giovedì 9 aprile 2009

Roma vista da me

BEATRICE CENCI
(Roma, 12 febbraio 1577 - Roma, 11 settembre 1599)


Avete mai imparato a sciare? Io ci ho provato quando ero ragazzina e la cosa mi ha talmente impressionato che ho preferito scendere con lo slittino per il resto della vita. E' un piacere enorme quando sfrecci sulla neve indurita, quando il gelo ti sferza le gote ed il naso fino a renderli rossi come un ubriaco e senti l'adrenalina aumentare con l'aumento della velocità. Lo è un po' meno quando ti imbatti in un punto dove la neve è soffice e lo slittino ti si inchioda e tu sfrecci sopra di lui fino a ruzzolare giù come una palla impazzita. E' un miracolo se non ti rompi nulla e rimani a sedere mezzo intontita prima di scoppiare a ridere per la scena buffa con la quale hai dato spettacolo.
-Beata te che puoi godere delle gioie della vita.-
Sbatto gli occhi al suono di quella voce sommessa e malinconica e mi alzo da terra, sgrullandomi la neve di dosso. La vedo, accanto ad un albero dalle fronde basse, l'abito candido come la neve e rimango a fissarla a lungo, rapita dalla sua bellezza che non riesce a nascondere il dolore. Esito a lungo e chiamo titubante:
-Beatrice Cenci?-
Annuisce appena e sorride indicando la propria testa.
-Preferisco non muoverla troppo: dopo sarei costretta a raccoglierla. Durante tutti questi secoli,- commenta in un borbottio, -ancora non sono riuscita a capire come fare per riattaccarla.-
Rabbrividisco, a dispetto del caldo provocato dalle tante discese con lo slittino e porto istintivamente una mano alla gola, come a sincerarmi che ci sia ancora.
-Vuoi vedere?- mi domanda e senza attendere risposta si prende la testa tra le mani e la stacca dal collo.
A quella vista raccapricciante divento più bianca della neve ed un attimo dopo mi ritrovo di nuovo seduta per terra, gli occhi sgranati per l'orrore. Mi sembra di vivere un incubo scozzese, dove i fantasmi girano indisturbati nei meandri di castelli antichi e fatiscenti. Tremando appena mi metto in ginocchio e porto le mani in avanti, a mo' di scudo e supplico:
-Ti prego, ricomponiti.-
Lei lo fa ed io rinsanguo visibilmente. Mi rialzo con lentezza, ancora sconvolta e mormoro:
-Comprendo il tuo stato d'animo e mi spiace per quello che hai passato.-
Sospira mestamente ed io ricordo con chiarezza la brutalità e la crudeltà di suo padre, Francesco Cenci, nobile romano gottoso e rognoso, erede di una ingente fortuna che lui, con il suo stile di vita, aveva sperperato.
-Già.- mormora, come se mi avesse letto nella mente. -Soldi ereditati da suo padre e che è stato costretto a versare come risarcimento alle famiglie dei giovani da lui crudelmente sodomizzati.-
Faccio una smorfia, pensando che gli uomini non cambieranno mai e domando:
-E' per questo che non voleva farti maritare? Per non dover pagare la dote?-
-Esattamente. I miei stessi fratelli hanno provato più volte a parlare con il pontefice per spiegargli l'impossibilità di vivere accanto ad un mostro simile, ma il papa, ben conoscendo la situazione, non ha potuto far nulla, se non esiliare i miei fratelli maggiori.-
-Pertanto, tu e gli altri siete rimasti alla sua mercè.-
China appena la bellissima testa ed i lunghi capelli castani le incorniciano il volto dalle guance ancora paffute.
-Io e la mia matrigna, Lucrezia, siamo state rinchiuse nella rocca di Petrella Liri, in Abruzzo, in modo tale che lui potesse continuare a trattarci con estrema violenza lontano dagli occhi di Roma. I suoi continui soprusi, le sue svariate sevizie, alla fine mi hanno costretto a chiedere aiuto. Ho scritto alcune lettere al papa, Clemente VIII Aldobrandini, per spiegargli in quale situazione ci trovavamo io e Lucrezia ed ho scritto lettere anche ai miei fratelli maggiori in esilio, nella speranza che qualcuno venisse a liberarci.-
-Ci sei riuscita?-
-Sì, le lettere sono giunte a destinazione, ma nessuno si è preso la briga di aiutarci. Le mie erano parole al vento. Auspico che oggi si dia più credito ad una fanciulla che versi nello stato pietoso in cui ho vissuto io.-
-Per certo, oggi le tue lettere non sarebbero cadute nel vuoto.-
Sorride soddisfatta ed alza lo sguardo all'albero carico di neve che svetta alle sue spalle, commentando lapidaria:
-Allora, la mia morte è servita a qualcosa.-
-Indubbiamente. Le donne romane hanno guardato a te come ad una vittima e come tale ti hanno onorata nei secoli.-
-E' già qualcosa.- risponde con un cenno impercettibile della testa, gli occhi dolci velati di lacrime.
Mi soffermo sul suo turbamento e non riesco a dirle che, in fondo, era una colpevole che, oggi, avrebbe potuto usufruire delle attenuanti.
-Una di quelle lettere,- riprende a raccontare, -giunse nelle mani di mio padre ed io venni brutalmente percossa. Ero certa che sarei morta sotto i suoi colpi, ma ne uscii con un po' di ossa rotte e molte ecchimosi.-
-Tuo padre non andava per il sottile.- commento acida.
-No. Era un mostro, nel vero senso della parola. E quando, nel 1597, si trasferì definitivamente a Petrella, per me e Lucrezia fu la fine.-
-E' stato allora che hai iniziato a pensare all'omicidio?-
A quella parola gli occhi le si illuminano e sembrano prendere fuoco come tizzoni ardenti, mostrando tutta la voglia di vivere che aveva.
-Già.- sussurra in un sogghigno. -Solo la sua dipartita ci avrebbe liberato dalla sua violenza. Non credi?-
Rimango un attimo in silenzio, ripensando a tutti i processi subiti da Francesco per la sua crudeltà e tutte le volte condannato, e mi domando se, in questo caso, la vittima non sia giustificata. Ma non sono un leguleio, non capisco nulla di leggi e mi astengo dal rispondere.
-Si dice che tuo padre avesse abusato di te sessualmente.-
-No, non giunse a tanto, per mia fortuna.- risponde nauseata.
-Hai organizzato tu il parricidio?- domando.
-Io, con la connivenza di Lucrezia e dei miei fratelli Giacomo e Bernardo, con il castellano Olimpio Calvetti ed il maniscalco Marzio da Fioran.-
-E come avete agito?-
-Be'…-
Esita e si morde le labbra, mentre le guance le si imporporano, rendendola ancora più bella.
-A dire il vero, i primi due tentativi fallirono.-
-Due tentativi?- ripeto incredula.
-Eravamo un po' maldestri, devo ammetterlo. Noi non eravamo avvezzi a far del male. La prima volta provammo con il veleno e la seconda con un'imboscata, e sono giunta alla conclusione che questi due tentativi andati a male fossero un avvertimento divino, un tentativo di dissuadermi dal portare a compimento l'opera.-
-Ma non gli hai dato ascolto.- faccio notare con un vago gesto della mano.
-No, infatti. Ma il terzo riuscì. Mio fratello Giacomo mi procurò l'oppio per stordirlo e dopo che si fu addormentato, Marzio gli spezzò le gambe con un martello, mentre Olimpio lo finì conficcandogli un chiodo alla base del cranio e uno nel collo.-
Inorridisco alla raccapricciante scena che mi rimanda la mente e scuoto la testa, inalando a pieni polmoni il freddo dell'inverno.
-Quindi tentammo di simulare un incidente, facendo credere che fosse caduto dalla balaustra. Quando, due giorni dopo, il corpo fu rinvenuto, seguì il funerale ed il seppellimento e noi tornammo finalmente a Roma.-
Il suo racconto freddo e distaccato gareggia con il clima rigido, ma non me la sento di accusarla; in finale, si è solo difesa con le proprie mani, visto che nessuno accorreva alle sue invocazioni di aiuto.
-Ma poi si iniziò a sospettare di omicidio.- ricordo.
La vedo chiudere gli occhi ed inspirare a fondo, prima di ammettere:
-Sì. Il suo cadavere fu esumato e risultò chiaro che non si trattava di incidente. E visto che tutta la famiglia lo odiava, i sospetti caddero subito su noi.-
-Foste imprigionati.-
-Sì, tutti quanti. Olimpo ammise le sue colpe e poco dopo lo uccisero. E lo stesso Marzio, torturato a morte, confessò prima di morire. Anche i miei fratelli confessarono. Solo io, all'inizio, mi dissi estranea ai fatti, ma dopo la tortura della corda, dovetti ammettere la mia colpa.-
-Confessione spontanea, vero?- commento sarcastica.
-Il papa decise di dover dare il buon esempio per cercare di arginare la violenza che dilagava nell'Urbe.- rispose con disprezzo. -Che ci vuoi fare? A quei tempi la tortura era tollerata, anzi, la si esigeva. Solo ai nobili era risparmiata, ma per noi il papa fece un'eccezione.- aggiunge con disprezzo.
-Ma ci fu un processo che coinvolse e fomentò tutta Roma…-
-Certo, ma ormai Clemente VIII aveva deciso che io dovevo essere il monito per tutti coloro che osavano ribellarsi.-
-So che al patibolo siete andati in tre: tu, Lucrezia e Giacomo.-
-Sì. Bernardo, che era giovane, fu risparmiato. A noi ci portarono nella piazza di Castel S. Angelo, in modo che tutta Roma potesse godere dello spettacolo. Ci furono tagliate le teste con una spada: prima Lucrezia, poi io. Mio fratello subì anche una tortura atroce durante il tragitto e sul palco venne squartato.-
Deglutisco e sento che conclude sconsolata:
-Tra la folla c'era pure Caravaggio.-
Rimango attonita e perplessa e guardo quel volto giovane e bello che emana una dolcezza infinita e mi domando come si è potuto infierire su una simile creatura che aveva solo voglia di vivere e che le era stata negata dagli eventi. E' morta due volte e di questo tutta Roma dovrebbe rammaricarsi.
-Anche tu sei pronta a condannarmi?- s'informa studiandomi.
Scuoto la testa e rispondo con fermezza:
-No, assolutamente. C'è tanta gente al mondo che ha fatto cose peggiori di te e che vive liberamente.-
-Io so solo ciò che ho fatto io e non mi pento. Tanto,- conclude amaramente, -se non mi avesse ucciso la mano del boia, mi avrebbe uccisa mio padre. Per me, il finale non sarebbe cambiato.-
-Roma ti ha visto morire con dignità.-
Alza il mento fieramente e mi fissa a lungo, prima di mormorare:
-Anche una giovane come me poteva mostrare come si muore. Avevo ventidue anni e per me abbandonare questa valle di lacrime ha solo significato iniziare a vivere.-
Esito dinanzi a questo commento, ma poi comprendo e sorrido annuendo. La vedo farmi un inchino di complicità e le rispondo goffamente, scatenando la sua ilarità. Rimango incantata dinanzi alla sua gioia e rido anch'io con lei, fino a quando la mia attenzione è catturata da uno scoiattolo che si affaccia da un ramo imbiancato dalla neve. Lo guardo per un attimo, quindi torno a posare gli occhi su di lei, ma non la distinguo più e la neve candida torna a predominare, purificatrice e silenziosa testimone.

lunedì 6 aprile 2009

Roma vista da me

RAFFAELLO SANZIO (Santi)
(Urbino, 6 aprile 1483 - Roma, 6 aprile 1520)


La canicola romana, per noi romani, è un incubo. Non solo il sole estivo picchia sodo, facendo la felicità delle cicale, ma ci si mette anche l'umidità a rendere tutto più insopportabile. L'asfalto si scioglie sotto i piedi, si lasciano le impronte lungo i marciapiedi e si gronda sudore peggio della fontana di Trevi. Nei giorni del solleone Roma è una città piena non di uomini, ma di pesci simili ad esseri umani che boccheggiano. E allora, ligi al buoncostume, noi cittadini dell'Urbe arroventata ci dedichiamo alla "pennichella", giusto per fuggire le ore più cocenti. Io non faccio eccezione. Dopo il pranzo cedo al cosiddetto "abbiocco" romano e svengo letteralmente sul letto, dove le lenzuola sono più bollenti dell'asfalto.
E mentre me ne sto lì in catalessi a fissare il soffitto, attenta a non muovere un solo muscolo per cercare di sudare il meno possibile e, di conseguenza sperare di sentire meno caldo, annuso all'improvviso un odore che ha un che di familiare: i colori sulla tavolozza. Mi volto e lo vedo, in piedi, dritto accanto al mio letto, in mano un pennello e l'occhio critico che osserva il soffitto come me poco prima.
-E' interessante tutto bianco,- commenta alzando la mano ingioiellata, -ma io proverei a dargli un tocco di colore.-
Scatto seduta e lo fisso attonita, incapace di aprire bocca ed istintivamente mi sistemo i capelli, un vezzo tutto femminile dinanzi ad un personaggio di cotanto spessore, che ha fatto girare la testa e tutte le donne che incontrava.
-Mio Dio… Raffaello…- sussurro e subito dopo arrossisco imbarazzata, ripensando ai miei miseri disegni attaccati alle spoglie pareti di casa, che cercano vanamente di trasmettere un minimo di calore.
Lui abbassa lo sguardo e mi sorride con estrema dolcezza.
-Io, per servirti.- e s'inchina elegantemente.
-Be'… per servirmi…- ripeto trasecolata, indecisa, in un barlume di pudicizia, se scendere di volata dal letto ed andare a staccare tutti i disegni.
-Desideri che affreschi il tuo soffitto?- si offre con estrema amabilità.
Accidenti! Affrescarmi il soffitto? Sbatto gli occhi come per svegliarmi da un sogno e per un secondo accarezzo l'idea, la splendida idea di avere un Raffaello in casa mia, inedito e tutto per me. Possedere un'opera simile mi darebbe letteralmente alla testa e diniego seppur controvoglia.
-Sarebbe un onore immenso che non merito.- ammetto.
-Sciocchezze. Lo farei ben volentieri, dopo questi secoli di oblio… A lungo andare la mano si atrofizza e per noi pittori è un evento terribile.-
-Ti ringrazio, ma non dormirei più, intenta ad osservare il tuo affresco notte dopo notte. Piuttosto,- inizio cambiando discorso, -perché non mi parli di te?-
Lo vedo grattarsi distrattamente la cute, l'aria assorta, e poco dopo posare il pennello sul mio comodino e sedersi accanto a me. Mi sorride accattivante ed io rimango incantata dinanzi alla sua celeberrima bellezza.
-Cosa vuoi che ti dica? Sono nato per dipingere. Non ho fatto altro per tutta la mia breve vita.-
-A parte correre dietro alle gonnelle.- sottolineo pungente.
Ride di gusto ed annuisce, un secondo prima di accarezzarmi il volto con delicatezza. Rimango esterrefatta e mi accorgo che lui mi osserva attento, prendendo nota dei miei lineamenti, con l'occhio critico del pittore. Non è un segreto che lui, il "divino Raffaello", abbia amato oltremodo le donne di ogni costume, ricevendo in cambio il loro amore eterno, tanto che al suo funerale tutta la Roma femminile seguiva il corteo piangendo a dirotto. Mi scuoto dall'oblio e torno sufficientemente lucida per dire:
-Sei di Urbino, la città dei Montefeltro.-
-Sì, nato durante il principato di Guidobaldo, figlio del grande Federico.-
-La corte dei duchi di Urbino era facoltosa e ridondava dei massimi esponenti in tutte le arti e le scienze. I Montefeltro erano veri e propri mecenati illuminati.-
-Vero. Mio padre, Giovanni Santi, era un pittore ed i primi anni li ho trascorsi con lui, alla corte dei Montefeltro. E' stato lui ad indirizzarmi verso questa sublime arte, fino a quando sono rimasto orfano ancora bambino. Allora ho frequentato la bottega di Pietro Vannucci, detto il Perugino ed ho imparato tanto presso questo pittore di grandissima fama. La mia prima commissione è stata una Pala per Città di Castello quando ero ancora adolescente.-
-La città dei Vitelli.-
-Esattamente.-
-Quindi, hai lasciato Urbino in giovane età.- noto.
-Morti i miei genitori, non avevo nulla che mi trattenesse lì, a parte la mia sorellina Elisabetta.-
-Tu hai vissuto il periodo di maggior rilievo artistico del nostro paese, l'invidiatissimo ed ineguagliabile Rinascimento italiano.-
Rimane in silenzio per un lungo momento ed io inizio a credere che non mi abbia udita. Ma poi alza una mano e la muove dinanzi ai miei occhi, fin quando, sospesi nell'aria, mi appaiono i suoi capolavori, uno dietro l'altro, dalla Scuola di Atene alla Fornarina, dalle varie Madonna con il bambino alle Stanze Vaticane ed io per poco non ho un colpo apoplettico. L'emozione è così forte che rimango di granito, senza fiato, gli occhi sgranati dinanzi a quelle meraviglie uniche ed irripetibili. Se solo il mondo intero potesse vederle…
-Ho lavorato ed assorbito le tecniche dei maggiori pittori e scultori del mio tempo e di quello precedente: Perugino, Luca Signorelli, Pinturicchio, Leonardo, Michelangelo, Bramante, i Sangallo, Piero della Francesca, Verrocchio, Donatello, Masaccio, Giotto, Beato Angelico…-
Al solo udire quei nomi vengo colta da vertigine ed impallidisco: cosa sono io in confronto a questo giovane che ha avuto la fortuna di vivere fianco a fianco con geni simili? E divenire lui stesso un "divino"? Mi gira la testa al solo pensiero e lui se ne accorge. Mi tocca un braccio ed io sussulto involontariamente, tornando con i piedi per terra. Lo fisso attonita, notando la sua bellezza delicata, i suoi occhi grandi e limpidi, la sua bocca piena e piccola, i capelli che gli lambiscono le spalle e comprendo il motivo per cui tutti lo amavano.
-Non è un caso che ti hanno soprannominato "Il divino Raffaello".- commento in un sussurro.
-Io ho solo assorbito e riunito in me tutti questi pittori che stimo oltremodo e che ho sempre ritenuto i miei maestri, cercando di dare vita ai loro studi.-
-Tu… sei un genio della pittura. I tuoi ritratti sono… praticamente perfetti.-
-Un artista non considera mai terminata un'opera. Leonardo non considerò mai terminata la sua Gioconda, sebbene io la considerassi perfetta già ai tempi di Roma.-
-Oh, Roma…-
Per un attimo rimaniamo in silenzio, ognuno perso in reconditi ricordi, mentre le sue opere continuano a scorrere dinanzi ai miei occhi, catturando il mio sguardo ed il mio cuore.
-Dopo Firenze, sei venuto a Roma.- ricordo.
-Sì, presso papa Giulio II Della Rovere. Ero accompagnato da Bramante, che mi ha introdotto alla corte papale.-
Be', a quanto pare, anche allora andavano di moda le raccomandazioni.
-E qui hai affrescato le Stanze Vaticane.- sospiro rapita.
Mi guarda di sottecchi e sorride.
-Sì, nello stesso periodo in cui Michelangelo dipingeva la Cappella Sistina.-
-Mio Dio… Quale spettacolo di mirabile bellezza deve essere stato… Tu in una stanza e Michelangelo in quella accanto…-
-Non era la prima volta che accadeva un fatto simile: per l'affresco nel Palazzo Vecchio di Firenze, erano stati chiamati Leonardo e Michelangelo, i quali dovevano lavorare schiena contro schiena. E tu sai quanto quei due geni si odiassero.-
-Cosa avei dato per poter vivere in quegli anni di risveglio artistico e culturale!- sospiro rapita.
-Erano tempi duri, non dimenticare.- mi rimprovera dolcemente.
-Oh, ma tu parli di Michelangelo e pretendi che io non rimanga incantata da un simile personaggio che ha regalato al mondo un capolavoro come la Cappella Sistina.-
-In effetti ero anch'io un suo estimatore e, per omaggiarlo, l'ho raffigurato nei panni di Eraclito nella Scuola di Atene.-
-Così come hai raffigurato Leonardo e Bramante.-
-Vero. Personaggi simili, di tale levatura artistica e scientifica, non si incontrano spesso nella vita.-
-Sacrosante parole. Sei stato il pupillo di Leone X, papa Medici.-
-Sì, è vero. Io e lui la pensavamo uguale in fatto di gusto per l'estetica, amore per il lusso, la buona cucina e le buone cose che ci dona la vita, tranne le donne.-
-Già. Tu le amavi da morirne, mentre lui preferiva i giovani.-
-Non giudicarlo solo per questo. E' stato un papa del suo tempo.-
-Non lo giudico affatto. Anzi: se ritieni che possa avere dei pregiudizi, allora non mi conosci.-
Mi fissa attentamente, quasi a sondarmi ed io rimango incatenata ai suoi occhi, un libro aperto per lui. Quando lo vedo piegare le labbra in un sorriso di accettazione, mormoro:
-Tu hai ridato splendore a Roma e la tua luce si riflette ancor oggi.-
Rimane un attimo in silenzio ed io sbircio il suo profilo delicato, chiedendomi per quale recondito fine il Signore avesse deciso di riprendersi la vita di questo giovane che tanto avrebbe potuto dare all'umanità.
-Ricordo che quando vidi la Gioconda, rimasi praticamente paralizzato: era di una bellezza così irreale, sensuale, sfuggente, che ho invidiato la felice mano del maestro. Non ho fatto nulla di così grandioso, ma solo quello per cui venivo pagato.-
-Non hai fatto nulla?!- ripeto scandalizzata. -Ma se il papa stesso ti nominò direttore della Fabbrica di S. Pietro, accanto ai Sangallo!-
Mi guarda dritto negli occhi e trattengo il gemito di soggezione di fronte ad un simile pilastro dell'umanità che, oltre ad essere eccelso, è gentile, dolce e modesto, sebbene ignorante nel senso originale della parola. Lo vedo piegare le labbra in un sorriso ed alzare le spalle in segno di rassegnazione e con tono mesto spiegare:
-Io non avrei saputo maneggiare una spada come Guidobaldo di Montefeltro, come il Carmagnola, come il Gattamelata o come Giovanni dalle Bande Nere, ma sapevo usare il pennello e mi è parsa la cosa più naturale del mondo metterlo al servizio dei potentati.-
-Il pennello al posto della spada… Tu sì che possiedi un animo nobile. E' per questo che noi romani ti amiamo e ti abbiamo sepolto nel nostro Pantheon, degno di riposare al fianco dei nostri re.-
In quel momento davanti ai miei occhi appare la Trasfigurazione, l'ultima sua opera ed un attimo dopo lo vedo alzarsi dal letto ed allungare la mano, come per riprendersi le sue meraviglie. I suoi incantevoli dipinti iniziano a sfumare lentamente, lasciandomi smarrita, gli occhi mobilissimi in cerca di quei quadri che hanno segnato un'epoca e mi rendo conto, mio malgrado, che anche lui se ne sta andando, lasciandomi di nuovo sola. Lo vedo che si china leggermente e mi posa un bacio in fronte, prima di sussurrare:
-Un giorno, forse, farò il tuo ritratto.-
Deglutisco ad una simile prospettiva ed arrossisco come una scolaretta, mentre la canicola torna ad assalirmi con il suo pesante carico di umidità. E mentre sbatto gli occhi, ancora stordita, qualcosa attrae la mia attenzione, qualcosa che mi lascia con il fiato sospeso e gli occhi spalancati: il pennello che il "divin pittore" ha lasciato a suo perenne ricordo sul mio comodino.

domenica 29 marzo 2009

Roma vista da me

BENVENUTO CELLINI
(Firenze, 3 novembre 1500 - Firenze, 13 febbraio 1571)


Credo non ci sia nulla di più piacevole che andarsene in vacanza dopo un intero anno lavorativo, dimenticando le arrabbiature, le delusioni, le battaglie verbali con l'eccentrico, con il perfettino, con l'ignorante, con il saccente e con il prototipo del cafone romano. Sì, perché noi romani, quando ci mettiamo, sappiamo essere ignoranti e sgradevoli come pochi altri al mondo. Inutile illuderci. Allora, dopo un intero anno a combattere con gente simile, la vacanza sembra una vera manna dal cielo, un modo per ritemprarsi e fare rifornimento di buonumore per poter sopravvivere ad un altro anno di duro lavoro.
E' meraviglioso starsene su una barchetta a remi a crogiolarsi sotto il sole, sopra un lago piatto ed invitante, la mente vuota ed il cinguettio melodioso degli uccellini che corrobora lo spirito abbrutito dal caos cittadino. E poi, se decidi di fare un bagno rinfrescante, hai la possibilità di godere della fauna marina che pullula, vive e prolifica sotto la barchetta. E non solo la fauna: anche un uomo ormai in là negli anni, che se ne sta lì, sul fondale, accovacciato su uno scoglio sommerso, le braccia incrociate e l'aria bellicosa.
-Era ora.- esordisce acido. -E' da un bel po' che ti aspetto e tutta questa umidità non fa certo bene alle mie povere giunture.-
Sgrano gli occhi incredula e porto la mano alla maschera ed al boccaglio che indosso, prima di dire:
-Benvenuto Cellini?- e mi domando come diavolo faccio a comunicare con lui sotto la superficie del lago.
-Io, sì, in persona.- ribatte con tono burbero e cipiglio fiero.
-Ma… cosa ci fai qui?- domando sorpresa ed in quell'istante mi accorgo che è il mio pensiero a parlare, non io.
Lo sento borbottare qualcosa di inintelligibile, circondato da un branco di bellissimi pesciolini gialli e rossi, prima di bofonchiare:
-Aspettavo te. Chi altri?-
-Be', tutto ciò è alquanto lusinghiero e sono onorata di trovarmi al tuo cospetto…-
-Dacci un taglio, figliola e vieni al sodo: cosa vuoi sapere?-
Santo cielo! Ma allora è proprio vero che Cellini era scontroso, irascibile, attaccabrighe e violento, al pari del suo genio. Sì, perché nel Rinascimento italiano un solo nome si ergeva al di sopra di tutti gli altri in fatto di arte orafa: Benvenuto Cellini. E non solo orafo alla corte papale e coniatore della zecca, ma anche scultore, visto e considerato che ci ha lasciato in eredità un Perseo di mirabile bellezza.
-So che sei nato a Firenze, la città dei Medici, da un suonatore di flauto.- inizio, ignorando volutamente la sua maleducazione.
Fa una smorfia e con la mano scansa i pesci in malo modo, prima di controbattere:
-Discendo da un capitano di Giulio Cesare.-
Sorvolo su quell'affermazione inventata di sana pianta e continuo:
-Sei stato amico di Michelangelo, che tu hai sempre considerato un idolo ed un modello da seguire.-
Gonfia il petto come un attempato pavone e subito dopo dal naso gli escono migliaia di bollicine d'aria che provocano la mia ilarità.
-Quale amicizia, eh? Puoi vantare lo stesso?-
-No, purtroppo no.- rispondo alzando le spalle.
-A quel tempo, nella Signoria, si incontravano persone fuori del comune.-
-Non stento a crederlo. Ma tu a Firenze non ci sei rimasto a lungo.- faccio presente.
-Vero. Mi sono spostato a Roma non ancora ventenne, presso papa Leone X Medici, il quale mi ha preso a servizio come incisore della zecca e suonatore di flauto. Ma questo secondo mestiere lo facevo solo a ricordo di mio padre.- ammette con una certa riluttanza.
-Un bel lavoro.-
-Sì.- conviene con superficialità, osservandosi le punte delle dita. -Ero un genio: tutto ciò che toccavo trasformavo in oro. Un dono che nessun altro, nel corso dei secoli, è riuscito ad avere.-
-La modestia non è il tuo forte, vero?- replico con evidente sarcasmo.
Vedo le sue narici dilatarsi dall'ira e con stizza ribadisce:
-Checché tu ne dica, il mio era un dono che tu, sicuramente, non hai e mai avrai.-
-Un dono, sì, ma lo usavi male.- gli rammento, per nulla intimorita dalla sua arroganza. -Non facevi che giocare d'azzardo ed andare a donne, ignorando tua moglie, ed ogni volta avevi problemi con la giustizia.-
Lo vedo sbuffare con irritazione e portare una mano al fianco, in posa prosaica, l'aria meditabonda ed infine china appena la testa ed ammette:
-Era l'unico inconveniente che mi costringeva a cambiare repentinamente città. Ma a Roma sono sempre tornato. Il fascino dell'Urbe è irresistibile.- ammette annuendo.
-Ed a Roma stavi, durante il sacco del 1527.-
Lo vedo sogghignare strafottente e mi sistemo meglio la maschera sul naso per osservarlo più nitidamente. Quest'uomo, un genio nel far uscire dalla sua fucina monete, monili, medaglie, intarsi e via dicendo, era, tutto sommato, un mezzo delinquente, un furbacchione, un ladruncolo che si spacciava per erudito e che riusciva a farsi perdonare ogni marachella, ogni omicidio, ogni rissa grazie al tocco magico delle sue mani. Un novello re Mida.
-Sì, ero a Roma quando giunsero i lanzichenecchi di Georg von Frundsberg. Mi sono offerto di divenire artigliere del papa, Clemente VII Medici, ed è stato un mio proiettile, sai, ad uccidere il Conestabile di Borbone ed a ferire il principe Filiberto d'Orange.-
-Tu?- esclamo inarcando le sopracciglia.
-Io, sì!- ringhia furente, convinto che non gli credessi.
-Ottimo.- rispondo malleabile, per calmarlo. -Potevi ammazzarne altri, visto che c'eri.-
-L'ho fatto. Ho anche provato ad accoppare quel vecchio volpone del Frundsberg, ma non ci sono riuscito. Vedere Roma devastata da quell'orda barbarica… Ah, quale atroce spettacolo!- esclama con un gesto della mano.
-Comunque, papa Clemente ti nominò mazziere in seguito al tuo servigio e sei rimasto a Roma fino…-
-Fino a quando,- conclude per me, -il papa si è accorto che facevo la cresta sull'oro destinato alla zecca e sostituivo i metalli buoni con quelli vili e falsificavo le monete e via dicendo.-
Sgrano gli occhi dinanzi alla sua ammissione e chiedo:
-E' vero?-
-Certo.- risponde fiero. -Per questo, dopo che il papa mi aveva condannato a morte, ingiustamente secondo me, sono fuggito a Napoli, presso una delle mie amanti. Ma poi, al cambio di papa, sono rientrato nell'Urbe, per poi fuggire di nuovo a gambe levate, riparando in Francia presso re Francesco.-
-Il munifico Francesco I?- ripeto incredula.
-Lui, proprio lui, quel gigante in persona.- borbotta, in qualche modo contrariato dal ricordo.
-Era davvero così alto?- m'informo curiosa.
-Altissimo. Suppongo arrivasse a due metri; non ho mai più visto un uomo simile in vita mia.- risponde pensieroso, grattandosi il mento barbuto.
-E poi?- domando, conquistata dalla sua vita avventurosa ed irriverente.
-E poi… I francesi, quei bastardi di prima categoria, non mi hanno trattato affatto bene ed io ho rifatto fagotto e sono tornato a Roma.-
-Roma… Sempre Roma.-
-Eh, che vuoi…- sospira malinconico. -La città eterna era la mia gallina dalle uova d'oro. Il guaio è che la stessa gallina si è arrabbiata e mi ha rinchiuso in Castel S. Angelo per una… sciocchezza commessa durante il sacco del '27.-
-Una sciocchezza?- ripeto chinando appena la testa per sbirciarlo di sottecchi, maledicendo l'acqua che non mi fa vedere le giuste proporzioni.
-Mi accusarono di aver rubato nelle casse. Tst! Che taccagni!-
-Ci risiamo.-
-Erano trascorsi tanti anni, undici per l'esattezza ed io non ci pensavo più. Ovvio, non trovi? Ma, a quanto pare, qualcun altro ci aveva pensato al posto mio, rimuginando ed aspettando il momento favorevole.- commenta acido. -Quel Pier Luigi Farnese ce l'ha sempre avuta con me, bastardo pusillanime!-
-Suppongo avrà avuto i suoi validi motivi.- borbotto.
Mi fissa a lungo, con sguardo truce ed istintivamente deglutisco, ammonendomi di non commettere altri errori.
-E poi dicono a me che sono scontroso!- sibila.
Provo, per quanto l'acqua me lo concede, a fare un gesto di scusa per non irritarlo maggiormente e continuo con noncuranza:
-Allora? Ti hanno rinchiuso.-
-Sì. E lì ho bestemmiato, ho urlato, ho pregato ed alla fine ho tentato la fuga. Volevo emulare il gesto di Cesare Borgia quando è riuscito a fuggire dalla rocca della Mota: a lui andò bene, a me no. Mi calai con le lenzuola annodate, ma caddi e mi ruppi una gamba.- ricorda scuotendo la testa canuta.
-Ed è stato allora che, dopo aver scontato il fio, sei tornato in Francia.-
-Sì, e stavolta accolto con tutti gli onori. Ma il mio caratteraccio mi ha ributtato in mezzo ai problemi e sono stato costretto a far di nuovo fagotto e tornare di gran carriera a Firenze. E' stato allora, presso il duca Cosimo de' Medici, che ho creato il Perseo. Oh, ma a Roma ci sono tornato un'ultima volta, ammaliato dalla sua eterna bellezza.-
-Ma poi sei ritornato definitivamente a Firenze, quando, in un impeto di espiazione, hai preso gli ordini e ricevuto la tonsura.-
China la testa ed annuisce mestamente.
-Ho trascorso la vita intera nella sregolatezza, nella violenza, nell'imbrogliare il prossimo e nel maltrattare le mie mogli e le mie amanti. Avevo cinquantotto anni quando ho preso i voti e mi sono messo a scrivere la mia vita. Non mi sono pentito della scelta fatta. Alla fine, dopo tanto vagare alla ricerca di me stesso, ho trovato la pace ed il conforto nella Fede.-
-Sei stato un rivoluzionario ante litteram.- commento.
Alza le spalle, come se la cosa non lo interessasse minimamente ed un pesce gli passa davanti agli occhi perspicaci ed attenti.
-Addio, figliola. Auguro anche a te di riuscire a trovare te stessa. E se, per caso, in questo tuo girovagare tra le anime del passato, incontrassi il Frundsberg, porgigli i miei più calorosi saluti.-
Rimango letteralmente spiazzata e lo fisso attonita, comprendendo che il vecchio detto ha un fondo di verità: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ed è con perplessità che mi allontano nuotando, chiedendomi se, tutto sommato, il genio immorale quanto inimitabile che risponde al nome di Cellini, non abbia ragione.

venerdì 20 marzo 2009

Roma vista da me

CLAUDIO CESARE NERONE
(Anzio, 15 dicembre 37 - Roma, 6 aprile 68)


E' buio ed io vago per il Colosseo illuminato a giorno dai riflettori, come una qualsiasi turista, immaginando i giochi, le battaglie, le grida, il sangue che i secoli hanno cancellato, lasciando solo il ricordo di un'opera mastodontica e di sicura invidiabile bellezza. I gatti sono ora i padroni indiscussi e nei loro dolci miagolii riecheggiano i ruggiti di leoni, tigri e leopardi che un tempo vi soggiornavano e vi banchettavano.
-Se solo avessi potuto cantare qui…-
A quelle parole improvvise mi fermo e mi giro, fissando quel volto largo, non particolarmente bello, che risplende alla luce dei riflettori. Se ne sta lì, seduto come poteva esserlo un semplice romano dell'epoca e lo sguardo gli brilla di malinconica eccitazione. Esito, nonostante tutto timorosa, ben conoscendo la sua indole crudele e rimango a debita distanza.
-Non è questo il tuo posto, Nerone.- gli faccio notare. -Gli imperatori sedevano laggiù.- ed ammicco verso il palco.
Lui scuote la bionda testa e ribatte, come se neppure avessi parlato:
-Se solo questa meraviglia fosse esistita ai miei tempi, non me ne sarei andato in Grecia per recitare, cantare e partecipare ai ludi equestri.-
E' vero, conosco queste sue passioni e so bene pure che, se solo chicchessia avesse osato vincere una gara canora al suo posto, lo avrebbe fatto uccidere seduta stante. Quando recitava o scendeva in pista come auriga, pretendeva di vincere anche se arrivava ultimo e tutti l'avevano capito a menadito dopo i primi morti.
Mi guardo attorno, per accertarmi che i turisti non lo vedano e faccio cautamente un passo verso di lui. In mano ha la lira e di tanto in tanto pizzica una corda, creando una straziante melodia.
-Il nipote di Caligola.- commento. -L'ultimo della stirpe Giulio-Claudia.-
-L'ultimo folle…- sogghigna ironico.
-Io non ci credo. Non ho mai creduto che tu abbia deliberatamente incendiato Roma nel 64.-
Quella affermazione cattura la sua attenzione e posa i suoi occhi inquietanti su di me, incutendomi un sano terrore.
-Non l'ho fatto, difatti. Quando l'incendio divampò io ero ad Anzio, la città che ha visto i miei natali… ma non per questo me ne sono dispiaciuto.- ammette con aria birichina.
-Ah, no?- ripeto allibita, tenendo a freno l'ira che in un solo secondo mi ha incendiato il cuore.
-No. Desideravo l'Urbe più bella di come era diventata e dopo l'incendio l'ho fatta riedificare in pianta diversa, aggiungendoci la mia bellissima Domus Aurea. Una delizia per gli occhi, non sei d'accordo?-
-Un tocco di megalomania.- sottolineo. -Però, indubbiamente meravigliosa.- concedo.
Mi guarda, studiandomi dalla testa ai piedi e sotto quello sguardo acuto mi innervosisco. Così, per evitarlo, mi siedo su uno scalino accanto a lui, mantenendo una certa distanza di sicurezza. Non so, ma di quest'uomo rubicondo non mi fido abbastanza.
-Tutti, però, hanno sempre pensato che la colpa fosse tua.-
-Se colpa ho avuto, è stata quella di dire pubblicamente che avei voluto radere Roma al suolo per riedificarla. Non si può condannare un uomo solo per quello che proferisce.-
Avrei molto da ribattere su quell'affermazione, ma lascio perdere, ricordando chi ho di fronte e che ruolo ha ricoperto e borbotto:
-Ma tua è stata la colpa di punire i cristiani come rei dell'incendio.-
Alza le spalle con indifferenza e borbotta:
-Non conoscevo questi cristiani; sapevo solo vagamente della loro esistenza e mi è parsa la giusta mossa per far sfogare il rancore del popolo dopo il rogo che ha distrutto le case. Qualcuno doveva pur pagare, no? E chi meglio dei remissivi cristiani poteva essere innalzato a capro espiatorio? A chi vuoi che importava?-
Rimango allibita e senza parole e la mia espressione deve avere un qualcosa di buffo, perché lui si mette a ridere con spregio, lasciandomi chiaramente capire come la pensassero, all'epoca, sulla religione che stava piantando solide radici per divenire mondiale. Scuoto la testa e lo vedo che torna a pizzicare le corde, intonando una canzone in voga ai suoi tempi: tutto sommato, devo riconoscere che non ha una brutta voce.
-Tua madre era Agrippina minore, la sorella di Caligola.- inizio.
Al solo nominare sua madre, si scurisce in volto, smette di cantare e mi fissa con astio, come se avessi appena attentato alla sua vita.
-Già.- biascica ed il suo tono mi sorprende. -E' stata lei a spianarmi la strada per divenire imperatore, affiancandomi Seneca come consigliere.-
-I primi anni sei stato un buon sovrano.- ricordo.
-Sì, ma poi il rifiuto di mia madre a concedermi di divorziare dalla mia prima moglie Ottavia, mi ha irritato a tal punto che l'ho esiliata.-
-L'hai anche fatta uccidere dai tuoi pretoriani.- aggiungo.
Fa' un gesto di insofferenza, come se il ricordo lo infastidisse ancora dopo tanti secoli e spiega:
-Sono salito al potere a diciassette anni e lei ha guidato le mie azioni con l'appoggio di Seneca, fino a farmi soffocare. Era invasiva fino all'inverosimile, tanto da giungere ad offrirsi a me, suo figlio, purché non divorziassi da Ottavia.-
Sgrano gli occhi ed inorridisco al solo pensiero e vedo che anche lui scuote la testa con rassegnazione.
-Non capirò mai,- conclude meditabondo, -perché non volessi che sposassi Poppea.-
-La Poppea che hai ucciso tirandole un calcio in grembo, dove cresceva tuo figlio?-
Chiude gli occhi ed inspira a fondo ed un velo di malinconia lo sfiora, rendendolo quasi umano.
-Ho amato molto Poppea ed ho sofferto enormemente per la sua perdita. In seguito, errando come un pazzo per le vie dell'Urbe invocando il suo nome, mi sono imbattuto in Sporo, un giovane che le somigliava tantissimo. L'ho sposato dopo averlo fatto castrare.-
-L'hai sposato?- ripeto come se non avessi ben capito ed il tono aspro della mia voce sorprende me stessa.
Riapre di scatto gli occhi e mi fissa con evidente astio.
-Sì, l'ho sposato, e allora? E dopo di lui ho sposato Statilia Messalina.-
-"Quella" Messalina?-
-Ma no!- esclama facendo un gesto di stizza con la mano. -Quella era la quarta moglie di Claudio. Noto che hai un po' di confusione in testa.-
-Be', con nomi uguali… Ma tu,- riprendo cambiando discorso, -alla fine hai esiliato pure Seneca, prendendoti Tigellino come amico e consigliere.-
Lo sento grugnire qualcosa e dalla sua lira parte un suono stridulo che mi fa serrare i denti prima che cadano a pezzi.
-Bell'affare feci.- commenta acido. -Mi ha fatto credere di essermi amico e poi mi ha tradito. La prima congiura per uccidermi è costata la vita a Calpurnio Pisone, Lucano, Petronio e lo stesso Seneca. Via,- conclude con tono spicciativo, facendo un gesto eloquente con la mano, -morti tutti per aver osato alzare la mano armata su un dio.-
-Tu?- insinuo mordace.
-Io, sì.- sibila minaccioso, puntandomi addosso due occhi fiammeggianti. -Non digerivo granché l'idea che a qualcuno piacesse vedermi morto. Ero giovane e non gradivo divenire cibo per far banchettare i vermi.-
-Ma li hai rimpinzati a dovere con la carne di tutti coloro che hanno provato a ribellarsi alla tua monarchia assoluta.-
-E dunque?- mi sfida ergendosi fin dove possibile stando seduti. -Non vedo dove sia il problema.-
Rimango sconcertata, apro la bocca per replicare, quindi la richiudo di scatto e dopo un po' ripeto:
-Già. Nessun problema.-
Il mio tono non deve fargli molto piacere, poiché restringe gli occhi perigliosamente, fissandomi a lungo da sotto le ciglia bionde.
-Tu, figliola, non hai buon animo verso di me.- commenta.
Sorrido e mi rialzo, volgendo l'attenzione ai turisti che, ignari, ci passano accanto sfiorandoci senza vederci.
-La tua condotta immorale e violenta non ha mai influito sull'amministrazione pubblica e questo va a tuo vantaggio.-
-A mio vantaggio pure il fatto che il popolo non ha voluto credere alla mia morte e che ha sempre sperato nel mio ritorno.- aggiunge alzando l'indice come un maestro che sta spiegando una lezione.
-Vero.- concedo. -Ma il senato ed i pretoriani ti odiavano e ti hanno isolato, condannandoti a morte.-
Si scurisce in volto, quel volto massiccio e duro e digrigna i denti sibilando furente:
-Quel fedifrago di Tigellino… Mi ha tradito, quel bastardo!- ripete ed io mi accorgo che la cosa gli rode ancora l'anima.
-Non mi risulta sia mai stato uno stinco di santo.- gli faccio notare con condiscendenza. -Avresti potuto essere un po' più oculato nello sceglierti gli amici.-
Sogghigna, lo sguardo perso nel vuoto, in un periodo lontano che io non vivrò mai e mormora:
-Non gli ho dato la soddisfazione di uccidermi: l'ho fatto da solo.-
-Come un vero commediante. Così come hai vissuto.-
-Hai paura della morte?- mi domanda a bruciapelo, scrutandomi fin dentro l'anima.
-Sì.- non esito a rispondere. -Come tutti, del resto.-
-Io non ho avuto timore.- risponde gonfiando il petto.
Inarco le sopracciglia, ricordando che la paura l'aveva trattenuto dal pugnalarsi da solo e che era stato aiutato da un liberto suo amico; ma non ribatto, lascio che si crogioli in un ricordo affievolito dal tempo, un ricordo che gli fa credere di essere stato migliore di quanto in realtà fosse stato.
-Quindi, deduco che tu abbia avuto a cuore Roma.- commento cambiando discorso.
Con un gesto della mano mi mostra il Colosseo ed il suo volto si illumina.
-Tu non l'hai a cuore?- rimanda. -Per Roma ho sopportato che la Storia mi bollasse come piromane, quando in realtà ho portato solo migliorie. Ma, si sa, la Storia la scrivono i vincitori ed io, purtroppo, ne sono uscito vinto.-
Lo studio a lungo, mentre riprende a pizzicare le corde della lira ed intona una canzone dolce, che non comprendo e mi rendo conto che quest'uomo, tutto sommato, è stato sì crudele nella sfera affettiva, ma che nei romani ha lasciato un senso di vuoto e di rimpianto che noi, romani di oggi, stentiamo a comprendere e non è un caso se la sua tomba è rimasta sempre coperta di fiori, a dispetto dei congiurati ed a testimonianza dell'affetto di un intero popolo.