocca in un sorriso sardonico e continuò:
-Non sono stato malcontento di ciò che avete perduto, anzi: ne ho avuto piacere.-
I due uomini si guardarono allibiti, intrappolati dal fascino di quell'uomo che trattava Firenze con sommo disprezzo, rallegrandosi dei guai in cui era venuta a trovarsi perché ribellatasi a lui, potente sovrano che dominava la terra. Quelle parole terribili, pronunciate all'interno del palazzo ducale conquistato senza batter ciglio, in un’atmosfera pregna di suggestione, lasciarono i due fiorentini di stucco, impreparati a una simile arringa.
-Comunque,- riprese, -non ho intenzione di carpire chissà che a Firenze. Io,- mormorò più a se stesso che ai due ambasciatori, -non sono per tiranneggiare, ma per spegnere i tiranni.-
Alzò di scatto la testa, lasciando volare i capelli e col tono di chi pensa di essere stato fin troppo esauriente e che non ha altro tempo da perdere, concluse:
-La vostra Signoria deve decidersi senza indugi che non sono più disposto a tollerare.-
I due uomini provarono ad alzare voci di protesta per indurlo a non precipitare le cose e Cesare con gesto secco della mano, disse:
-Tra voi e me non devono esistere mezzi termini: o mi siete amici, o nemici.-
Il tono di congedo non ammetteva repliche e gli ambasciatori si ritirarono scornati.
~
Francesco Soderini camminava nervosamente per la stanza, ripensando al colloquio avuto con il Valentino, incapace di prender sonno. Il suo segretario era seduto al tavolo e stava scrivendo a Firenze tutto quello che era avvenuto, terminando con osservazioni sull'uomo:
"Questo signore è splendido e magnifico, e nelle armi è così animoso che non c'è cosa che gli paia piccola. E per la gloria e per acquistare uno stato mai si riposa, né conosce fatica o pericolo: giunge prima in un luogo, che se ne possa sapere la partenza da dove si leva; si fa benvolere dai soldati ed ha alle proprie dipendenze i migliori uomini d'Italia. E queste cose lo rendono vittorioso e formidabile, aggiunte a una perfetta fortuna."
La firma in calce alla missiva era quella di Niccolò Machiavelli."
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