mercoledì 26 agosto 2009

Quanto sei bella, Roma!

Quanto sei bella Roma!
Aveva ragione Venditti quando intonava la sua canzone d’amore per la città eterna, quando ne esaltava la bellezza con semplici parole rimaste nel cuore. Solo chi ha visto Roma può capire. Se la vivi da turista è veramente la città più bella del mondo, con i suoi infiniti monumenti, i suoi eterni riti, le sue opere grandiose.
Per la prima volta in tutta la mia vita ho deciso di andare ad attendere lo scoccare del mezzogiorno al Gianicolo. E lì, circondata dal fiero cipiglio dei garibaldini sparsi per il parco e sovrastata dalla statua equestre di Garibaldi, mi godo questo colle che offe di Roma una visuale mozzafiato. E’ qui che si compie il giornaliero rito dello sparo del cannone. Ed è un’emozione forte, soprattutto se ripenso che questa tradizione si ripete dal lontano 1846 per volere di papa Pio IX per far sì che tutte le chiese suonassero all’unisono il mezzodì.
E’ bello vedere la folla che si riunisce, i bambini con gli occhi sgranati fissi sul cannone, i soldati che gentilmente offrono la possibilità di scattare una foto ricordo accanto al pezzo di artiglieria; e poi la cerimonia, il caricamento a salve, l’attesa del momento ed il braccio del comandante che dà il via. Non avevo mai sentito sparare un cannone da così vicino e mi sono sorpresa ad udirmi strillare per la paura. Però, infarto a parte, è piacevole scoprire, o riscoprire, queste piccole cose che sono venute prima di noi e che ci sopravvivranno. L’unico rammarico, semmai, è la delusione di non aver trovato il mitico canone dell’ottocento, ma un moderno pezzo di artiglieria.
Ma la delusione non c’è stata quando sono tornata a Castel Sant’Angelo di notte, illuminato al pari del cupolone che svetta lì vicino. Le mura massicce, i torrioni, le carceri che, se fossero in auge adesso farebbero pensare due volte prima di commettere un delitto, ed il famoso Passetto che congiunge la mole Adriana con il Vaticano. Una volta veniva usato dai papi per rifugiarsi senza pericolo nella fortezza, così come accadde durante il sacco di Roma nel 1527, ed ora possiamo vederlo anche noi miseri mortali. E pensare che anni addietro avevo provato ad aprire il portoncino di accesso ma sono stata bloccata perché nessuno poteva vedere o entrare nel Passetto. Un pezzo di Storia che stava lì ad ammuffire, pieno di erbacce e vietato a chicchessia ed io che mi rodevo il fegato. Ora, per qualche oscuro miracolo cinematografico (o meglio dire miracolo del dio denaro?) il Vaticano si è reso conto dell’interesse che suscitava il famoso Passetto e si è deciso ad aprirlo, almeno per un pezzo. E così, con il cuore in gola per il pensiero di quanti papi, principi e persone varie che hanno lasciato un segno nella Storia erano passate di lì, mi sono addentrata ed ho mirato la mia Roma dall’alto del Passetto, illuminata come una cartolina, il Tevere che accarezza piano i torrioni del castello. Uno spettacolo unico che toglie il fiato, soprattutto di notte.
Roma, Roma, perché sei tu Roma? Perché io che ci vivo non posso goderti come qualsiasi turista? Perché mi costringi ad odiarti quando giornalmente rimango impantanata nel caos cittadino, mentre vorrei amarti con tutta me stessa?

giovedì 6 agosto 2009

Il cane operato sta benissimo!

E’ partito da Roma per arrivare sino a Tuoro sul Trasimeno per amore del suo cane, un bellissimo setter inglese che, per colpa di un tumore al rene, deve essere operato. Ed è rimasto con noi, compagno di due torride serate di luglio.
Un romano classico: trucido, bestemmiatore, con i segni della vita sul volto, uno di quelli che guardi in faccia e pensi che non gli daresti mai tua figlia; eppure di una simpatia irresistibile e, strano a dirsi, una persona buona. Ha mollato moglie e figlia per portare il suo cane da caccia a farsi operare e noi non avremmo mai potuto immaginare di trascorrere due serate all’insegna del riso più sfrenato. Con la sua calata romana che rasenta la volgarità ma che, bestemmie a parte, non raggiunge mai tali livelli (e questa è già di per sé una meraviglia), ci racconta, con la sua flemma inglese (giuro che è così, un Lord non potrebbe essere più composto ed avere quel tono di voce calmo e remissivo) che sua moglie in realtà è una brasiliana e non l’attuale compagna calabrese che gli ha dato una bellissima figlia. Ci spiega che il suo unico matrimonio, in attesa di separazione, in realtà è una farsa: ha sposato per soldi questa ragazza carioca che aveva bisogno di rientrare in Inghilterra dal suo amante. Una storia classica, che non avrebbe nulla di speciale, se non lui, con la sua incredibile flemma, la sua faccia che non lascia nulla all’immaginazione, che ci parla del pranzo di matrimonio. Narra alle nostre incredule orecchie di aver chiamato un ristorante romano che non va famoso per le posate d’argento ma per ben altre cose, e di aver fatto una prenotazione per un pranzo di nozze. Alla domanda del ristoratore di quanti coperti avesse bisogno, lui ha candidamente risposto: “Due”. Ovvio che il proprietario del locale, pensando ad uno scherzo, lo abbia gentilmente mandato a quel paese e riattaccato il telefono. Al che, il neo sposo ha richiamato, insistendo sulla veridicità della cosa e quando il ristoratore gli ha risposto che, se fossero stati realmente in due gli avrebbe offerto il pranzo, lui ha ribadito la quantità di persone, riaffermando che si era appena sposato e che voleva festeggiare l’evento. Sempre pensando ad uno scherzo, l’oste ha domandato: ”Allora siete tu e tua moglie?”.
E lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “No, io e il mio testimone”.
Dire che a quel punto del racconto siamo scoppiati tutti a ridere è dir poco. Ovvio che lui, non conoscendo la sposa, abbia preferito sposarsi e portare con sé il proprio amico che gli aveva fatto da testimone. E per ben due volte, badate bene! Sì, perché la prima volta il funzionario del comune non gli aveva spiegato il problema della divisione dei beni e lui, appena intravisto il futuro problema, infischiandosene delle coppie che dovevano sposarsi subito dopo, ha preteso (non voglio neppure immaginare come) ed ottenuto di essere sposato di nuovo seduta stante, stavolta stando bene attento alla clausola della divisione dei beni. Posso solo provare ad immaginare le facce del funzionario e delle coppie di sposi in attesa. Ma torniamo al ristorante.
Fatto sta che l’oste ha dovuto chinare la testa dinanzi al certificato di matrimonio e gli ha offerto il pranzo, con tanto di camerieri che servivano di tutto punto i due soli avventori. Si è addirittura complimentato con lui per quanto aveva fatto per aiutare quella ragazza.
E il viaggio di nozze in Brasile? Lui è partito con il suo amico, per dimostrare la veridicità del matrimonio (perché le autorità lo andavano regolarmente a trovare per accertarsi che la cerimonia nuziale non fosse una farsa) e si è ritrovato a conoscere una marea di brasiliani (calciatori affermati a livelli mondiali, posso garantire) solo con la sua squisita simpatia. Addirittura si è ritrovato a fare il testimone di nozze a due ragazzi conosciuti due giorni prima!
Ora è in attesa di divorzio.
E la sua attuale compagna? Non tanto lei, quanto la sua famiglia calabrese lo manda fuori di testa. La suocera soffre di diabete, al pari di tutti gli altri familiari, e lui le pratica ogni giorno l’iniezione di insulina, ricordandole sempre di mangiare moderatamente. Ma da buona calabrese la suocera non ascolta e, a dispetto di un valore altissimo di glicemia, si gusta il pane con i fichi che la figlia le offre. E lui, candidamente, risponde: “Ho capito che la vuoi fare fuori, ma così evidente…”.
Posso solo aggiungere che questa è una minima parte degli aneddoti raccontatici con la sua calma che contrasta violentemente con il suo aspetto trucido, classico esempio di romano che rasenta la volgarità. Ed io non ridevo così da tempo, con le lacrime agli occhi, mentre ascoltavo rapita quest’uomo che, alternando una bestemmia ad una frase sensata, raccontava la sua incredibile vita, tanto che non basterebbero due persone per viverla.

P.S. Il cane operato sta benissimo!

lunedì 3 agosto 2009

Perché no?

Perché no?
E’ quello che mi sono chiesta appena messo piede in quest’oasi di pace alle falde degli Appennini, a ridosso del lago Trasimeno, dove nel 217 a.C. Annibale Barca combatté contro i romani, trovando una leggendaria vittoria.
Perché no? mi sono ripetuta mentre ascoltavo gli uccellini, le cicale, i cinghiali, i cani, i rospi… Per me, che vengo dal caos di Roma, questo è un paradiso terrestre. Qui non sento i continui martellamenti di chi decide di iniziare i lavori di ristrutturazione dell’appartamento accanto; qui non sono costretta a sentire la sega elettrica che il solito ignorante decide di accendere quando non va al lavoro, ossia il sabato e la domenica, che tutti aspettano con ansia per poter riposare un po’ più a lungo dopo la faticosa settimana lavorativa. Qui non sento il solito imbecille che manomette la marmitta del motorino per farsi sentire quando passa per appagare il suo egocentrismo, né il cretino che arriva sgommando con lo stereo della macchina che rompe i timpani e qualcos’altro. Qui non odi le continue ambulanze che corrono a raccogliere ciò che rimane dei feriti sfracellati dopo una notte brava a suon di droghe ed alcool, perché “altrimenti non è uno sballo”, mentre rimanere spiaccicati sull’asfalto è molto cool. In questo angolo di paradiso non senti il vicino che ti abita di sopra rientrare in piena notte e camminare allegramente con le scarpe con i tacchi alti, come se si trovasse in via del Corso, mentre tu cerchi vanamente di dormire; o quello sul pianerottolo che urla e schiamazza con gli amici infischiandosene di chi, all’una di notte, ha la folle pretesa di dormire. Qui non senti il continuo abbaiare isterico del cane della dirimpettaia che ti tormenta ad ogni ora del giorno e della notte e fai il tifo per chi, esasperato, qualche volta urla: “Lo uccidiamo questo cane?”. Basterebbe eliminare i proprietari che non comprendono che il cane isterico dà fastidio.
Qui, a parte gli echi della battaglia della seconda guerra punica, odi solo la campagna, il ringhiare dei cani esclusivamente contro gli intrusi, il grugnire dei cinghiali quando escono di notte con il branco per mangiare, il frinire delle cicale ed il canto melodioso degli usignoli che ti dà il buongiorno di prima mattina. Perché no? Perché non abbandonare il caos cittadino di Roma, la maleducazione e la totale mancanza di rispetto di chi ti abita al fianco, per ritrovare la calma e la serenità della campagna? Ma sì, stavolta faccio le valigie e mollo tutto, inizio una nuova vita senza più rumori dai decibel insopportabili, senza più stress. Pianto radici in questo angolo di paradiso, all’ombra di secolari ulivi e mi dedico alla contemplazione dei colori della natura. Qui c’è la pace assoluta, rotta solo dai bambini che si divertono in piscina in orari consoni. Pazienza se poi qualche insetto ti pizzica e ti gratti come una scimmia o se ti accorgi che accanto al letto hai un vicino speciale: uno scorpione.
Poi… Poi accade. Improvviso ed inatteso; mi giro e mi ritrovo a faccia a faccia con il mio peggior nemico e rimango paralizzata. Lui sta lì, immobile, quasi strafottente, che mi fissa con alterigia, mentre io inizio a sudare freddo. Allora capisco che la campagna non fa per me, che, tutto sommato, preferisco morire di stress anziché di infarto e mestamente riprendo la via di casa.
Il ragno ha vinto.

martedì 30 giugno 2009

Cristalli - 5° puntata

2



Hilda uscì dall'edificio ed osservò il sole alto nel cielo estivo. In lontananza, sotto un albero, LA l'attendeva parlando con alcune amiche ed appena la vide le corse incontro sorridendo fiduciosa. Tutta eccitata le prese le mani e chiese a bruciapelo:
-Allora? Com'è andata? Su, forza: quanto? Non farmi penare così! Allora?-
Hilda la guardò tristemente, quindi chinò la testa in segno di sconfitta ed LA impallidì, perdendo tutta l'euforia. La fissò incredula e mormorò:
-Non è possibile... Sapevi tutto...-
Hilda alzò le spalle, come se si fosse rassegnata per quell'esame andato a male, ma LA non si diede per vinta.
-Non è possibile!- ripeté con stizza. -Il professore che ti ha esaminato è solo uno stronzo! Santo cielo! Dimmi chi è e ci andrò io a parlare! Voglio proprio sapere con quale assurdo criterio ti ha valutato! Deve essere proprio un pez...-
Si bloccò quando vide l'amica scuotere la testa e scoppiare a ridere, trattenendosi lo stomaco.
-Sei decisamente matta!- esclamò senza riuscire a trattenere le risate. -Mi ha concesso pure la lode!-
LA la scrutò attentamente, quindi le diede una spinta e scoppiò a ridere.
-Mi hai fatto prendere un bello spavento! Che scema a cascarci! Dovevo immaginarlo!-
Ridendo e scherzando si avviarono verso casa, noncuranti della gente che si girava a guardarle con curiosità. Il sole risplendeva sui loro capelli, dando vita ad uno spensierato gioco di colori iridescenti, dove il rosso si fondeva a striature bionde ed il nero a striature azzurre, provocando un contrasto di mirabile bellezza.
Da quando era arrivato Hols, Hilda aveva ritrovato il sorriso e la voglia di vivere di un tempo e lo spettro scuro del passato aveva iniziato a dissolversi lentamente, lasciandola libera di godere la tanto agognata serenità. Ma non era stato facile far capitolare Alan. Era stato irremovibile fin dall'inizio: non voleva il lupo in casa. Era stata LA a fargli cambiare idea, trattandolo ora con dolcezza ora con rabbia, cantandogliene quattro ed alzando la voce quando lui alzava la sua, ma alla fine Hilda aveva ottenuto l'autorizzazione a tenere Hols.
Da due mesi LA stentava a riconoscere la sua amica. Era serena e felice come mai l'aveva vista e ciò le procurava grande gioia. A stento riusciva a paragonarla alla ragazzina che aveva conosciuto cinque anni prima: della vecchia Hilda era rimasto poco o niente.
All’epoca aveva solo quindici anni e frequentava ancora il liceo, quando aveva pregato Alan di portarla con sé agli alloggi universitari. LA vi si era trasferita una settimana prima e, come Alan, era iscritta al primo anno di corso. Spinta dalla curiosità di sapere che tra gli studenti c'era una quindicenne, era scesa per dar loro il benvenuto ed era rimasta incantata a fissare Alan. Non aveva mai visto un ragazzo così bello in tutta la sua vita: perfetto, fu il suo unico pensiero.
-Io... Io sono LA Fawkes e... Be', volevo dare a te ed a tua sorella il benvenuto...-
Si era ritrovata a balbettare come una scolaretta alla prima cotta, senza riuscire a staccare gli occhi da lui ed il suo viso era diventato purpureo.
-Salve. Io sono Alan Wild.- si era presentato, osservandola con palese ammirazione.
Erano rimasti a guardarsi sulla soglia della porta, senza parlare e sorridendosi un po' imbarazzati, Poi, come se si fosse ricordato solo in quel momento, Alan aveva chiamato la sorella e lei aveva allungato il collo per sbirciare oltre la spalla del ragazzo. Aveva scrutato quella figura sottile, emaciata e tremendamente pallida avanzare come un fantasma ed appena se l'era ritrovata di fronte l'unica cosa che era riuscita a percepire era stata l'invidia. Ma come quegli occhi grigi, trasparenti, si erano posati su di lei, il cuore le si era stretto in una morsa dolorosa. In quei due cristalli aveva letto solitudine e paura con un'intensità tale da lasciarla interdetta. Hilda aveva teso la mano, senza che un'ombra di sorriso le increspasse le labbra, totalmente abulica. Era rimasta impassibile, con lo sguardo spento fisso nel vuoto e quando LA si era decisa a stringerle la mano, aveva sentito quella di Hilda gelida ed aveva notato il nastrino di raso intorno al polso. Si era chiesta cosa potesse significare ed i suoi occhi si erano repentinamente posati sull'altro braccio, dove stava, seminascosto dal maglione, il secondo nastrino.
Nei giorni successivi era rimasta a lungo con il pensiero fisso su di lei, sentendo di dover fare qualcosa per aiutarla ed ogni volta che le si era presentata l'occasione, era andata a trovarla. All'inizio era stata accolta con freddezza, poi, lentamente, era riuscita e far breccia nel cuore di quella quindicenne diffidente.
Col tempo la sua tenacia si era rivelata l'arma migliore: lei ed Hilda erano diventate amiche e si vedevano tutti i giorni, ora per studiare, ora per fare la spesa. Non aveva mai fatto domande sul suo passato e sapeva che di questo Hilda le era riconoscente.
Una massa pelosa ed argentata le saltò addosso e tornò bruscamente al presente.
-Gesù!- esclamò ridendo. -Buono, buono, Hols. Fa' la cuccia, da bravo.-
-E' meglio che ti lasci fare le feste o non ti darà pace. Sei l'unica alla quale si sia affezionato.- disse Hilda andando a prendere il guinzaglio.
LA l'accarezzò e si lasciò leccare, pensando vagamente che stava prendendo la forma del lupo adulto.
Cresceva sano, robusto, con il pelo argentato sempre lucido e spazzolato ed ogni mese Hilda lo infilava in vasca per fargli il bagno. Era stata dura abituarlo all'acqua, ma infine ci aveva preso confidenza e si divertiva a sguazzare in mezzo alle bolle di sapone. Adorava la sua padrona e le trottava sempre al fianco, ringhiando contro chiunque le si avvicinasse. La sola persona che gli riusciva difficile da sopportare era Alan, che si comportava come se lui neppure esistesse.
-Ecco qui il tuo guinzaglio, Hols.- annunciò Hilda sorridendo. -Ora andiamo a fare una bella camminata.-
Mentre si chinava per legarglielo al collo, LA le si avvicinò e con titubanza chiese:
-Come... Come va la questione finanziaria?-
Per una frazione di secondo le mani di Hilda si bloccarono e si domandò cosa ne potesse sapere dei loro problemi. Si voltò a guardarla e con noncuranza chiese:
-Perché questa domanda?-
-Così... Circa una settimana fa è venuto un ragazzo che cercava te e tuo fratello, ma Alan era fuori e tu stavi in facoltà e lui si è rivolto a me, dicendo...-
Con uno scatto felino Hilda balzò in piedi e l'afferrò per le spalle, pallida come un cadavere e domandò:
-Ti ha detto chi era?-
LA la fissò ad occhi sgranati, non riuscendo a comprendere la sua foga e balbettò:
-Ma... Veramente no...-
-Ti ricordi com'era? Potresti descriverlo?-
Era evidente che attendesse la visita di qualcuno che le stava particolarmente a cuore e l'amica si chiese chi fosse il fortunato. Comunque sia, si concentrò sul ragazzo ed iniziò a dire:
-Dunque... Era abbastanza alto, magro...-
-I suoi occhi?- l'interruppe con ansia.
-I suoi occhi?-
Hilda sospirò e spiegò:
-I suoi occhi erano grigi come i miei?-
-Mi pare... No, no. Non erano grigi.-
-Sei sicura?-
-Certo. Erano scuri, me lo ricordo bene.-
La mente di Hilda si rifiutò di crederci: doveva essere lui! Doveva! Ma dovette registrare la delusione amara della realtà e lentamente chinò la testa, abbozzando un pallido sorriso e tornò ad occuparsi di Hols, lasciando l'altra confusa ed attonita.
-Allora? Mi stavi parlando di un ragazzo: cosa voleva?- chiese all'improvviso, come se niente fosse accaduto.
-Io... Ecco, mi ha detto... Non ricordo molto bene, ma ha accennato alle vostre finanze. Comunque, sarebbe tornato uno di questi giorni.-
Hilda sorrise con indifferenza, aggiustandosi una ciocca di capelli: non era la persona che lei avrebbe desiderato fosse, quindi non le premeva sapere chi era.
-Bene. Se tornerà vedremo di chi si tratta.- rispose con sufficienza. -Che ne diresti di pranzare insieme?-
LA la studiò a lungo, cercando di leggere qualcosa su quel volto, ma Hilda era tornata ad essere quella di sempre ed accettò l'invito sorridendo, dimenticando volutamente quanto era accaduto.

venerdì 19 giugno 2009

Cristalli 4° puntata

-Cristo, Hilda! Siamo quasi ridotti alla fame e tu mi porti un animale in casa! Perdio! Non abbiamo soldi e tu mi sobbarchi della responsabilità di sfamare un'altra bocca! Che cazzo ti dice la testa? Eh? Cristo! Cristo!-
Con stizza Alan si passò una mano tra i capelli e continuò ad imprecare ed a bestemmiare con veemenza.
Da più di un'ora non faceva che urlare e camminare avanti e indietro, agitando le mani e strabuzzando gli occhi per l'ira. Era bastato che lei accennasse ad Hols che subito l'aveva guardata da prima allibito, poi con maggior furore fin quando non era esploso. Lei l'aveva lasciato sfogare, niente affatto intimorita dalla sua ira, seduta al tavolo della cucina con la testa reclinata in avanti, lasciando credere al fratello di avere timore di lui. Sì, aveva imparato che era meglio non dar prova che la sua violenza la lasciava del tutto indifferente.
Alan la costrinse a guardarlo, afferrandole rudemente il volto e lei assunse un'espressione prostrata ed intimorita.
-Non abbiamo soldi, Cristo! Mi spieghi come cazzo intendi nutrirlo?-
Lei non rispose, ma continuò a guardarlo attentamente. Ormai doveva arrendersi all'evidenza: Alan aveva problemi, seri problemi. Da troppo tempo perdeva la calma facilmente e giorno dopo giorno peggiorava, proprio come le aveva fatto notare LA.
-Alan sta male. Non credo sia solo esaurimento nervoso. Non lo vedi anche tu? Sembra quasi che stia impazzendo. A volte mette paura...- le aveva detto un giorno.
-Sei tu la pazza!- aveva risposto con veemenza. -Alan sta benissimo; è solo stressato perché ha dovuto studiare molto, bisogna capirlo. Vedrai che si rimetterà presto.-
LA l'aveva guardata con compassione, quindi aveva scosso la testa mormorando:
-Lo difendi solo perché è tuo fratello. Ma te ne accorgerai presto.-
Oh, come avevi ragione! Ed io che non avevo voluto crederti!
-Non guardarmi con quell'aria da scema! Rispondi quando ti parlo, perdio!-
La scosse con violenza, facendola tornare bruscamente al presente.
-Alan... Ti prego...- gemette per il dolore.
Lui la lasciò andare e rimase a fissarla con gli occhi iniettati di sangue ed il fiato corto. Lentamente, a testa bassa, Hilda si ricompose e passò una mano sulla fronte. Alzò il volto e studiò il fratello: il suo viso era sconvolto e tirato dall'ira ed era palese lo sforzo che faceva per dominarsi.
Per un lungo momento tutto tacque ed all'improvviso, così come era esploso, Alan si calmò. Inspirò profondamente e bofonchiò qualcosa di inintelligibile, fissando cupo la sorella. Per una frazione di secondo parve che volesse scusarsi, ma altro non fece che sedersi, continuando un sommesso ed incomprensibile monologo.
Hilda continuò a sbirciarlo con circospezione, cercando di intuire cosa gli stesse passando per la testa. Per un attimo rivide il piccolo Alan che le faceva le carezze ed i complimenti; rivide un bambino dolce e premuroso... Ma tornò subito con i piedi per terra, pensando con amarezza che quell'Alan era morto. Per sempre.
-Allora? Potresti anche farmelo vedere, ti pare?-
Quel tono di voce dolce l'impensierì. Solo un minuto prima stava urlando e bestemmiando come un forsennato ed ora...
Sforzandosi di sorridere, corse in camera ed appena Hols la sentì entrare balzò dal letto e le andò vicino scodinzolando felice. Lei lo prese in braccio, ripromettendosi di non lasciarlo toccare da Alan: sarebbe stato capace di spezzargli il collo.
Sospirando tornò in cucina, tenendo Hols stretto al seno. Si fece forza e sorridendo disse:
-Eccolo qui. Ti piace?-
Alan fissò il cucciolo, alzandosi in piedi lentamente. Hols, a sua volta, puntò i propri occhi gialli in quelli neri del ragazzo e questi sussultò.
-Sei forse impazzita sul serio, perdio?- urlò all'improvviso.
Additò il cucciolo e guardando con un barlume di follia la sorella sibilò minaccioso:
-Io me ne vado, ma tra un'ora, quando ritornerò, non voglio più trovare questo lupo in casa! Guai a te se lo vedrò ancora: butterò fuori a calci in culo te e lui! Sono stato chiaro?-
Fece una smorfia al genuino stupore di Hilda e si avviò verso la porta, ruggendo con rabbia:
-Sbarazzatene!-
Hilda rimase sbigottita ed interdetta ad osservare Hols tra le sue braccia, riuscendo solo a ripetersi: oddio, un lupo... un lupo...