Bari, 1251
Era la città più grande e importante delle Puglie e se fosse riuscita a svicolare al giogo imperiale, l'intero regno avrebbe innalzato il vessillo guelfo. Gli ambasciatori avevano sempre portato i loro omaggi al principe reggente, accompagnati sempre da vaghe promesse di fedeltà che nessuno si sognava di fare. I baresi speravano che, dovendo sedare altre insurrezioni, Manfredi si allontanasse con il suo esercito, così da potersi dichiarare apertamente a favore del papato senza incorrere nell’ira imperiale. La paura della dannazione eterna era più forte della fedeltà a un imperatore di cui non conoscevano neppure il volto, anche se questo imperatore era il figlio di Federico II.
Il giovane Staufen, che doveva ricevere il giuramento in vece del fratellastro, aveva subodorato qualcosa di poco chiaro. Gli erano state fatte promesse vacue sine die, quando avrebbe desiderato qualcosa di più sostanzioso dalla città più grande del regno, una sicurezza che gli avrebbe consentito di dormire sonni più tranquilli. Fintanto che non avesse ricevuto tutti i giuramenti di fedeltà a Corrado IV, la sua opera era incompleta e non poteva permettersi recriminazioni da parte del fratello.
Giordano e Teobaldo erano inquieti e Manfredi non aveva mancato di notarlo. Anche loro, da uomini d'arme quali erano, avevano fiutato il pericolo, e tuttavia non sapevano come affrontarlo, perché, apparentemente, Bari non si era ribellata e, pertanto, rimaneva intoccabile.
Senza porre tempo prezioso in mezzo, il principe aveva dato ordine di marciare sulla città, in modo da mettere i nicchiosi dinanzi al fatto compiuto e indurli a pronunciare il giuramento di fedeltà direttamente a lui. Non era certo di cosa si sarebbe dovuto attendere da quella città; le parole vaghe dei delegati lo avevano messo sul chi va là ed era meglio porre la potenziale ribelle alle strette prima che fosse troppo tardi.
Ora, accampato a pochi chilometri da Bari, ricevette nuovamente gli ambasciatori che, con la loro magniloquenza, continuarono a offrirgli solo parole e lui li lasciò parlare, ripensando ai colloqui ai quali aveva assistito all’ombra del padre, imparando a gestire la sottile arte della diplomazia e i gesti che sottolineavano il potere.
-Noi siamo certi,- li interruppe dolcemente ma con fermezza, -che la vostra città possa più delle promesse. Questo temporeggiare ci porta a pensare che nascondiate mire diverse dal giuramento di fedeltà. Pertanto, considerato il nostro dovere di reggente, ci vediamo costretti a chiedervi maggiori sicurezze per poter rassicurare il re sulla vostra fedeltà. In caso contrario, non ci lasciate altra scelta se non quella di marciare contro di voi.-
-Eccellentissimo signor principe, la nostra città vi ha sempre portato le sue simpatie e le...-
-E le vacue promesse.- concluse con tono sferzante. -Vi concediamo un giorno di tempo per venirci a porgere il vostro giuramento. In caso contrario, ci vedremo costretti a venire a farvi visita.-
Il tono affettato non lasciò dubbi negli ambasciatori, che si guardarono ammutoliti, incapaci di prendere tempo.
Con ostentata superiorità, Manfredi si alzò dalla sedia da campo e scortato dai saraceni uscì dalla tenda, ritenendo chiuso il discorso.
~
Teobaldo entrò nella tenda da campo di Manfredi e lo vide steso sui cuscini, alla maniera orientale, intento ad accarezzare distrattamente il leopardo che sonnecchiava accanto a lui. Con lo sguardo percorse il perimetro della tenda e ad un angolo vide un paggio che provvedeva a tenere acceso un piccolo fuoco per scaldare l‘ambiente altrimenti gelido e inospitale, e il calore delle fiamme aveva reso rubiconde le sue gote paffute. All’altro angolo lo scudiero del principe si affannava nell’oliare e lucidare la cotta in maglia del suo signore, mentre distesi a terra dinanzi a sé aveva il pugnale e la spada di Manfredi che attendevano di essere arrotati.
-Bertoldo è riuscito a ridurre all'obbedienza Avellino e fino a quella città il regno è fedele.- annunciò Teobaldo tornando a concentrarsi sul principe.
Manfredi annuì soddisfatto, senza smettere di accarezzare il leopardo e l’Annibaldi rimase suo malgrado immobile a fissarlo, così dannatamente bello e così seducente in quella posa rilassata, con il farsetto blu ricamato con fili argentati e agemine che riproducevano l'aquila imperiale, con le calze nere che gli modellavano le gambe lunghe e muscolose, e dovette deglutire per continuare il suo resoconto.
-Napoli, Capua e Nola hanno innalzato il vessillo guelfo, mentre ad Aversa è in corso una guerra civile tra fazioni guelfe e ghibelline.-
-Quale delle due fazioni è in grado di sopraffare l'altra?-
Il ragazzo fece una smorfia accompagnata da un gesto vago della mano e rispose:
-Si equivalgono.-
Manfredi sorrise all'aria sorniona del felide e Teobaldo si avvicinò, curioso e timoroso all'unisono.
-Vorrei accarezzarlo.-
-Fallo.- lo invitò il principe.
Il ragazzo esitò, spostando lo sguardo da uno all'altro. Sebbene fossero anni che viveva accanto al principe, non era mai riuscito ad abituarsi al serraglio di cui amava circondarsi, soprattutto ai grossi felini.
-Mi lacera ammetterlo, ma ho paura.- bofonchiò contrito.
-Non ti farà niente. È stato bene addestrato e con me vicino non si ribellerà.-
-Vorrei avere la tua sicurezza.-
Manfredi rise e con un sospiro Teobaldo si inginocchiò sopra un cuscino di velluto blu, facendo tintinnare la lorica. Trattenne il respiro e allungò la mano tremante verso il leopardo, steso accanto al suo padrone. Esitò ancora e alla sua titubanza il principe gli prese il polso con delicatezza, facendogli posare la mano sulla testa del felino. Questi sbatté la coda, lo guardò sornione con i suoi occhioni color dell’ambra e il ragazzo ritirò di scatto la mano, terrorizzato. Manfredi riprese a ridere e Teobaldo borbottò stizzito:
-Non so come fai a fidarti così.-
-È mansueto e ha pure la pancia piena.-
Il ragazzo esitò, quindi si mise seduto sui talloni e senza staccare lo sguardo dal felide mormorò:
-Prima o poi ti sbranerà.-
-Non è lui che mi sbranerà,- corresse, -bensì questi ribelli che ascoltano incantati i frati predicatori. È Innocenzo che vuole dilaniarmi con i suoi artigli, non il mio leopardo.-
Teobaldo chinò appena la testa annuendo, accettando il suo punto di vista e, tornando in piedi per mettere maggior distanza tra sé e il felino, chiese:
-Cosa intendi fare con Bari?-
Manfredi si alzò agilmente e con aria meditabonda si avvicinò allo scudiero che aveva terminato di arrotare le lame e legò in vita il pugnale e la spada, prima di dire con tono grave:
-Questa situazione è insostenibile. Innocenzo, che non ha mai riconosciuto il testamento di mio padre, ha investito del principato di Taranto, il mio principato, un altro nobile, così da rendermelo nemico. Questo Frangipane farà di tutto per entrare in possesso delle mie terre e cercherà appoggi in suo favore, anche tra gente devota all'impero, pur di sbalzarmi da ciò che mi appartiene. E intanto Innocenzo non fa altro che predicare contro tutta la casata degli Hohenstaufen e ogni giorno fa sempre più proseliti. Corrado è ancora in Germania e non ho idea di quando verrà a prendere possesso del regno.- ammise in un sussurro. -Le ribellioni sono giornaliere e non so per quanto tempo ancora riuscirò a mantenere intatto il territorio.-
Quindi, con gesto sconsolato della testa, concluse passando una mano sulla fronte:
-La gente non mi ama, questo è un dato di fatto.-
-Ma cosa dici?- esclamò Teobaldo attonito, prendendolo per un braccio e costringendolo a guardarlo negli occhi. -La gente non può non amarti. Sei un principe buono, colto, giusto, illuminato, munifico… Solo guardandoti si è pronti a dare la vita per te…- aggiunse deglutendo.
Manfredi allungò improvvisamente la mano per accarezzargli una guancia e lo guardò con condiscendenza, mormorando:
-Anch’io ti amo, Teo.-
Il ragazzo esitò e gli lasciò il braccio, abbassando gli occhi e il principe continuò mormorando:
-Devo riuscire a raggiungere un accordo con il papa. Solo in questo modo porrò fine alle predicazioni contro gli svevi e alle rivolte.-
A quelle parole, Teobaldo tornò con i piedi per terra e con aria grave ripeté:
-Un accordo con il… papa?-
-Già.-
-Stai attento: scendere a patti con il Vaticano può essere frainteso da orecchie che non vogliono ascoltare.-
Manfredi comprese cosa intendesse dire e abbozzò un pallido sorriso, girando per la tenda.
-È l'unica via che ho per mantenere intatto il territorio. Non ho un esercito, le casse sono quasi vuote e la gente non vuole più vivere scomunicata. Le tasse che sono costretto a pretendere servono solo per continuare questa rovinosa lotta contro il papato. Devo accordarmi con il papa per riuscire a consegnare il regno nella sua integrità e nella sua prosperità a mio fratello.-
-Corrado lo capirà? Lui è lontano e non ha idea di quello che sta accadendo qui.-
Manfredi fece qualche altro passo, meditabondo, quindi si fermò e posò lo sguardo glauco sul suo amico.
-Deve capirlo. Questo stato di cose non può durare, tanto più che non ho mai desiderato questa responsabilità.-
Teobaldo rimase in silenzio, provando a immaginare quello che passava nell'animo del figlio di Federico II e con un sospiro gli mise una mano sulla spalla.
-Pensiamo a Bari.- propose.
Manfredi si erse in tutta la sua statura e annuì, girandosi verso la sua cotta in maglia posata su un forziere dallo scudiero.
-Sì, è scoccata l'ora di Bari.-
~
Giordano digrignò i denti e alzando un braccio grugnì:
-Avevi ragione, guarda.-
Manfredi restrinse gli occhi alla vista delle mura della città fatte fortificare negli ultimi giorni e dalle porte chiuse: il suo intuito non aveva sbagliato. A quanto pareva, i messi erano serviti solo per prendere tempo: Bari aveva deciso di ribellarsi e di combattere aspramente.
Fece cenno ai suoi uomini di porre l'assedio e nel frattempo mandò alcuni rappresentanti latori dell'ordine di aprire le porte per lasciare entrare pacificamente il reggente, nell'ultima speranza di evitare uno scontro.
-Sei certo sia la mossa migliore?- bofonchiò Giordano seguendo con occhio critico il manipolo di soldati che si avviava vero le mura.
-Siamo cavalieri e come tali dobbiamo comportarci.- rispose Manfredi con tono deciso. -Sempre, anche se dinanzi ci si presentano bifolchi.-
-Tu ti fidi troppo. Le intenzioni dei baresi mi sembrano sufficientemente ovvie.-
-Anche quelle dei foggiani e poi si sono pacificamente arresi. Non intendo uccidere i sudditi di mio fratello, se Dio mi aiuterà.-
Giordano digrignò i denti, tirò le redini per far girare la cavalcatura e gli si affiancò per guardarlo dritto negli occhi, prima di sussurrare:
-E sia. Sai bene che asseconderò ogni tuo capriccio, ma se devi rischiare la vita per…-
Urla improvvise costrinsero tutti a girarsi verso la porta della città, dove i messi furono ricevuti da una fitta coltre di frecce proveniente dalle bertesche. I soldati che li accompagnavano indietreggiarono, impreparati a quell'attacco che per i baresi rappresentava l'estrema difesa e il loro capitano, Hegano, spronò il cavallo, gridando:
-Dobbiamo ritirarci!-
-Che diavolo sta succedendo?- borbottò Giordano serrando le redini del cavallo, vedendo i soldati arretrare disordinatamente accompagnati da urla concitate.
Per un attimo nel campo regnò sovrano il caos, i soldati tedeschi che si preparavano alla fuga, i saraceni che circondavano Manfredi per proteggerlo, mentre i delegati cadevano ai piedi delle mura della città, trafitti dalle frecce. Manfredi fece in tempo ad alzare lo scudo per proteggersi da un dardo e in un solo istante vide il pericolo nitidamente: se fossero fuggiti, lasciando la vittoria ai baresi, le altre città, che guardavano a Bari come a un faro, si sarebbero sollevate nuovamente e l'opera di suo padre sarebbe andata persa.
-No, non ci pensare neppure!- esclamò Giordano immaginando cosa gli passasse per la testa.
Non lo ascoltò: in un baleno scese da cavallo, eludendo la sorveglianza dei saraceni, urlando con tutto il fiato che aveva in corpo agli uomini di non indietreggiare, sottrasse l'ascia a un soldato e, sotto le frecce che venivano scoccate dalle mura, si diresse impavido verso una porta. Con la forza della disperazione iniziò a colpire il legno massiccio che lo divideva dalla città, senza pensare al pericolo di morte che correva, mentre rimbombavano nelle sue orecchie le grida eccitate degli uomini sui bastioni che incitavano gli arcieri a ucciderlo. Corso al suo fianco, Teobaldo cercava in qualche modo di proteggerlo con lo scudo, mentre con la spada provava a deviare il corso dei dardi, urlando a Manfredi di ritirarsi. Anche Giordano li raggiunse, addossandosi con la schiena al portone per poter coprire Manfredi con il palvese, mentre si univa alle urla disperate di Teobaldo.
Vedere il loro giovane principe ergersi a campione contro i nemici, impavido e sprezzante del pericolo, scortato solo da Teobaldo e da Giordano, rianimò i cavalieri e i soldati che si erano già dati per vinti e urlando il loro grido di vittoria si precipitarono al suo fianco per aiutarlo a scardinare le porte.
Sotto nugoli di frecce, sdegnosi della morte, i suoi uomini gli fecero scudo con i loro corpi e in breve la porta cedette, sotto le urla di acclamazione dei ghibellini e quelle di rabbia dei guelfi.
Con occhi adamantini, corroborato dall’incredibile quanto inaspettata vittoria, Manfredi scambiò un’occhiata con Teobaldo e Giordano, quindi si avvicinò all'alfiere e, preso il gonfalone con le insegne imperiali, entrò nella città seguito dai suoi uomini. I ribelli si diedero alla fuga, mentre il resto della popolazione si arrese, temendo una rappresaglia.
Teobaldo si fece largo tra la folla e riportò il cavallo a Manfredi, che vi montò soddisfatto ma con l'usbergo macchiato di sangue.
-Mio Dio, cosa ti hanno fatto? Sei ferito?- chiese preoccupato Giordano, arrivando al suo fianco.
-Non è il mio sangue, bensì quello dei miei valorosi cavalieri che giacciono privi di vita dinanzi a questa porta. Da’ ordine di demolire le difese della città e fa' che tutti sappiano della nostra vittoria. Bari deve essere da esempio.-
-Sarà fatto!- esclamò e si allontanò di corsa, sparendo tra la folla.
Teobaldo comprese il monito insito in quelle parole: se Bari, la più forte città, era stata conquistata, le altre, se mai si fossero ribellate, non avrebbero avuto nessuna possibilità di successo. Con un sorriso di trionfo esclamò:
-Che vittoria!-
Manfredi abbassò lo sguardo per guardarlo, in piedi accanto al suo cavallo, quindi ordinò:
-Dai disposizioni affinché nessuno importuni la popolazione. Poi fai condurre una delegazione da me.-
Il ragazzo ubbidì e Manfredi, preso il mantello imperiale che gli porgeva un paggio, lo indossò e si avviò verso la rocca, circondato dalla sua coorte di saraceni.
Nessun commento:
Posta un commento